Biglietti, botte e biglietti di ritorno: il paradosso del viaggiatore violento
Immaginate un tranquillo pomeriggio sul treno regionale. Il capotreno, armato di coraggio e obliteratrice, si avvicina con il sorriso d’ordinanza. “Biglietto, prego.” Ma ecco che si scatena l’inferno: l’ennesimo “portoghese” (che di lusitano non ha nulla) trasforma la carrozza in un ring di wrestling.
Non è un film d’azione, ma una scena che si ripete con inquietante frequenza. Aggressioni, minacce, e un senso di impotenza che grava non solo sul personale ferroviario, ma anche sui passeggeri. Un problema che mescola povertà, disagio sociale e un sistema di giustizia che, francamente, sembra più una carrozza di seconda classe che un treno ad alta velocità.
Rambo sul regionale?
Cosa fare, dunque? Una proposta comune è quella di militarizzare i treni: poliziotti in divisa e manganelli pronti a garantire ordine e sicurezza. Immaginate un Bruce Willis del Pendolino, che tra una multa e l’altra salva l’umanità dalla minaccia del passeggero abusivo.
Ma sarebbe davvero la soluzione? Probabilmente no. Non possiamo trasformare il trasporto pubblico in un film d’azione permanente, con passeggeri che viaggiano tra sirene e lampeggianti. Inoltre, i costi di una simile operazione renderebbero i già cari biglietti ferroviari degni di un volo intercontinentale.
Il lavoro redentore
Ecco una seconda idea: obbligare gli aggressori a “ripagare” il biglietto con il sudore della fronte. Li immaginiamo intenti a lucidare rotaie e pulire vagoni, sotto l’occhio vigile di un capotreno ormai promosso a supervisore morale. Non solo guadagnerebbero il costo del biglietto per un viaggio di sola andata verso il paese d’origine, ma imparerebbero anche il valore della convivenza civile.
Tuttavia, qui si apre un dibattito: lavorare come punizione è efficace o rischia di scivolare in una deriva punitiva che non risolve il problema alla radice?
Il problema più grande
Queste proposte, pur suggestive, non affrontano il punto centrale: la violenza sui treni è solo una parte di un problema più vasto. Disuguaglianze economiche, mancanza di inclusione sociale e una giustizia che non scoraggia gli abusi alimentano questa spirale.
Le aggressioni ai controllori sono lo specchio di una società dove regole e rispetto sembrano sempre più optional. Serve un approccio che unisca prevenzione, controllo e educazione. Perché sì, possiamo immaginare soluzioni comiche o paradossali, ma finché non si interviene sul terreno sociale, ci saranno sempre “viaggiatori” pronti a trasformare un semplice controllo biglietti in una scena da far-west.
E voi? Che fareste se foste il ministro dei Trasporti?
Giuseppe Arnò