Rivista La Gazzetta https://lagazzetta-online.com/ Portale di Notizie Wed, 22 Apr 2026 22:25:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.4 https://lagazzetta-online.com/wp-content/uploads/2021/10/logo-1-150x90.png Rivista La Gazzetta https://lagazzetta-online.com/ 32 32 L’Europa allo specchio: quando la paura vota all’unanimità https://lagazzetta-online.com/leuropa-allo-specchio-quando-la-paura-vota-allunanimita/ https://lagazzetta-online.com/leuropa-allo-specchio-quando-la-paura-vota-allunanimita/#respond Wed, 22 Apr 2026 22:25:05 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=19211 Tra veti, tremori e virtù dichiarate, l’Unione inciampa nella sua ombra e chiama prudenza ciò che, più semplicemente, è esitazione cronica.   C’è un’Europa che parla ventiquattro lingue, ma quando deve decidere balbetta in tutte. Un continente che ha inventato il diritto, ma che davanti al proprio diritto di veto si comporta come davanti a una reliquia: la venera, la teme e soprattutto non osa toccarla. All´ Unione Europea capita così di vivere al cardiopalma ogni volta che un Paese membro, meglio se con passato nell’ex orbita sovietica, si presenta alle urne. In Commissione Europea si trattiene il fiato: sarà un governo filorusso? euroscettico? o, miracolo dei miracoli, semplicemente governativo? Nel frattempo, il Consiglio dell’Unione Europea si riunisce, discute, riflette… e spesso rinvia, che è la forma più elegante di non decidere. Gli esempi non mancano. L’Ungheria è diventata una sorta di cartina di tornasole ideologica: se piove a Budapest, a Bruxelles si aprono gli ombrelli. La Bulgaria, dal canto suo, contribuisce con instabilità politica che fa sembrare la normalità un’ipotesi accademica. E così l’Europa si scopre fragile non tanto per ciò che accade, ma per come reagisce: con il tremore di chi teme più la propria ombra che il buio. Eppure, la soluzione, almeno sulla carta, è disarmante nella sua semplicità. Eliminare il diritto di veto, trasformare la politica estera in qualcosa di più di una riunione di buone intenzioni, dotarsi di un vero ministero economico e, già che ci siamo, di una difesa comune che non sia un esercizio retorico. In altre parole: diventare ciò che si proclama. Naturalmente, qui iniziano i sospetti. Perché ciò che è semplice raramente è facile, e ciò che è facile raramente è voluto. Viene allora da chiedersi se esistano motivi meno dichiarabili, chiamiamoli “equilibri sensibili”, per non turbare gli animi, che rendono ogni riforma strutturale una specie di miraggio istituzionale. Troppi interessi, troppe paure, troppa abitudine alla comodità dell’incompiuto. Nel frattempo, l’Europa coltiva il suo paradosso preferito: allargarsi senza approfondirsi. Si accoglie, si integra, si celebra la diversità, purché non intralci la procedura. Ma una casa con trenta stanze e trenta chiavi diverse finisce per avere un solo inquilino: il caos, debitamente regolamentato. Ridurre il numero dei burocrati? Sfoltire i parlamentari? Bandire con decisione i corrotti? Ottime idee, quasi rivoluzionarie nella loro ovvietà. Ma proprio per questo destinate a restare sospese tra il plauso e l’oblio, come certe promesse elettorali che vivono meglio da nubili che da sposate. Intanto, sulle questioni interne si stende il velo della discrezione, che in politica è la forma più raffinata di pudore. E forse è meglio così: ogni teatro ha bisogno dei suoi retroscena, e ogni retroscena delle sue ombre. Alla fine, l’Europa resta lì, davanti allo specchio. Si osserva, si studia, si interroga. Vorrebbe cambiare, ma teme di non riconoscersi più. E allora rimanda, che è sempre la decisione più condivisa. Finché un giorno, con perfetta coerenza, scoprirà che l’unica cosa che ha davvero costruito insieme è la paura di decidere da sola. E, a quel punto, non servirà più neppure il veto: basterà uno specchio.   Giuseppe Arnò * Foto: Blender mixture

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Tra veti, tremori e virtù dichiarate, l’Unione inciampa nella sua ombra e chiama prudenza ciò che, più semplicemente, è esitazione cronica.

 

C’è un’Europa che parla ventiquattro lingue, ma quando deve decidere balbetta in tutte. Un continente che ha inventato il diritto, ma che davanti al proprio diritto di veto si comporta come davanti a una reliquia: la venera, la teme e soprattutto non osa toccarla.

All´ Unione Europea capita così di vivere al cardiopalma ogni volta che un Paese membro, meglio se con passato nell’ex orbita sovietica, si presenta alle urne. In Commissione Europea si trattiene il fiato: sarà un governo filorusso? euroscettico? o, miracolo dei miracoli, semplicemente governativo? Nel frattempo, il Consiglio dell’Unione Europea si riunisce, discute, riflette… e spesso rinvia, che è la forma più elegante di non decidere.

Gli esempi non mancano. L’Ungheria è diventata una sorta di cartina di tornasole ideologica: se piove a Budapest, a Bruxelles si aprono gli ombrelli. La Bulgaria, dal canto suo, contribuisce con instabilità politica che fa sembrare la normalità un’ipotesi accademica. E così l’Europa si scopre fragile non tanto per ciò che accade, ma per come reagisce: con il tremore di chi teme più la propria ombra che il buio.

Eppure, la soluzione, almeno sulla carta, è disarmante nella sua semplicità. Eliminare il diritto di veto, trasformare la politica estera in qualcosa di più di una riunione di buone intenzioni, dotarsi di un vero ministero economico e, già che ci siamo, di una difesa comune che non sia un esercizio retorico. In altre parole: diventare ciò che si proclama.

Naturalmente, qui iniziano i sospetti. Perché ciò che è semplice raramente è facile, e ciò che è facile raramente è voluto. Viene allora da chiedersi se esistano motivi meno dichiarabili, chiamiamoli “equilibri sensibili”, per non turbare gli animi, che rendono ogni riforma strutturale una specie di miraggio istituzionale. Troppi interessi, troppe paure, troppa abitudine alla comodità dell’incompiuto.

Nel frattempo, l’Europa coltiva il suo paradosso preferito: allargarsi senza approfondirsi. Si accoglie, si integra, si celebra la diversità, purché non intralci la procedura. Ma una casa con trenta stanze e trenta chiavi diverse finisce per avere un solo inquilino: il caos, debitamente regolamentato.

Ridurre il numero dei burocrati? Sfoltire i parlamentari? Bandire con decisione i corrotti? Ottime idee, quasi rivoluzionarie nella loro ovvietà. Ma proprio per questo destinate a restare sospese tra il plauso e l’oblio, come certe promesse elettorali che vivono meglio da nubili che da sposate.

Intanto, sulle questioni interne si stende il velo della discrezione, che in politica è la forma più raffinata di pudore. E forse è meglio così: ogni teatro ha bisogno dei suoi retroscena, e ogni retroscena delle sue ombre.

Alla fine, l’Europa resta lì, davanti allo specchio. Si osserva, si studia, si interroga. Vorrebbe cambiare, ma teme di non riconoscersi più. E allora rimanda, che è sempre la decisione più condivisa.

Finché un giorno, con perfetta coerenza, scoprirà che l’unica cosa che ha davvero costruito insieme è la paura di decidere da sola. E, a quel punto, non servirà più neppure il veto: basterà uno specchio.
 

Giuseppe Arnò

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Foto: Blender mixture

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Salute mentale e politica: cresce il dibattito sul 25° emendamento per Trump https://lagazzetta-online.com/salute-mentale-e-politica-cresce-il-dibattito-sul-25-emendamento-per-trump/ https://lagazzetta-online.com/salute-mentale-e-politica-cresce-il-dibattito-sul-25-emendamento-per-trump/#respond Sun, 19 Apr 2026 19:27:48 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=19209 “Si tratta di assoluta follia. Come può una persona stabile mentalmente minacciare di cancellare un’intera civilizzazione… e ciò conferma l’esistenza di una seria instabilità mentale”. Queste le parole accusatorie di Marjorie Taylor Green, ex deputata repubblicana della Georgia, e fino a pochi mesi fa fedelissima e grande sostenitrice di Donald Trump. La Greene ha continuato che data la condizione mentale del presidente Usa bisogna fare ricorso al 25esimo emendamento. Secondo la Costituzione, se il presidente non è capace di svolgere i suoi compiti bisogna rimuoverlo. Il 25esimo emendamento stabilisce che il presidente può essere rimosso se considerato incapace dal vicepresidente e dalla maggioranza del suo Cabinet. Durante il primo mandato di Trump il suo vice si rifiutò di invocare il 25esimo emendamento per le azioni del suo capo nell’insurrezione del 6 gennaio 2021. Pence in effetti ha seguito l’esempio di altri tre vicepresidenti che si rifiutarono di rimuovere il loro capo. Dopo essere stato colpito da un’arma da fuoco nel 1881 l’allora presidente James Garfield visse parecchi mesi a letto soffrendo in delirio, morendo pochi mesi dopo. Nel 1901 anche il presidente William McKinley rimase a letto per otto giorni dopo avere subito anche lui un tentativo di omicidio. Nel 1919 il presidente Woodrow Wilson subì un ictus debilitante che lo rese incapace mentalmente. In nessuno di questi casi ci furono azioni del vicepresidente per forzare la situazione e prendere il comando. Nemmeno nella situazione attuale il vicepresidente J.D. Vance agirebbe per invocare il 25esimo emendamento nonostante il fatto che le voci continuano ad alzarsi per preoccuparsi dell’incapacità mentale di Trump. Al di là della Greene, il parlamentare democratico Jamie Raskin dello Stato del Maryland, ha introdotto un disegno di legge che aprirebbe le porte al 25esimo emendamento e la rimozione del presidente. Raskin e altri 50 parlamentari hanno proposto la formazione di una commissione di 17 membri per indagare se Trump è adeguato a svolgere i suoi compiti di presidente. In caso negativo la commissione passerebbe la palla al vice presidente J. D. Vance di determinare se la maggioranza del Cabinet è d’accordo. I legislatori repubblicani non sembrano interessati ma altri luminari con legami a Trump e al Partito Repubblicano hanno espresso il loro scetticismo sulle capacità mentali del presidente. Ty Cobb, ex legale di Trump alla Casa Bianca, aveva confermato al giornalista Jim Acosta che il presidente era “certamente malato di mente”. Stephanie Grisham, ex portavoce della Casa Bianca, ha detto recentemente che il presidente “ovviamente non sta bene”. Altri individui di spicco nella stratosfera di destra come Tucker Carlson, Alex Jones, Candace Owens hanno espresso le loro riserve. Jones ha anche invocato il 25esimo emendamento. Trump spesso ci ricorda di avere superato brillantemente test psicologici che servono come screening di base per determinare decadimenti cognitivi lievi come memoria, attenzione, linguaggio e orientamento. I buoni risultati pubblicati da Trump suggeriscono che non ci siano segnali evidenti di deficit cognitivi. Non dimostrano eccellenza mentale né superiorità cognitiva come Trump spesso sostiene. Determinare però la sua salute mentale richiederebbe accertamenti precisi da esperti in psichiatria. Alcuni professionisti hanno azzardato giudizi preliminari sottolineando il suo narcisismo marcato, la sua impulsività, la bassa tolleranza di critiche e una tendenza alla distorsione della realtà. Il suo messaggio che cancellerebbe un’intera nazione dalla faccia della terra ha ovviamente causato preoccupazioni perché il presidente Usa ha notevoli poteri che in politica estera non sono stati giudicati legalmente. In politica interna i magistrati hanno imposto alcuni guardrail ma in grande misura lui è andato oltre le righe governando quasi come un leader autoritario. I suoi poteri però non sono infiniti e la sua condizione di salute ha iniziato a interessare i media come era avvenuto con l’ex presidente Joe Biden che negli ultimi mesi diede chiari segnali di avere rallentato mentalmente e fisicamente. Alla fine, dopo considerevoli ripensamenti, Biden decise di abbandonare la corsa alla presidenza. Trump però non ha nessuna intenzione di lasciare, incapace di ammettere alcuna sconfitta. Da non dimenticare che continua e ripetere che vinse l’elezione presidenziale del 2020 e continua a cercare prove per dimostrarlo. Sarebbe questo un sintomo di malattia mentale perché conferma la sua incapacità di accettare la realtà? La probabilità di rimuovere Trump dalla sua carica mediante il 25esimo emendamento è remota ma il fatto che la richiesta non sia stata sollevata solo da democratici ci evidenzia la seria preoccupazione. Ci vorrebbero parlamentari repubblicani che votassero in maniera bipartisan com’è successo nel caso del voto per il rilascio dei file di Epstein. Sul 25esimo emendamento ciò appare improbabile. Va ricordato che Trump nel suo primo mandato subì due impeachment ma poi il Senato non riuscì a ottenere i 60 voti necessari per condannarlo. Un altro impeachment appare avere più chance del 25esimo emendamento dopo le elezioni di midterm che tutti gli analisti vedono sempre più come una vittoria democratica. ============= Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Si tratta di assoluta follia. Come può una persona stabile mentalmente minacciare di cancellare un’intera civilizzazione… e ciò conferma l’esistenza di una seria instabilità mentale”. Queste le parole accusatorie di Marjorie Taylor Green, ex deputata repubblicana della Georgia, e fino a pochi mesi fa fedelissima e grande sostenitrice di Donald Trump. La Greene ha continuato che data la condizione mentale del presidente Usa bisogna fare ricorso al 25esimo emendamento.

Secondo la Costituzione, se il presidente non è capace di svolgere i suoi compiti bisogna rimuoverlo. Il 25esimo emendamento stabilisce che il presidente può essere rimosso se considerato incapace dal vicepresidente e dalla maggioranza del suo Cabinet. Durante il primo mandato di Trump il suo vice si rifiutò di invocare il 25esimo emendamento per le azioni del suo capo nell’insurrezione del 6 gennaio 2021. Pence in effetti ha seguito l’esempio di altri tre vicepresidenti che si rifiutarono di rimuovere il loro capo. Dopo essere stato colpito da un’arma da fuoco nel 1881 l’allora presidente James Garfield visse parecchi mesi a letto soffrendo in delirio, morendo pochi mesi dopo. Nel 1901 anche il presidente William McKinley rimase a letto per otto giorni dopo avere subito anche lui un tentativo di omicidio. Nel 1919 il presidente Woodrow Wilson subì un ictus debilitante che lo rese incapace mentalmente. In nessuno di questi casi ci furono azioni del vicepresidente per forzare la situazione e prendere il comando. Nemmeno nella situazione attuale il vicepresidente J.D. Vance agirebbe per invocare il 25esimo emendamento nonostante il fatto che le voci continuano ad alzarsi per preoccuparsi dell’incapacità mentale di Trump.

Al di là della Greene, il parlamentare democratico Jamie Raskin dello Stato del Maryland, ha introdotto un disegno di legge che aprirebbe le porte al 25esimo emendamento e la rimozione del presidente. Raskin e altri 50 parlamentari hanno proposto la formazione di una commissione di 17 membri per indagare se Trump è adeguato a svolgere i suoi compiti di presidente. In caso negativo la commissione passerebbe la palla al vice presidente J. D. Vance di determinare se la maggioranza del Cabinet è d’accordo. I legislatori repubblicani non sembrano interessati ma altri luminari con legami a Trump e al Partito Repubblicano hanno espresso il loro scetticismo sulle capacità mentali del presidente. Ty Cobb, ex legale di Trump alla Casa Bianca, aveva confermato al giornalista Jim Acosta che il presidente era “certamente malato di mente”. Stephanie Grisham, ex portavoce della Casa Bianca, ha detto recentemente che il presidente “ovviamente non sta bene”. Altri individui di spicco nella stratosfera di destra come Tucker Carlson, Alex Jones, Candace Owens hanno espresso le loro riserve. Jones ha anche invocato il 25esimo emendamento.

Trump spesso ci ricorda di avere superato brillantemente test psicologici che servono come screening di base per determinare decadimenti cognitivi lievi come memoria, attenzione, linguaggio e orientamento. I buoni risultati pubblicati da Trump suggeriscono che non ci siano segnali evidenti di deficit cognitivi. Non dimostrano eccellenza mentale né superiorità cognitiva come Trump spesso sostiene. Determinare però la sua salute mentale richiederebbe accertamenti precisi da esperti in psichiatria. Alcuni professionisti hanno azzardato giudizi preliminari sottolineando il suo narcisismo marcato, la sua impulsività, la bassa tolleranza di critiche e una tendenza alla distorsione della realtà. Il suo messaggio che cancellerebbe un’intera nazione dalla faccia della terra ha ovviamente causato preoccupazioni perché il presidente Usa ha notevoli poteri che in politica estera non sono stati giudicati legalmente. In politica interna i magistrati hanno imposto alcuni guardrail ma in grande misura lui è andato oltre le righe governando quasi come un leader autoritario.

I suoi poteri però non sono infiniti e la sua condizione di salute ha iniziato a interessare i media come era avvenuto con l’ex presidente Joe Biden che negli ultimi mesi diede chiari segnali di avere rallentato mentalmente e fisicamente. Alla fine, dopo considerevoli ripensamenti, Biden decise di abbandonare la corsa alla presidenza. Trump però non ha nessuna intenzione di lasciare, incapace di ammettere alcuna sconfitta. Da non dimenticare che continua e ripetere che vinse l’elezione presidenziale del 2020 e continua a cercare prove per dimostrarlo. Sarebbe questo un sintomo di malattia mentale perché conferma la sua incapacità di accettare la realtà?

La probabilità di rimuovere Trump dalla sua carica mediante il 25esimo emendamento è remota ma il fatto che la richiesta non sia stata sollevata solo da democratici ci evidenzia la seria preoccupazione. Ci vorrebbero parlamentari repubblicani che votassero in maniera bipartisan com’è successo nel caso del voto per il rilascio dei file di Epstein. Sul 25esimo emendamento ciò appare improbabile. Va ricordato che Trump nel suo primo mandato subì due impeachment ma poi il Senato non riuscì a ottenere i 60 voti necessari per condannarlo. Un altro impeachment appare avere più chance del 25esimo emendamento dopo le elezioni di midterm che tutti gli analisti vedono sempre più come una vittoria democratica.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Barcellona -Il teatro delle regole (mentre il mondo improvvisa) https://lagazzetta-online.com/il-teatro-delle-regole/ https://lagazzetta-online.com/il-teatro-delle-regole/#comments Sun, 19 Apr 2026 18:27:28 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=19205 Tra principi impeccabili e memoria selettiva, la geopolitica recita bene ma applica a intermittenza X X C’è sempre un certo fascino nei vertici internazionali: lessico raffinato, intenzioni nobili, applausi distribuiti con misura. Si parla per verbi impersonali,  “bisogna”, “si deve”, “non è possibile restare in silenzio”, formule eleganti che hanno il pregio di non disturbare nessuno. Perché, in fondo, non chiamano mai davvero qualcuno a rispondere. Il problema è che il mondo, mentre si declamano principi, ha già cambiato copione. Le regole internazionali che oggi si invocano con tono solenne hanno iniziato a incrinarsi da tempo. Già con l’annessione della Crimea, e poi con l’invasione dell’Ucraina, il manuale della convivenza globale è stato riscritto senza troppi riguardi per le note a margine. E mentre accadeva, l’Organizzazione delle Nazioni Unite osservava con la compostezza di chi, più che arbitrare, annota. Si dice, giustamente, che l’Onu sia uno strumento prezioso, a patto che funzioni. Verità inattaccabile. Un po’ come sostenere che il paracadute è utile, purché si apra. Si richiama poi il principio di autodeterminazione: ogni popolo deve risolvere i propri problemi. Argomento lineare, quasi impeccabile. Ma nella pratica internazionale questo principio assomiglia spesso a un elastico: si tende o si allenta secondo convenienza. Vale molto in teoria, un po’ meno quando entra in collisione con interessi più robusti. Ed eccoci al nodo: nessuna guerra è giustificabile. E tuttavia alcune vengono condannate con fervore, altre comprese con finezza, altre ancora tollerate con una certa discrezione diplomatica. Non è il diritto a cambiare: è lo sguardo di chi lo interpreta. Una morale selettiva che finisce per indebolire proprio ciò che pretende di difendere. Si afferma anche che nessuno dovrebbe imporre regole ad altri. Enunciazione nobile, quasi ovvia. Ma il sistema internazionale continua a somigliare a un tavolo dove le regole si discutono… soprattutto tra chi possiede il mazzo. Quanto ai messaggi improvvisi che agitano il mondo, si può anche ironizzare: le crisi globali raramente nascono da una frase scritta in fretta. Piuttosto, quelle frasi servono da eco, talvolta maleducata, ma sincera,  di tensioni già radicate. Infine, si invoca un cambiamento di comportamento, un rinnovato attivismo, una governance più efficace. Appelli che tornano con la regolarità delle stagioni. Con una differenza: le stagioni cambiano davvero, gli equilibri internazionali molto meno. In conclusione, i discorsi restano impeccabili. A Barcellona, a Bruxelles e ovunque si riunisca il coro delle buone intenzioni. La realtà, però, continua a fare il solista. E allora forse il punto non è scrivere regole migliori, né declamarle con maggiore convinzione. È avere il coraggio, meno elegante ma più raro, di accorgersi quando vengono ignorate. Perché le regole non saltano quando si infrangono: quello è il loro destino. Saltano quando si finge, con impeccabile stile, che siano ancora in piedi. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Tra principi impeccabili e memoria selettiva, la geopolitica recita bene ma applica a intermittenza

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C’è sempre un certo fascino nei vertici internazionali: lessico raffinato, intenzioni nobili, applausi distribuiti con misura. Si parla per verbi impersonali,  “bisogna”, “si deve”, “non è possibile restare in silenzio”, formule eleganti che hanno il pregio di non disturbare nessuno. Perché, in fondo, non chiamano mai davvero qualcuno a rispondere.

Il problema è che il mondo, mentre si declamano principi, ha già cambiato copione.

Le regole internazionali che oggi si invocano con tono solenne hanno iniziato a incrinarsi da tempo. Già con l’annessione della Crimea, e poi con l’invasione dell’Ucraina, il manuale della convivenza globale è stato riscritto senza troppi riguardi per le note a margine. E mentre accadeva, l’Organizzazione delle Nazioni Unite osservava con la compostezza di chi, più che arbitrare, annota.

Si dice, giustamente, che l’Onu sia uno strumento prezioso, a patto che funzioni. Verità inattaccabile. Un po’ come sostenere che il paracadute è utile, purché si apra.

Si richiama poi il principio di autodeterminazione: ogni popolo deve risolvere i propri problemi. Argomento lineare, quasi impeccabile. Ma nella pratica internazionale questo principio assomiglia spesso a un elastico: si tende o si allenta secondo convenienza. Vale molto in teoria, un po’ meno quando entra in collisione con interessi più robusti.

Ed eccoci al nodo: nessuna guerra è giustificabile. E tuttavia alcune vengono condannate con fervore, altre comprese con finezza, altre ancora tollerate con una certa discrezione diplomatica. Non è il diritto a cambiare: è lo sguardo di chi lo interpreta. Una morale selettiva che finisce per indebolire proprio ciò che pretende di difendere.

Si afferma anche che nessuno dovrebbe imporre regole ad altri. Enunciazione nobile, quasi ovvia. Ma il sistema internazionale continua a somigliare a un tavolo dove le regole si discutono… soprattutto tra chi possiede il mazzo.

Quanto ai messaggi improvvisi che agitano il mondo, si può anche ironizzare: le crisi globali raramente nascono da una frase scritta in fretta. Piuttosto, quelle frasi servono da eco, talvolta maleducata, ma sincera,  di tensioni già radicate.

Infine, si invoca un cambiamento di comportamento, un rinnovato attivismo, una governance più efficace. Appelli che tornano con la regolarità delle stagioni. Con una differenza: le stagioni cambiano davvero, gli equilibri internazionali molto meno.

In conclusione, i discorsi restano impeccabili. A Barcellona, a Bruxelles e ovunque si riunisca il coro delle buone intenzioni. La realtà, però, continua a fare il solista.

E allora forse il punto non è scrivere regole migliori, né declamarle con maggiore convinzione. È avere il coraggio, meno elegante ma più raro, di accorgersi quando vengono ignorate. Perché le regole non saltano quando si infrangono: quello è il loro destino. Saltano quando si finge, con impeccabile stile, che siano ancora in piedi.

Giuseppe Arnò

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Trump sa quel che fa (e finge di non saperlo) https://lagazzetta-online.com/trump-sa-quel-che-fa-e-finge-di-non-saperlo/ https://lagazzetta-online.com/trump-sa-quel-che-fa-e-finge-di-non-saperlo/#respond Sat, 18 Apr 2026 02:34:12 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=19202 Manuale semiserio per capire perché il caos, talvolta, è solo una strategia con i capelli spettinati C’è una scena che si ripete, quasi rituale. Donald Trump dice qualcosa, metà mondo sobbalza, l’altra metà ride, e tutti, ma proprio tutti, concludono: “È impazzito”. Errore. Classico errore da spettatori della domenica. Perché nel frattempo, mentre noi analizziamo la punteggiatura dei suoi tweet, lui scrive lettere a Xi Jinping per dissuaderlo dall’armare l’Iran e contemporaneamente usa il caos energetico globale come leva negoziale. E mentre qualcuno ride del tono, qualcun altro, ben più pragmatico, conta le petroliere. Il teatrino delle dichiarazioni (e il retropalco) “Nulla contro il Papa, ma ho diritto di non essere d’accordo”. Perfetto. “Nulla contro Trump, ma ho diritto di non essere d’accordo”. Perfetto bis. E così il mondo gira, tra dichiarazioni reciproche e diplomazie parallele. I giornali raccontano incrinature, retroscena, gelo. Ma i rapporti veri, quelli che contano, si misurano altrove: nei flussi di energia, nelle rotte navali, nei silenzi più che nelle conferenze stampa. Nel nostro precedente esercizio di realismo ricordavamo una banalità dimenticata: criticare una guerra è facile; capirla è faticoso. E spesso impopolare. Oggi aggiungiamo un dettaglio: le guerre moderne non si combattono più per conquistare territori, ma per piegare dipendenze. Petrolio, Dragoni e altre creature mitologiche C’è una frase, apparentemente semplice, che Trump ripete con una certa insistenza: gli Stati Uniti non hanno bisogno di petrolio come altri. Traduzione: l’America può permettersi il lusso della pressione; la Cina no. Non è un’opinione da talk show. È una leva geopolitica. Nel mezzo della crisi, Washington ha persino spinto i Paesi colpiti a comprare energia americana, trasformando una guerra in un’opportunità commerciale e strategica. E mentre Pechino si muove con cautela, cercando di proteggere i propri interessi energetici senza esporsi troppo, qualcuno continua a pensare che tutto questo sia improvvisazione. Il metodo Trump: caos controllato All’occhio ingenuo sembra incoerenza: promette pace e si ritrova nel mezzo di tensioni globali; predica “America First” e poi gioca su scacchiere lontane. Ma il punto è proprio questo: il caos non è un effetto collaterale, è lo strumento. Colpire indirettamente, Iran, Venezuela, rotte energetiche, significa parlare alla Cina senza nominarla. È una strategia vecchia quanto il mondo, solo aggiornata: meno trincee, più pipeline. E chi si aspetta linearità da un giocatore che cambia tavolo ogni cinque minuti, probabilmente sta guardando la partita sbagliata. Gli alleati, gli amici e le illusioni Noi europei, sempre pronti a dare lezioni, restiamo nel mezzo, con una certezza scomoda: se non ci fidiamo della Cina, e non siamo abbastanza forti da fare da soli, l’alternativa è una sola. Gli Stati Uniti. Non per amore, ma per necessità. E qui conviene essere onesti: non è amicizia, è convergenza di interessi. Come qualcuno ha scritto con disarmante lucidità: se l’unica cosa che avete in comune sono i nemici, non si chiama amicizia. Si chiama alleanza. Conclusione (con inchino montanelliano) Alla fine resta la saggezza popolare, quella che non passa mai di moda: i matti fanno i fatti. E forse il punto è proprio questo: Trump non è irrazionale. È semplicemente allergico alla razionalità che piace agli altri. Il che, in politica internazionale, è spesso un vantaggio. Montanelli, se fosse qui, probabilmente alzerebbe un sopracciglio e direbbe: “Non fidatevi di chi sembra troppo serio: di solito non sta facendo niente. Gli altri, almeno, qualcosa combinano.” Ecco. Trump combina. Il problema è capire cosa, prima di decidere se. Giuseppe Arnò Foto by Canva *

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Manuale semiserio per capire perché il caos, talvolta, è solo una strategia con i capelli spettinati


C’è una scena che si ripete, quasi rituale. Donald Trump dice qualcosa, metà mondo sobbalza, l’altra metà ride, e tutti, ma proprio tutti, concludono: “È impazzito”.

Errore. Classico errore da spettatori della domenica.

Perché nel frattempo, mentre noi analizziamo la punteggiatura dei suoi tweet, lui scrive lettere a Xi Jinping per dissuaderlo dall’armare l’Iran e contemporaneamente usa il caos energetico globale come leva negoziale.
E mentre qualcuno ride del tono, qualcun altro, ben più pragmatico, conta le petroliere.

Il teatrino delle dichiarazioni (e il retropalco)

“Nulla contro il Papa, ma ho diritto di non essere d’accordo”.
Perfetto.

“Nulla contro Trump, ma ho diritto di non essere d’accordo”.
Perfetto bis.

E così il mondo gira, tra dichiarazioni reciproche e diplomazie parallele. I giornali raccontano incrinature, retroscena, gelo. Ma i rapporti veri, quelli che contano, si misurano altrove: nei flussi di energia, nelle rotte navali, nei silenzi più che nelle conferenze stampa.

Nel nostro precedente esercizio di realismo ricordavamo una banalità dimenticata: criticare una guerra è facile; capirla è faticoso. E spesso impopolare.

Oggi aggiungiamo un dettaglio: le guerre moderne non si combattono più per conquistare territori, ma per piegare dipendenze.

Petrolio, Dragoni e altre creature mitologiche

C’è una frase, apparentemente semplice, che Trump ripete con una certa insistenza: gli Stati Uniti non hanno bisogno di petrolio come altri.

Traduzione: l’America può permettersi il lusso della pressione; la Cina no.

Non è un’opinione da talk show. È una leva geopolitica.
Nel mezzo della crisi, Washington ha persino spinto i Paesi colpiti a comprare energia americana, trasformando una guerra in un’opportunità commerciale e strategica.

E mentre Pechino si muove con cautela, cercando di proteggere i propri interessi energetici senza esporsi troppo, qualcuno continua a pensare che tutto questo sia improvvisazione.

Il metodo Trump: caos controllato

All’occhio ingenuo sembra incoerenza:
promette pace e si ritrova nel mezzo di tensioni globali;
predica “America First” e poi gioca su scacchiere lontane.

Ma il punto è proprio questo: il caos non è un effetto collaterale, è lo strumento.

Colpire indirettamente, Iran, Venezuela, rotte energetiche, significa parlare alla Cina senza nominarla.
È una strategia vecchia quanto il mondo, solo aggiornata: meno trincee, più pipeline.

E chi si aspetta linearità da un giocatore che cambia tavolo ogni cinque minuti, probabilmente sta guardando la partita sbagliata.

Gli alleati, gli amici e le illusioni

Noi europei, sempre pronti a dare lezioni, restiamo nel mezzo, con una certezza scomoda:
se non ci fidiamo della Cina, e non siamo abbastanza forti da fare da soli, l’alternativa è una sola.

Gli Stati Uniti.

Non per amore, ma per necessità.
E qui conviene essere onesti: non è amicizia, è convergenza di interessi.

Come qualcuno ha scritto con disarmante lucidità:
se l’unica cosa che avete in comune sono i nemici, non si chiama amicizia. Si chiama alleanza.

Conclusione (con inchino montanelliano)

Alla fine resta la saggezza popolare, quella che non passa mai di moda:
i matti fanno i fatti.

E forse il punto è proprio questo:
Trump non è irrazionale. È semplicemente allergico alla razionalità che piace agli altri.

Il che, in politica internazionale, è spesso un vantaggio.

Montanelli, se fosse qui, probabilmente alzerebbe un sopracciglio e direbbe:
“Non fidatevi di chi sembra troppo serio: di solito non sta facendo niente. Gli altri, almeno, qualcosa combinano.”

Ecco. Trump combina.
Il problema è capire cosa, prima di decidere se.

Giuseppe Arnò

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Pacifisti da tastiera e generali da salotto https://lagazzetta-online.com/pacifisti-da-tastiera-e-generali-da-salotto/ https://lagazzetta-online.com/pacifisti-da-tastiera-e-generali-da-salotto/#comments Fri, 17 Apr 2026 03:27:09 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=19198 Condannare le guerre è facile; capirle è difficile; risolverle è rarissimo. E intanto il mondo brucia, tra indignazioni selettive e responsabilità evitate.   “Homo homini agnus?” No, non esiste. È una bella invenzione da omelia domenicale, utile quanto un ombrello bucato sotto il monsone. L’uomo, semmai, resta quello descritto da Thomas Hobbes: homo homini lupus. E non per cattiveria gratuita, ma per un cocktail antico di paura, interesse e potere. Dalla Guerra di Troia al sito di Jebel Sahaba, dodicimila anni fa, quando ancora non c’erano talk show ma si discuteva già a colpi di freccia, la guerra è stata una costante, non un incidente. E oggi, con la tecnologia che ci permette di litigare in tempo reale su ogni latitudine, siamo riusciti nel capolavoro: globalizzare anche il conflitto. I numeri non hanno bisogno di retorica: decine di guerre attive, centinaia di migliaia di morti, e un’umanità che commenta come allo stadio. Si fischia, si applaude, si cambia canale. Ma raramente si capisce. Perché qui sta il punto: criticare una guerra è doveroso; farlo senza conoscerne le cause è un lusso pericoloso. Oggi il bersaglio preferito sono Israele e gli Stati Uniti, con Donald Trump e Benjamin Netanyahu elevati a punching ball globali, mentre altre partite si giocano con meno telecamere e più pazienza strategica. Vladimir Putin ha trasformato la guerra in abitudine visiva: dopo un po’, anche le bombe diventano sfondo. E Xi Jinping, con l’eleganza di chi non alza mai la voce, costruisce equilibri che non fanno rumore ma pesano come macigni. Non è questione di assolvere o condannare: è questione di vedere tutto il quadro, non solo il fotogramma che ci piace. Come ricordava Malcolm X, “sbagliato è sbagliato, non importa chi lo fa”. Ma noi, più modestamente, preferiamo stabilire chi ci sta simpatico. È meno faticoso. E poi c’è l’Europa. Vecchia, saggia, elegante. E immobile. Proclama, discute, firma documenti, organizza vertici. Una sinfonia perfetta di buone intenzioni. Peccato che, nel frattempo, la storia vada avanti senza aspettare i verbali. L’Europa critica, spesso con ragione, ma agisce poco. È un arbitro senza fischietto, che ammonisce a voce bassa mentre la partita degenera. Si dirà: “Ma cosa possiamo fare noi?”. Domanda legittima, risposta scomoda: almeno smettere di essere parte del problema. Perché chi si limita a tifare, per uno o per l’altro, senza capire, senza informarsi, senza pretendere soluzioni serie, contribuisce a mantenere il conflitto nel suo habitat naturale: l’ignoranza rumorosa. Il Papa fa il suo mestiere: predica pace, invita al dialogo, ricorda che l’uomo dovrebbe essere migliore di ciò che è. Finché resta in questo perimetro, che Dio lo benedica. Quando la politica entra dalla porta, la fede spesso esce dalla finestra. E il rischio è che anche il Vangelo diventi un comunicato stampa. Intendiamoci: nessuna guerra è giusta. Ma molte sono spiegabili. E tra il capire e il giustificare c’è la stessa differenza che passa tra un medico e un complice. La verità è che il mondo non ha bisogno di altri spettatori indignati. Ha bisogno, parola ormai fuori moda, di responsabilità. Di analisi. Di coraggio nel dire ciò che non piace alla propria fazione. Perché alla fine la distinzione non è tra buoni e cattivi. È tra chi prova a capire e chi si accontenta di gridare. E, per dirla senza troppi giri di parole: il problema non è che le guerre esistano. È che continuino a trovare pubblico.   Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Condannare le guerre è facile; capirle è difficile; risolverle è rarissimo. E intanto il mondo brucia, tra indignazioni selettive e responsabilità evitate.

 

“Homo homini agnus?” No, non esiste. È una bella invenzione da omelia domenicale, utile quanto un ombrello bucato sotto il monsone. L’uomo, semmai, resta quello descritto da Thomas Hobbes: homo homini lupus. E non per cattiveria gratuita, ma per un cocktail antico di paura, interesse e potere.

Dalla Guerra di Troia al sito di Jebel Sahaba, dodicimila anni fa, quando ancora non c’erano talk show ma si discuteva già a colpi di freccia, la guerra è stata una costante, non un incidente. E oggi, con la tecnologia che ci permette di litigare in tempo reale su ogni latitudine, siamo riusciti nel capolavoro: globalizzare anche il conflitto.

I numeri non hanno bisogno di retorica: decine di guerre attive, centinaia di migliaia di morti, e un’umanità che commenta come allo stadio. Si fischia, si applaude, si cambia canale. Ma raramente si capisce.

Perché qui sta il punto: criticare una guerra è doveroso; farlo senza conoscerne le cause è un lusso pericoloso. Oggi il bersaglio preferito sono Israele e gli Stati Uniti, con Donald Trump e Benjamin Netanyahu elevati a punching ball globali, mentre altre partite si giocano con meno telecamere e più pazienza strategica.

Vladimir Putin ha trasformato la guerra in abitudine visiva: dopo un po’, anche le bombe diventano sfondo. E Xi Jinping, con l’eleganza di chi non alza mai la voce, costruisce equilibri che non fanno rumore ma pesano come macigni. Non è questione di assolvere o condannare: è questione di vedere tutto il quadro, non solo il fotogramma che ci piace.

Come ricordava Malcolm X, “sbagliato è sbagliato, non importa chi lo fa”. Ma noi, più modestamente, preferiamo stabilire chi ci sta simpatico. È meno faticoso.

E poi c’è l’Europa. Vecchia, saggia, elegante. E immobile. Proclama, discute, firma documenti, organizza vertici. Una sinfonia perfetta di buone intenzioni. Peccato che, nel frattempo, la storia vada avanti senza aspettare i verbali. L’Europa critica, spesso con ragione, ma agisce poco. È un arbitro senza fischietto, che ammonisce a voce bassa mentre la partita degenera.

Si dirà: “Ma cosa possiamo fare noi?”. Domanda legittima, risposta scomoda: almeno smettere di essere parte del problema. Perché chi si limita a tifare, per uno o per l’altro, senza capire, senza informarsi, senza pretendere soluzioni serie, contribuisce a mantenere il conflitto nel suo habitat naturale: l’ignoranza rumorosa.

Il Papa fa il suo mestiere: predica pace, invita al dialogo, ricorda che l’uomo dovrebbe essere migliore di ciò che è. Finché resta in questo perimetro, che Dio lo benedica. Quando la politica entra dalla porta, la fede spesso esce dalla finestra. E il rischio è che anche il Vangelo diventi un comunicato stampa.

Intendiamoci: nessuna guerra è giusta. Ma molte sono spiegabili. E tra il capire e il giustificare c’è la stessa differenza che passa tra un medico e un complice.

La verità è che il mondo non ha bisogno di altri spettatori indignati. Ha bisogno, parola ormai fuori moda, di responsabilità. Di analisi. Di coraggio nel dire ciò che non piace alla propria fazione.

Perché alla fine la distinzione non è tra buoni e cattivi. È tra chi prova a capire e chi si accontenta di gridare.

E, per dirla senza troppi giri di parole: il problema non è che le guerre esistano. È che continuino a trovare pubblico.

 

Giuseppe Arnò

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Novità librarie di Goffredo Palmerini https://lagazzetta-online.com/novita-librarie-di-goffredo-palmerini/ https://lagazzetta-online.com/novita-librarie-di-goffredo-palmerini/#respond Thu, 16 Apr 2026 20:46:17 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=19193   15 aprile 2026   Mario Fratti, un gigante del teatro e della cultura italiana, a New York e nel mondo     Esce in questi giorni il volume “Ricordando Mario Fratti, voci e memorie”, un libro di testimonianze sul grande drammaturgo aquilano: sarà presentato a L’Aquila il 30 aprile 2026, presso la storica Libreria Colacchi   di Goffredo Palmerini     L’AQUILA – Uscirà nei prossimi giorni il volume “Ricordando Mario Fratti, voci e memorie – Testimonianze ed interviste al grande drammaturgo aquilano” (One Group Edizioni), realizzato a cura di chi qui scrive raccogliendo testimonianze e ricordi su Mario Fratti da personalità del mondo istituzionale, accademico, teatrale e culturale, sia in Italia che all’estero. La presentazione del volume si terrà a L’Aquila il 30 aprile, alle ore 17:30, presso la storica Libreria Colacchi (Corso Vittorio Emanuele II, 5). Ricorrendo il terzo anniversario della scomparsa di Mario Fratti, la presentazione intende essere non solo un evento significativo, ma un vero e proprio tributo verso il grande drammaturgo aquilano quando L’Aquila, sua città natale è Capitale italiana della Cultura.   Queste le testimonianze presenti nel volume, che reca la Prefazione del Prof. Anthony Julian Tamburri, Preside del Calandra Institute di New York (City University New York): Paola Inverardi (Rettrice del Gran Sasso Science Institute), Pierluigi Biondi (Sindaco dell’Aquila), Biagio Tempesta (ex Sindaco dell’Aquila), Massimo Cialente (ex Sindaco dell’Aquila), Liliana Biondi (saggista e critica letteraria), Giuseppe Di Pangrazio (ex Presidente Consiglio Regionale d’Abruzzo), Stefania Pezzopane (ex Presidente Provincia dell’Aquila e Teatro Stabile d’Abruzzo), Letizia Airos Soria (New York – giornalista), Gabriele Lucci (scrittore, direttore artistico), Laura Benedetti (Washington – docente Georgetown University), Franco Narducci (attore e regista teatrale), Josephine Buscaglia Maietta (New York – docente), Mino Sferra (attore e regista), Mariza Bafile (New York – giornalista e scrittrice), Lucilla Sergiacomo (scrittrice e critica letteraria), Roberta Gargano (Teatro Stabile d’Abruzzo, giornalista), Stefano Vaccara (New York – giornalista), Valentina Fratti (New York – regista teatrale), Rosemary Serra (docente Università di Trieste), Tiziano Bedetti (compositore), Giovanna Chiarilli (giornalista e scrittrice), Emanuela Medoro (già docente e traduttrice), Maria Fosco (New York – dirigente Queens College), Monia Manzo (attrice e saggista), Silvia Giampaola (addetta culturale Maeci, attrice), Marisa Mastracci (attrice e regista teatrale), Milena Petrarca (artista), Joseph Sciame (New York – già docente St. John’s University), Pasqualina Petrarca (docente e giornalista), Giulia Bisinella (New York – attrice), Lucia Patrizio Gunning (Londra, docente), Laura Caparrotti (New York – regista e attrice), Laura Lamberti (New York – attrice), Margherita Peluso (attrice), Piero Picozzi (New York – promoter), Sara Morante (Berlino – attrice).   Mario Fratti (L’Aquila, 5 luglio 1927 – New York, 15 aprile 2023) è stato uno dei più importanti drammaturghi italiani del Novecento e del nuovo millennio, una figura che ha saputo conquistare la scena mondiale con una voce unica: europea nelle radici, americana nel ritmo, universale nella visione morale. Autore di oltre novanta opere, tradotte in ventuno lingue e rappresentate in più di seicento teatri nei cinque continenti, Fratti è stato anche critico teatrale, professore universitario, intellettuale cosmopolita, punto di riferimento della comunità culturale italoamericana. La sua fama internazionale è testimoniata da una costellazione di riconoscimenti: sette Tony Award – premio che nel teatro equivale all’Oscar del cinema – otto Drama Desk Awards, il Selezione O’Neill, il Richard Rogers, l’Outer Critics Award, l’Heritage and Culture Award, il Magna Grecia Award ed altri.   Nato a L’Aquila, laureato in Lingue e Letterature a Ca’ Foscari di Venezia, Fratti inizia come giornalista, poeta e drammaturgo. Anche un romanzo nei primi anni Cinquanta, ma pubblicato però solo nel 2013 – Diario proibito,- L’Aquila anni Quaranta (Graus Edizioni) – per la durezza degli argomenti trattati, ambientato tra la fine del regime fascista e primi anni dell’Italia liberata. Il suo primo dramma, Il nastro (1959), vince un premio RAI ma non viene trasmesso per la crudezza del tema. La svolta arriva nel 1962. Al Festival dei Due Mondi, a Spoleto, il suo atto unico Suicidio colpisce Lee Strasberg, il leggendario direttore dell’Actors Studio. Strasberg lo invita a New York, lo dirige, lo introduce nell’ambiente teatrale più innovativo del mondo.   Nel 1963 Fratti si trasferisce stabilmente nella Grande Mela. Insegna due anni alla Columbia University e poi all’Hunter College della City University di New York. Diventa critico teatrale, frequenta i luoghi nevralgici della cultura newyorkese, e soprattutto scrive instancabilmente drammi e commedie. “Azione, chiarezza, conflitto ben risolto”, così sintetizza la sua drammaturgia.   Fratti diventa subito un “caso” singolare negli Stati Uniti, si impone subito come uno straordinario ponte tra due mondi. Analizzando le sue opere Paul Thomas Nolan, docente e critico, ha definito la sua carriera un unicum. Fratti è riuscito dove altri giganti europei – da Brecht a Sartre, per esempio – non erano riusciti: fondere la tradizione drammatica europea con la società americana, creando un linguaggio nuovo, diretto, incisivo, capace di parlare ad entrambi i continenti. Fratti ha portato infatti negli Stati Uniti non solo il suo straordinario talento di autore teatrale, ma anche umanità, curiosità, indignazione morale, tolleranza, qualità e sensibilità che gli hanno permesso di leggere l’America dall’interno, senza rinunciare allo sguardo critico dell’intellettuale europeo.   La sua scrittura è asciutta, tagliente, priva di orpelli: una drammaturgia dell’azione, nutrita da una forte tensione etica. Nei suoi testi emergono fortemente la denuncia politica e sociale, il disagio profondo della società americana, la critica alle responsabilità del potere e, soprattutto, l’imprevedibilità, una costante delle sue opere, cifra della sua drammaturgia. Harold Pinter, Premio Nobel per la Letteratura, drammaturgo inglese che certo non regalava complimenti, definì il dramma Cecità “sintetico ed eloquente”. È forse la definizione più precisa dello stile drammaturgico di Fratti.   Il nome di Fratti è legato anche a uno dei musical più celebri della storia recente, uno dei grandi successi a Broadway: Nine, ispirato a 8½ di Fellini. Il musical debutta nel 1982, resta due anni di fila in teatro, vince il Tony Award, viene prodotto più volte negli States fino al celebre revival con Antonio Banderas. È la prova definitiva della sua capacità di trasformare la materia cinematografica europea in un

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15 aprile 2026

 

Mario Fratti, un gigante del teatro e della cultura italiana, a New York e nel mondo

Mario Fratti

 

 

Esce in questi giorni il volume “Ricordando Mario Fratti, voci e memorie”, un libro di testimonianze sul grande drammaturgo aquilano: sarà presentato a L’Aquila il 30 aprile 2026, presso la storica Libreria Colacchi

 

di Goffredo Palmerini

 

 

L’AQUILA – Uscirà nei prossimi giorni il volume “Ricordando Mario Fratti, voci e memorie – Testimonianze ed interviste al grande drammaturgo aquilano” (One Group Edizioni), realizzato a cura di chi qui scrive raccogliendo testimonianze e ricordi su Mario Fratti da personalità del mondo istituzionale, accademico, teatrale e culturale, sia in Italia che all’estero. La presentazione del volume si terrà a L’Aquila il 30 aprile, alle ore 17:30, presso la storica Libreria Colacchi (Corso Vittorio Emanuele II, 5). Ricorrendo il terzo anniversario della scomparsa di Mario Fratti, la presentazione intende essere non solo un evento significativo, ma un vero e proprio tributo verso il grande drammaturgo aquilano quando L’Aquila, sua città natale è Capitale italiana della Cultura.

 

Queste le testimonianze presenti nel volume, che reca la Prefazione del Prof. Anthony Julian Tamburri, Preside del Calandra Institute di New York (City University New York): Paola Inverardi (Rettrice del Gran Sasso Science Institute), Pierluigi Biondi (Sindaco dell’Aquila), Biagio Tempesta (ex Sindaco dell’Aquila), Massimo Cialente (ex Sindaco dell’Aquila), Liliana Biondi (saggista e critica letteraria), Giuseppe Di Pangrazio (ex Presidente Consiglio Regionale d’Abruzzo), Stefania Pezzopane (ex Presidente Provincia dell’Aquila e Teatro Stabile d’Abruzzo), Letizia Airos Soria (New York – giornalista), Gabriele Lucci (scrittore, direttore artistico), Laura Benedetti (Washington – docente Georgetown University), Franco Narducci (attore e regista teatrale), Josephine Buscaglia Maietta (New York – docente), Mino Sferra (attore e regista), Mariza Bafile (New York – giornalista e scrittrice), Lucilla Sergiacomo (scrittrice e critica letteraria), Roberta Gargano (Teatro Stabile d’Abruzzo, giornalista), Stefano Vaccara (New York – giornalista), Valentina Fratti (New York – regista teatrale), Rosemary Serra (docente Università di Trieste), Tiziano Bedetti (compositore), Giovanna Chiarilli (giornalista e scrittrice), Emanuela Medoro (già docente e traduttrice), Maria Fosco (New York – dirigente Queens College), Monia Manzo (attrice e saggista), Silvia Giampaola (addetta culturale Maeci, attrice), Marisa Mastracci (attrice e regista teatrale), Milena Petrarca (artista), Joseph Sciame (New York – già docente St. John’s University), Pasqualina Petrarca (docente e giornalista), Giulia Bisinella (New York – attrice), Lucia Patrizio Gunning (Londra, docente), Laura Caparrotti (New York – regista e attrice), Laura Lamberti (New York – attrice), Margherita Peluso (attrice), Piero Picozzi (New York – promoter), Sara Morante (Berlino – attrice).

 

Mario Fratti (L’Aquila, 5 luglio 1927 – New York, 15 aprile 2023) è stato uno dei più importanti drammaturghi italiani del Novecento e del nuovo millennio, una figura che ha saputo conquistare la scena mondiale con una voce unica: europea nelle radici, americana nel ritmo, universale nella visione morale. Autore di oltre novanta opere, tradotte in ventuno lingue e rappresentate in più di seicento teatri nei cinque continenti, Fratti è stato anche critico teatrale, professore universitario, intellettuale cosmopolita, punto di riferimento della comunità culturale italoamericana. La sua fama internazionale è testimoniata da una costellazione di riconoscimenti: sette Tony Award – premio che nel teatro equivale all’Oscar del cinema – otto Drama Desk Awards, il Selezione O’Neill, il Richard Rogers, l’Outer Critics Award, l’Heritage and Culture Award, il Magna Grecia Award ed altri.

 

Nato a L’Aquila, laureato in Lingue e Letterature a Ca’ Foscari di Venezia, Fratti inizia come giornalista, poeta e drammaturgo. Anche un romanzo nei primi anni Cinquanta, ma pubblicato però solo nel 2013 – Diario proibito,- L’Aquila anni Quaranta (Graus Edizioni) – per la durezza degli argomenti trattati, ambientato tra la fine del regime fascista e primi anni dell’Italia liberata. Il suo primo dramma, Il nastro (1959), vince un premio RAI ma non viene trasmesso per la crudezza del tema. La svolta arriva nel 1962. Al Festival dei Due Mondi, a Spoleto, il suo atto unico Suicidio colpisce Lee Strasberg, il leggendario direttore dell’Actors Studio. Strasberg lo invita a New York, lo dirige, lo introduce nell’ambiente teatrale più innovativo del mondo.

 

Nel 1963 Fratti si trasferisce stabilmente nella Grande Mela. Insegna due anni alla Columbia University e poi all’Hunter College della City University di New York. Diventa critico teatrale, frequenta i luoghi nevralgici della cultura newyorkese, e soprattutto scrive instancabilmente drammi e commedie. “Azione, chiarezza, conflitto ben risolto”, così sintetizza la sua drammaturgia.

 

Fratti diventa subito un “caso” singolare negli Stati Uniti, si impone subito come uno straordinario ponte tra due mondi. Analizzando le sue opere Paul Thomas Nolan, docente e critico, ha definito la sua carriera un unicum. Fratti è riuscito dove altri giganti europei – da Brecht a Sartre, per esempio – non erano riusciti: fondere la tradizione drammatica europea con la società americana, creando un linguaggio nuovo, diretto, incisivo, capace di parlare ad entrambi i continenti. Fratti ha portato infatti negli Stati Uniti non solo il suo straordinario talento di autore teatrale, ma anche umanità, curiosità, indignazione morale, tolleranza, qualità e sensibilità che gli hanno permesso di leggere l’America dall’interno, senza rinunciare allo sguardo critico dell’intellettuale europeo.

 

La sua scrittura è asciutta, tagliente, priva di orpelli: una drammaturgia dell’azione, nutrita da una forte tensione etica. Nei suoi testi emergono fortemente la denuncia politica e sociale, il disagio profondo della società americana, la critica alle responsabilità del potere e, soprattutto, l’imprevedibilità, una costante delle sue opere, cifra della sua drammaturgia. Harold Pinter, Premio Nobel per la Letteratura, drammaturgo inglese che certo non regalava complimenti, definì il dramma Cecità “sintetico ed eloquente”. È forse la definizione più precisa dello stile drammaturgico di Fratti.

 

Il nome di Fratti è legato anche a uno dei musical più celebri della storia recente, uno dei grandi successi a Broadway: Nine, ispirato a di Fellini. Il musical debutta nel 1982, resta due anni di fila in teatro, vince il Tony Award, viene prodotto più volte negli States fino al celebre revival con Antonio Banderas. È la prova definitiva della sua capacità di trasformare la materia cinematografica europea in un linguaggio teatrale americano di enorme presa. Il musical ha poi avuto diverse fortunate produzioni anche fuori degli Stati Uniti.

 

Nonostante il successo planetario, Fratti ha tuttavia conservato una semplicità schietta, una disponibilità umana che colpiva chiunque lo incontrasse, uno spiccato senso della solidarietà. E un forte attaccamento alla sua terra natale. Ha sempre dichiarato con orgoglio la sua origine: “Sono nato all’Aquila”, ripeteva in ogni intervista, in ogni conferenza, in ogni teatro del mondo. È stato davvero un ambasciatore della cultura italiana negli Stati Uniti, protagonista in ogni evento del mondo culturale nella Grande Mela.

 

La critica internazionale lo colloca accanto ai grandi del teatro del Novecento: Arthur Miller, Tennessee Williams, Pirandello, Betti, Ionesco. Jean Servato scrisse che Fratti è un “testimone attento, meticoloso, inimitabile del suo tempo, nel cuore del ciclone America”. La sua produzione drammaturgica continua ad essere rappresentata, studiata, tradotta. La sua figura rimane un ponte tra Italia e Stati Uniti, tra L’Aquila e New York, tra la tradizione e la modernità. La sua opera letteraria si distingue per la forte connotazione etica e civile, per la scelta della difesa degli svantaggiati e degli ultimi nella società.

 

Quando nel 1963 parte da Venezia per New York, non pensando di restarci molto ma solo il tempo di assistere alla sua opera messa in scena da Strasberg, Fratti è un uomo gentile, con una enorme curiosità, con lo sguardo di chi ha già visto molto ma vuole ancora vedere altro. Forse non immagina neanche del tutto che quel viaggio lo condurrà nel cuore della scena teatrale mondiale, né che il suo nome, nato tra le antiche architetture del capoluogo abruzzese contornato da splendide montagne, diventerà familiare nei teatri di New York e di tutto il mondo. Eppure in lui c’è già tutto: la disciplina dello studioso, la curiosità del giornalista, la grazia del poeta, la lucidità di un autore con profondo senso della giustizia e della moralità sociale. E soprattutto la convinzione, quasi ostinata, che il teatro sia un luogo di verità.

 

L’incontro di Fratti a Spoleto con Lee Strasberg genera nel grande regista una vera e propria folgorazione, galeotto è il dramma Suicidio. Strasberg lo mette in scena a New York, vuole presente l’autore, lo invita all’Actors Studio. È l’inizio di una metamorfosi. Fratti, fino a quel momento un promettente autore italiano – ma in un’Italia e in una società non ancora pronte a recepire la forza e la crudezza della sua creatività -, diventa subito un drammaturgo internazionale. New York lo accoglie come si accolgono gli spiriti affini: all’inizio con circospezione, subito dopo con entusiasmo, infine con rispetto e grande considerazione per la sua arte drammaturgica.

 

Alla Columbia University, e poi per quasi un trentennio all’Hunter College, Fratti non è solo un docente insigne: è un maestro. Parla ai suoi studenti con la stessa limpidezza con cui scrive. Non impone, suggerisce. Non pontifica, accompagna. La sua lezione più importante è sempre la stessa: “Il teatro è azione. La parola deve camminare.” E lui, quelle parole, le fa correre. La sua scrittura è uno sguardo morale. La sua drammaturgia è un bisturi: taglia, incide, rivela. Fratti osserva l’America con l’attenzione di un antropologo e la sensibilità di un europeo cresciuto tra la guerra e la ricostruzione. Nei suoi testi c’è la denuncia politica, la fragilità umana, l’ironia sottile, la compassione. Non giudica: mostra. Non urla: suggerisce. Non consola: inquieta.

 

Con il musical Nine, tratto dalla sua commedia Six Passionate Women, conquista Broadway. È il trionfo, ma Fratti non cambia. Continua a scrivere ogni giorno, con la stessa disciplina di sempre, seduto alla sua scrivania nella bella casa di Manhattan, circondato da libri, opere d’arte, cineserie, poster e locandine delle sue opere, ritagli di giornale, lettere, fotografie. Chi lo ha conosciuto ricorda soprattutto la sua gentilezza. La sua ironia lieve. La sua capacità di ascoltare. Il suo amore per L’Aquila, che portava con sé come un talismano. Ne parlava sempre in pubblico, in ogni evento, in ogni intervista. Era un modo per restare ancorato alla sua origine, per non dimenticare da dove veniva la sua voce.

 

Fratti è stato un portentoso ambasciatore dell’immenso patrimonio culturale italiano. Lo ha presentato e promosso dovunque: università, musei, centri culturali, radio, televisioni, e teatri naturalmente. Ha costruito ponti, aperto dialoghi, sostenuto giovani artisti. Ha raccontato l’Italia con affetto e lucidità. Ha portato l’America dentro il teatro europeo, con uno sguardo che nessun altro aveva: interno e insieme distaccato, partecipe e critico, affettuoso e severo. Oggi, la sua opera continua a vivere: nei teatri, nelle università, nelle biblioteche, nelle memorie di chi lo ha incontrato. Ma soprattutto vive nella sua lezione più grande: il teatro è un atto di verità, e la verità non ha confini.

 

Mario Fratti ha attraversato l’oceano con una valigia di idee e con il rilevante scrigno di sensibilità umanistica proprio della cultura italiana ed europea. Ha lasciato un continente e ne ha conquistato un altro. E alla fine, come accade ai grandi, è tornato a casa. Non fisicamente, ma nella memoria della sua città, della sua terra, della sua gente. Il suo nome, oggi, appartiene al mondo. Ma la sua voce resta profondamente, irrimediabilmente aquilana, anche se la sua eco è universale.

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A Rio va in scena l’Italia migliore: il Made in Italy come racconto di identità, genio e futuro https://lagazzetta-online.com/a-rio-va-in-scena-litalia-migliore-il-made-in-italy-come-racconto-di-identita-genio-e-futuro/ https://lagazzetta-online.com/a-rio-va-in-scena-litalia-migliore-il-made-in-italy-come-racconto-di-identita-genio-e-futuro/#comments Thu, 16 Apr 2026 06:11:31 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=19156 Al Consolato Generale una serata di prestigio tra istituzioni, cultura, impresa e sapori: il Premio ItaliaNoRio celebra il legame sempre vivo tra Italia e Brasile x Rio de Janeiro, nel tiepido crepuscolo del 15 aprile, ha indossato per una sera i colori dell’Italia più autentica. Non quella delle cartoline o dei cliché di maniera, ma l’Italia del talento, dell’ingegno e della bellezza concreta: quella che sa trasformare il lavoro in cultura, la tradizione in innovazione e la memoria in progetto. Non poteva esservi data più simbolica per celebrare tale vocazione: il 15 aprile, anniversario della nascita di Leonardo da Vinci, emblema assoluto del genio creativo italiano. È in questa ricorrenza che si celebra la Giornata nazionale del Made in Italy, istituita per riconoscere il valore non soltanto economico, ma anche sociale, culturale e identitario delle nostre eccellenze. Ed è stato proprio questo spirito a trovare degna espressione presso il Consolato Generale d’Italia a Rio de Janeiro, che, in collaborazione con la Camera Italo-Brasiliana di Commercio e Industria, ha saputo dare vita a una serata di alto profilo istituzionale e culturale, unendo alla celebrazione della ricorrenza il conferimento del Premio ItaliaNoRio. Il riconoscimento, nato per omaggiare personalità, imprese e istituzioni distintesi nel rafforzamento delle relazioni culturali, sociali ed economiche tra Italia e Brasile, ha rappresentato il fulcro di un evento che ha posto al centro i valori dell’innovazione, delle competenze giovanili e dell’identità italiana. I discorsi istituzionali del Vice Console Marco Graziosi e della Presidente della Camera Italo-Brasiliana di Commercio e Industria, Dott.ssa Renata Novotny, hanno saputo interpretare con equilibrio e visione il significato più profondo della serata: non una semplice celebrazione formale, ma il riconoscimento di un patrimonio vivo, capace di proiettarsi nel futuro senza smarrire le proprie radici. L’evento, iniziato alle ore 18 e protrattosi fino a tarda sera, ha visto la partecipazione di un pubblico numeroso e selezionato: esponenti del mondo istituzionale, dell’industria, della cultura, dell’arte, dello spettacolo e della gastronomia, oltre ai vincitori dei premi e ai loro familiari. Un contesto raffinato, impreziosito da una organizzazione impeccabile, resa possibile dall’eccellente lavoro dello staff coordinato dal Dott. Flavio Cenciarelli, cui va il merito di aver garantito fluidità, eleganza e perfetta armonia allo svolgimento della manifestazione. A dare il tono conviviale della serata, un prelibato rinfresco italiano, particolarmente gradito nel mite pomeriggio carioca, ha favorito momenti di fraternizzazione tra gli ospiti, seguito da degustazioni di specialità della cucina italiana e regionale calabrese, ulteriore testimonianza di una tradizione gastronomica che continua a essere uno dei più nobili ambasciatori del nostro Paese nel mondo. Il Polo Culturale ItaliaNoRio ha accolto l’evento con sobria eleganza, confermandosi sempre più come punto di riferimento per la comunità italiana e per tutti coloro che guardano  come luogo di cultura, gusto e civiltà. Presenti le rappresentanze imprenditoriali: Andrea Taddei, country manager di ITA Airway e Mario Girasole VP Tim, nonché associative della collettività italiana in Brasile: l’ASIB, con il presidente avv. Giuseppe Arnò, e il CONI Brasile, rappresentato dal delegato Alfredo Apicella, segno ulteriore della rilevanza dell’iniziativa.  Di particolare interesse, inoltre, la comunicazione relativa al futuro trasferimento della sede della Camera di Commercio e Industria presso il plesso consolare, una volta conclusi i lavori edilizi, a suggellare una collaborazione istituzionale sempre più stretta. In tempi in cui il mondo sembra talvolta compiacersi del disordine, serate come questa restituiscono una verità semplice e spesso dimenticata: l’identità non è nostalgia, ma una disciplina del presente. Il Made in Italy non vive soltanto nei numeri dell’export o nei registri delle imprese; vive in una certa maniera di fare le cose, di rifinirle, di non consegnarle al mondo finché non abbiano raggiunto quella soglia invisibile che separa il buono dall’eccellente. È il culto del dettaglio, la pazienza dell’artigiano, l’intelligenza dell’industriale, il gusto dell’artista e, non di rado, anche l’ostinazione tutta italiana di voler dimostrare che il bello, quando è fatto bene, sa essere utile e duraturo. A Rio de Janeiro, in questa serata di aprile, l’Italia non ha semplicemente celebrato sé stessa: ha ricordato ai propri figli, ai discendenti e agli amici del nostro Paese che una nazione continua a esistere davvero solo quando sa ancora riconoscersi nei propri valori. Il resto passa. Resta invece ciò che gli italiani, da Leonardo in poi, hanno sempre saputo fare meglio: lasciare un segno. E, senza falsa modestia, quando quel segno porta il nome dell’Italia, il mondo se ne accorge sempre. Giuseppe Arnò   Seguono alcune foto dell´evento *                        

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Al Consolato Generale una serata di prestigio tra istituzioni, cultura, impresa e sapori: il Premio ItaliaNoRio celebra il legame sempre vivo tra Italia e Brasile

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Rio de Janeiro, nel tiepido crepuscolo del 15 aprile, ha indossato per una sera i colori dell’Italia più autentica. Non quella delle cartoline o dei cliché di maniera, ma l’Italia del talento, dell’ingegno e della bellezza concreta: quella che sa trasformare il lavoro in cultura, la tradizione in innovazione e la memoria in progetto.

Non poteva esservi data più simbolica per celebrare tale vocazione: il 15 aprile, anniversario della nascita di Leonardo da Vinci, emblema assoluto del genio creativo italiano. È in questa ricorrenza che si celebra la Giornata nazionale del Made in Italy, istituita per riconoscere il valore non soltanto economico, ma anche sociale, culturale e identitario delle nostre eccellenze.

Ed è stato proprio questo spirito a trovare degna espressione presso il Consolato Generale d’Italia a Rio de Janeiro, che, in collaborazione con la Camera Italo-Brasiliana di Commercio e Industria, ha saputo dare vita a una serata di alto profilo istituzionale e culturale, unendo alla celebrazione della ricorrenza il conferimento del Premio ItaliaNoRio.

Il riconoscimento, nato per omaggiare personalità, imprese e istituzioni distintesi nel rafforzamento delle relazioni culturali, sociali ed economiche tra Italia e Brasile, ha rappresentato il fulcro di un evento che ha posto al centro i valori dell’innovazione, delle competenze giovanili e dell’identità italiana.

I discorsi istituzionali del Vice Console Marco Graziosi e della Presidente della Camera Italo-Brasiliana di Commercio e Industria, Dott.ssa Renata Novotny, hanno saputo interpretare con equilibrio e visione il significato più profondo della serata: non una semplice celebrazione formale, ma il riconoscimento di un patrimonio vivo, capace di proiettarsi nel futuro senza smarrire le proprie radici.

L’evento, iniziato alle ore 18 e protrattosi fino a tarda sera, ha visto la partecipazione di un pubblico numeroso e selezionato: esponenti del mondo istituzionale, dell’industria, della cultura, dell’arte, dello spettacolo e della gastronomia, oltre ai vincitori dei premi e ai loro familiari.

Un contesto raffinato, impreziosito da una organizzazione impeccabile, resa possibile dall’eccellente lavoro dello staff coordinato dal Dott. Flavio Cenciarelli, cui va il merito di aver garantito fluidità, eleganza e perfetta armonia allo svolgimento della manifestazione.

A dare il tono conviviale della serata, un prelibato rinfresco italiano, particolarmente gradito nel mite pomeriggio carioca, ha favorito momenti di fraternizzazione tra gli ospiti, seguito da degustazioni di specialità della cucina italiana e regionale calabrese, ulteriore testimonianza di una tradizione gastronomica che continua a essere uno dei più nobili ambasciatori del nostro Paese nel mondo.

Il Polo Culturale ItaliaNoRio ha accolto l’evento con sobria eleganza, confermandosi sempre più come punto di riferimento per la comunità italiana e per tutti coloro che guardano  come luogo di cultura, gusto e civiltà.

Presenti le rappresentanze imprenditoriali: Andrea Taddei, country manager di ITA Airway e Mario Girasole VP Tim, nonché associative della collettività italiana in Brasile: l’ASIB, con il presidente avv. Giuseppe Arnò, e il CONI Brasile, rappresentato dal delegato Alfredo Apicella, segno ulteriore della rilevanza dell’iniziativa. 

Di particolare interesse, inoltre, la comunicazione relativa al futuro trasferimento della sede della Camera di Commercio e Industria presso il plesso consolare, una volta conclusi i lavori edilizi, a suggellare una collaborazione istituzionale sempre più stretta.

In tempi in cui il mondo sembra talvolta compiacersi del disordine, serate come questa restituiscono una verità semplice e spesso dimenticata: l’identità non è nostalgia, ma una disciplina del presente.

Il Made in Italy non vive soltanto nei numeri dell’export o nei registri delle imprese; vive in una certa maniera di fare le cose, di rifinirle, di non consegnarle al mondo finché non abbiano raggiunto quella soglia invisibile che separa il buono dall’eccellente.

È il culto del dettaglio, la pazienza dell’artigiano, l’intelligenza dell’industriale, il gusto dell’artista e, non di rado, anche l’ostinazione tutta italiana di voler dimostrare che il bello, quando è fatto bene, sa essere utile e duraturo.

A Rio de Janeiro, in questa serata di aprile, l’Italia non ha semplicemente celebrato sé stessa: ha ricordato ai propri figli, ai discendenti e agli amici del nostro Paese che una nazione continua a esistere davvero solo quando sa ancora riconoscersi nei propri valori.

Il resto passa.

Resta invece ciò che gli italiani, da Leonardo in poi, hanno sempre saputo fare meglio: lasciare un segno.

E, senza falsa modestia, quando quel segno porta il nome dell’Italia, il mondo se ne accorge sempre.

Giuseppe Arnò

 

Seguono alcune foto dell´evento
*

Il Vice Console Dott. Marco Graziosi

 

Il presidente della Camera Italo-Brasiliana di Commercio e Industria, Dott.ssa Renata Novotny

 

A Giovanni Mannarino il premio “Giovane Talento”

 

La ONG “Il sorriso dei miei bimbi” riceve il premio “Educazione e Impatto sociale”

 

Sostenibilità e Innovazione Industriale – Premiato il Centro di Monitoraggio Ambientale Ternium

 

Il Dott. Marco Lucchesi riceve il premio “Cultura”

 

A Silvio Podda il premio “Gastronomia”.  A dx il Dott. Flavio Cenciarelli, coordinatore amministrativo del Consolato

 

Alberto Griselli riceve il premio “Imprenditorialità e Commercio Bilaterale”

 

Il premio Partenariato pubblico-privato (PPP) va al Dott. Alessandro Lombardi

 

Il Premio speciale ” Jean Guagni Dei Marcovaldi ” alla Famiglia Leta

 

Alcuni componenti della famiglia Leta felici per la premiazione

 

I premiati – foto di gruppo

 

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L’amico americano e il dispiacere dell’imprevisto https://lagazzetta-online.com/lamico-americano-e-il-dispiacere-dellimprevisto/ https://lagazzetta-online.com/lamico-americano-e-il-dispiacere-dellimprevisto/#comments Tue, 14 Apr 2026 20:44:39 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=19153 Trump, Meloni, il Papa e la solita fabbrica delle interpretazioni: quando una crepa diventa, per mestiere, un terremoto X x In politica, il dissenso non dovrebbe scandalizzare nessuno. Eppure basta una frase, un sopracciglio alzato, una presa di posizione non perfettamente allineata, perché il coro degli esegeti di giornata si precipiti a decretare crisi, rotture, svolte epocali e tramonti di civiltà. È accaduto ancora. Donald Trump ha manifestato il proprio rammarico per le parole del Papa e per la posizione assunta da Giorgia Meloni. Tanto è bastato perché i laboratori della polemica si mettessero all’opera con zelo quasi industriale: chi parla di strappo, chi di gelo diplomatico, chi addirittura di mutazione genetica della premier italiana. La realtà, come spesso accade, è assai meno romanzesca. Meloni ha detto ciò che pensava, pubblicamente e senza troppe circonlocuzioni. Non è obbligata a far coincidere il proprio pensiero con quello dell’alleato americano, e anzi il contrario sarebbe motivo di ben altra preoccupazione. L’amicizia politica non è servitù volontaria, né l’alleanza è un contratto di silenzio. Qui sta il primo equivoco di una certa narrativa mediatica: scambiare ogni divergenza per una resa dei conti. Una rondine non fa primavera. E una divergenza non fa una rivoluzione geopolitica. Trump, da parte sua, ha reagito più da uomo che da stratega. Vi è in questa sua risposta qualcosa di profondamente umano: la sorpresa, forse la delusione, di chi si attendeva consonanza e ha trovato invece una voce autonoma. Nulla di scandaloso. Semmai, nulla di nuovo. Ma il mestiere di certa stampa è ormai quello di trasformare ogni crepa in voragine, ogni attrito in dramma, ogni frase in un serial a puntate. Noi, fortunatamente, non abbiamo copie da vendere a colpi di titoli isterici, né fondi pubblici da giustificare, né padroni di redazione cui rendere omaggio. Questo ci concede il privilegio, oggi quasi rivoluzionario, di scrivere ciò che pensiamo. Non siamo a libro paga di nessuno. E la libertà, quando non è stipendio, diventa giudizio. L’opposizione, naturalmente, applaude alla presa di posizione della presidente del Consiglio. Applauso legittimo, per carità. Ma qui torna utile la saggezza antica, che spesso comprendeva gli uomini meglio dei moderni analisti da salotto: timeo Danaos et dona ferentes. Temo i Greci anche quando portano doni. Perché gli applausi dell’avversario, in politica, sono spesso il modo più elegante di suggerire una divisione, di accarezzare una crepa, di soffiare sulla brace di una presunta distanza. Chi vuol capire, intenda. Il resto è il solito teatro: commentatori in cerca di un titolo, oppositori in cerca di un varco, tifoserie in cerca di conferme. Noi, più sobriamente, prendiamo atto del fatto. Trump si è risentito. Meloni ha parlato da capo di governo. Il Papa ha detto ciò che un Papa deve dire. Fine della notizia. Tutto il resto è letteratura da retrobottega. E qui, se Montanelli fosse ancora tra noi, forse chiuderebbe con una delle sue frasi taglienti, di quelle che sembrano carezze e invece lasciano il segno: in politica non fanno rumore i fatti, ma le fantasie costruite intorno ai fatti. La vera notizia, in fondo, non è la delusione di Trump. È lo stupore di chi ancora si sorprende che, in politica, anche gli amici pensino. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Trump, Meloni, il Papa e la solita fabbrica delle interpretazioni: quando una crepa diventa, per mestiere, un terremoto

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In politica, il dissenso non dovrebbe scandalizzare nessuno.
Eppure basta una frase, un sopracciglio alzato, una presa di posizione non perfettamente allineata, perché il coro degli esegeti di giornata si precipiti a decretare crisi, rotture, svolte epocali e tramonti di civiltà.

È accaduto ancora.

Donald Trump ha manifestato il proprio rammarico per le parole del Papa e per la posizione assunta da Giorgia Meloni. Tanto è bastato perché i laboratori della polemica si mettessero all’opera con zelo quasi industriale: chi parla di strappo, chi di gelo diplomatico, chi addirittura di mutazione genetica della premier italiana.

La realtà, come spesso accade, è assai meno romanzesca.

Meloni ha detto ciò che pensava, pubblicamente e senza troppe circonlocuzioni. Non è obbligata a far coincidere il proprio pensiero con quello dell’alleato americano, e anzi il contrario sarebbe motivo di ben altra preoccupazione. L’amicizia politica non è servitù volontaria, né l’alleanza è un contratto di silenzio.

Qui sta il primo equivoco di una certa narrativa mediatica: scambiare ogni divergenza per una resa dei conti.

Una rondine non fa primavera.
E una divergenza non fa una rivoluzione geopolitica.

Trump, da parte sua, ha reagito più da uomo che da stratega.
Vi è in questa sua risposta qualcosa di profondamente umano: la sorpresa, forse la delusione, di chi si attendeva consonanza e ha trovato invece una voce autonoma.

Nulla di scandaloso.
Semmai, nulla di nuovo.

Ma il mestiere di certa stampa è ormai quello di trasformare ogni crepa in voragine, ogni attrito in dramma, ogni frase in un serial a puntate.

Noi, fortunatamente, non abbiamo copie da vendere a colpi di titoli isterici, né fondi pubblici da giustificare, né padroni di redazione cui rendere omaggio.

Questo ci concede il privilegio, oggi quasi rivoluzionario, di scrivere ciò che pensiamo.

Non siamo a libro paga di nessuno.
E la libertà, quando non è stipendio, diventa giudizio.

L’opposizione, naturalmente, applaude alla presa di posizione della presidente del Consiglio.
Applauso legittimo, per carità.

Ma qui torna utile la saggezza antica, che spesso comprendeva gli uomini meglio dei moderni analisti da salotto:

timeo Danaos et dona ferentes.

Temo i Greci anche quando portano doni.

Perché gli applausi dell’avversario, in politica, sono spesso il modo più elegante di suggerire una divisione, di accarezzare una crepa, di soffiare sulla brace di una presunta distanza.

Chi vuol capire, intenda.

Il resto è il solito teatro: commentatori in cerca di un titolo, oppositori in cerca di un varco, tifoserie in cerca di conferme.

Noi, più sobriamente, prendiamo atto del fatto.

Trump si è risentito.
Meloni ha parlato da capo di governo.
Il Papa ha detto ciò che un Papa deve dire.

Fine della notizia.

Tutto il resto è letteratura da retrobottega.

E qui, se Montanelli fosse ancora tra noi, forse chiuderebbe con una delle sue frasi taglienti, di quelle che sembrano carezze e invece lasciano il segno:

in politica non fanno rumore i fatti, ma le fantasie costruite intorno ai fatti.

La vera notizia, in fondo, non è la delusione di Trump.

È lo stupore di chi ancora si sorprende che, in politica, anche gli amici pensino.

Giuseppe Arnò

*

Foto by Canva

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NY – Sanità, innovazione ed etica https://lagazzetta-online.com/ny-sanita-innovazione-ed-etica/ https://lagazzetta-online.com/ny-sanita-innovazione-ed-etica/#respond Tue, 14 Apr 2026 01:39:01 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=19147 COMUNICATO STAMPA   Sanità, innovazione ed etica: al Consolato Generale d’Italia a New York il dialogo Italia–USA per costruire modelli sanitari più umani e sostenibili” New York, 13 aprile 2026 – Si terrà presso il Consolato Generale d’Italia a New York il convegno internazionale “Ethics, Innovation, Care: The Italy–USA Dialogue for a More Human-Centered Healthcare System”, promosso dagli Intergruppi parlamentari “Progetto Italia (lavori pubblici, edilizia e urbanistica)”, presieduto dall’On. Erica Mazzetti, e “Sanità e Ripresa”, presieduto dall’On. Simona Loizzo, con il coinvolgimento di autorevoli rappresentanti istituzionali, accademici e del mondo sanitario italiano e statunitense. L’iniziativa nasce dalla volontà congiunta dei due Intergruppi di promuovere un dialogo strutturato tra Italia e Stati Uniti sui grandi temi della sanità, con l’obiettivo di mettere al centro la persona e il valore della cura nella sua dimensione più umana, senza trascurare la sostenibilità dei modelli sanitari, anche sotto il profilo economico e organizzativo. Il convegno si inserisce nell’ambito di una più ampia missione istituzionale negli Stati Uniti, finalizzata a rafforzare il dialogo bilaterale sui temi strategici della sanità, dell’innovazione tecnologica e dei modelli organizzativi orientati alla centralità della persona. Ad aprire i lavori sarà il Console Generale d’Italia a New York, Giuseppe Pastorelli. Nel corso della sessione iniziale saranno trasmessi i saluti istituzionali, in collegamento video, del Ministro della Salute del Governo italiano, On. Orazio Schillaci. Interverrà inoltre, sempre da remoto, Don Marco Belladelli, Coordinatore della Pontificia Commissione per le attività del settore sanitario delle persone giuridiche pubbliche della Chiesa. I lavori del convegno saranno coordinati dall’Ing. Alessandro Astorino, Segretario Generale degli Intergruppi parlamentari promotori. La sessione inaugurale vedrà la partecipazione dell’On. Erica Mazzetti, Presidente dell’Intergruppo parlamentare Progetto Italia, e del Prof. Vittorio De Pedys, Presidente di SIMEST S.p.A., a testimonianza del ruolo strategico dell’internazionalizzazione e degli investimenti nel settore sanitario. Tra i relatori, esponenti di primo piano del panorama internazionale, tra cui Tino Ruta (CEO Knights Care LLC), Massimo Mangini (Presidente Mangini Group), Marc Zimmet (CEO Zimmet Healthcare), Ken Kitatani (ICEED Governance Officer), Tanya Enigk (Vice President CCORisk Management) e Alessandro Salatino (Dana-Farber Cancer Institute – Harvard Medical School). Il convegno si propone di approfondire il confronto tra i sistemi sanitari italiano e statunitense, con particolare attenzione alla sanità per gli anziani, all’innovazione digitale, ai modelli sostenibili di gestione sanitaria e alle nuove frontiere della medicina di precisione. Centrale il tema della “umanizzazione della cura”, in linea con le più recenti evoluzioni normative e con una visione che pone la persona al centro dei percorsi di assistenza. A concludere i lavori sarà Mons. Hilary Franco, Advisor della Missione Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, a testimonianza della rilevanza etica e internazionale dell’iniziativa. Il convegno rappresenta un’importante occasione di dialogo tra istituzioni, imprese e mondo accademico, con l’obiettivo di costruire modelli di cooperazione capaci di coniugare innovazione, sostenibilità – anche economica – e attenzione alla dignità della persona. Per informazioni stampa:Jennifer Adriana LaDelfaU.S. Lead – Diplomatic Advisor, Multilateral Affairs & Cross-Cultural Communications StrategistCell. +1 (917) 887-3458 LA SEGRETERIA Intergruppo Parlamentare Progetto Italia Lavori pubblici, edilizia e urbanistica

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COMUNICATO STAMPA

 

Sanità, innovazione ed etica: al Consolato Generale d’Italia a New York il dialogo Italia–USA per costruire modelli sanitari più umani e sostenibili”

New York, 13 aprile 2026 – Si terrà presso il Consolato Generale d’Italia a New York il convegno internazionale “Ethics, Innovation, Care: The Italy–USA Dialogue for a More Human-Centered Healthcare System”, promosso dagli Intergruppi parlamentari “Progetto Italia (lavori pubblici, edilizia e urbanistica)”, presieduto dall’On. Erica Mazzetti, e “Sanità e Ripresa”, presieduto dall’On. Simona Loizzo, con il coinvolgimento di autorevoli rappresentanti istituzionali, accademici e del mondo sanitario italiano e statunitense.

L’iniziativa nasce dalla volontà congiunta dei due Intergruppi di promuovere un dialogo strutturato tra Italia e Stati Uniti sui grandi temi della sanità, con l’obiettivo di mettere al centro la persona e il valore della cura nella sua dimensione più umana, senza trascurare la sostenibilità dei modelli sanitari, anche sotto il profilo economico e organizzativo.

Il convegno si inserisce nell’ambito di una più ampia missione istituzionale negli Stati Uniti, finalizzata a rafforzare il dialogo bilaterale sui temi strategici della sanità, dell’innovazione tecnologica e dei modelli organizzativi orientati alla centralità della persona.

Ad aprire i lavori sarà il Console Generale d’Italia a New York, Giuseppe Pastorelli. Nel corso della sessione iniziale saranno trasmessi i saluti istituzionali, in collegamento video, del Ministro della Salute del Governo italiano, On. Orazio Schillaci. Interverrà inoltre, sempre da remoto, Don Marco Belladelli, Coordinatore della Pontificia Commissione per le attività del settore sanitario delle persone giuridiche pubbliche della Chiesa.

I lavori del convegno saranno coordinati dall’Ing. Alessandro Astorino, Segretario Generale degli Intergruppi parlamentari promotori.

La sessione inaugurale vedrà la partecipazione dell’On. Erica Mazzetti, Presidente dell’Intergruppo parlamentare Progetto Italia, e del Prof. Vittorio De Pedys, Presidente di SIMEST S.p.A., a testimonianza del ruolo strategico dell’internazionalizzazione e degli investimenti nel settore sanitario.

Tra i relatori, esponenti di primo piano del panorama internazionale, tra cui Tino Ruta (CEO Knights Care LLC), Massimo Mangini (Presidente Mangini Group), Marc Zimmet (CEO Zimmet Healthcare), Ken Kitatani (ICEED Governance Officer), Tanya Enigk (Vice President CCORisk Management) e Alessandro Salatino (Dana-Farber Cancer Institute – Harvard Medical School).

Il convegno si propone di approfondire il confronto tra i sistemi sanitari italiano e statunitense, con particolare attenzione alla sanità per gli anziani, all’innovazione digitale, ai modelli sostenibili di gestione sanitaria e alle nuove frontiere della medicina di precisione. Centrale il tema della “umanizzazione della cura”, in linea con le più recenti evoluzioni normative e con una visione che pone la persona al centro dei percorsi di assistenza.

A concludere i lavori sarà Mons. Hilary Franco, Advisor della Missione Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, a testimonianza della rilevanza etica e internazionale dell’iniziativa.

Il convegno rappresenta un’importante occasione di dialogo tra istituzioni, imprese e mondo accademico, con l’obiettivo di costruire modelli di cooperazione capaci di coniugare innovazione, sostenibilità – anche economica – e attenzione alla dignità della persona.

Per informazioni stampa:
Jennifer Adriana LaDelfa
U.S. Lead – Diplomatic Advisor, Multilateral Affairs & Cross-Cultural Communications Strategist
Cell. +1 (917) 887-3458

LA SEGRETERIA
Intergruppo Parlamentare
Progetto Italia
Lavori pubblici, edilizia e urbanistica

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Diario semiserio del 13 aprile: quando la storia si traveste da farsa e la politica da operetta https://lagazzetta-online.com/diario-semiserio-del-13-aprile-quando-la-storia-si-traveste-da-farsa-e-la-politica-da-operetta/ https://lagazzetta-online.com/diario-semiserio-del-13-aprile-quando-la-storia-si-traveste-da-farsa-e-la-politica-da-operetta/#respond Mon, 13 Apr 2026 22:27:47 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=19144 Da Budapest a Washington, passando per il nostro teatrino nazionale: cronaca ironica di una giornata in cui le urne parlano, i leader strepitano e le teste restano, ostinatamente, il male più difficile da curare. Il 13 aprile del 2026 si consegna al taccuino con la solita eleganza dei giorni moderni: un misto di tragedia annunciata, commedia involontaria e quel gusto da avanspettacolo che la politica contemporanea riesce a offrire con generosa continuità. Iniziamo dall’Ungheria, dove il responso delle urne ha avuto la cortesia della chiarezza, virtù ormai rara nel continente. Tre destre in Parlamento e nessuna sinistra. Un risultato così netto da sembrare quasi scortese verso i raffinati analisti da salotto e i think tank domestici della sinistra italiana, che da settimane preparavano il consueto repertorio: “il popolo ha finalmente capito”, “l’Europa cambia verso”, “l’onda democratica è partita”. È partita, sì, ma nella direzione opposta. Il nuovo Parlamento di Budapest sarà composto da Tisza, Fidesz e Mi Hazánk: centrodestra, destra storica e destra estrema. Della sinistra, nessuna traccia, salvo forse qualche eco nei corridoi delle redazioni occidentali, dove si continua a confondere il desiderio con la realtà. La vera notizia non è soltanto la caduta di Viktor Orbán dopo sedici anni di dominio, ma la maniera in cui è avvenuta: Peter Magyar ha conquistato 138 seggi su 199, una maggioranza da manuale di diritto costituzionale, sufficiente per governare, riformare e,  volendo, riscrivere perfino le virgole della Carta. In breve, gli ungheresi hanno cambiato cavallo, ma non scuderia.Un dettaglio che, da noi, molti fingono di non notare. Poi c’è il capitolo Leone–Trump, che meriterebbe da solo una commedia in tre atti. Dice il proverbio: scherza con i fanti, ma lascia stare i santi. Saggezza popolare, sempre valida, salvo quando i santi decidono di indossare, per accidente o per vocazione, l’armatura di San Giorgio. A quel punto è quasi inevitabile che il Tycoon d’oltreoceano estragga la spada verbale e si lanci nella tenzone. E così, mentre il Vaticano parla il linguaggio della morale universale, Washington risponde con quello assai più concreto delle leve economiche e geopolitiche. Perché, dietro le increspature diplomatiche, resta un fatto che pesa più di molte omelie: la Chiesa americana è una superpotenza finanziaria, e gli Stati Uniti continuano a essere il primo contributore dell’Obolo di San Pietro. Tradotto dal latino diplomatico: quando si alza la tensione fra Casa Bianca e Vaticano, non tremano solo gli altari, ma anche i registri contabili. Quanto al dossier iraniano, la giornata ci consegna l’ennesima lezione di realismo internazionale: Vance non vince. Teheran, pur ferita, mostra la calma di chi sa di avere in mano una carta che vale più di molte dichiarazioni ufficiali: il controllo, o anche solo la minaccia credibile di interdizione, di uno dei passaggi marittimi più sensibili del pianeta. L’Iran può attendere.Washington, molto meno. È la vecchia legge della diplomazia: chi ha fretta negozia male. Chi può aspettare, spesso detta il prezzo. E Vance si è ritrovato a gestire un dossier tecnico, militare e strategico con la stessa serenità di chi tenta di spegnere un incendio con una pompetta da giardino. Poi, come sempre, c’è casa nostra, che più che una patria sembra un palcoscenico stabile. Poche novità, in verità. Il consueto tran tran, il solito rosario di dichiarazioni indignate, le stesse facce, gli stessi toni, le stesse pose da rivoluzionari da salotto. Qualche irriducibile contras sinistroide brinda alla sconfitta di Orbán come se, al suo posto, fosse stato eletto il fantasma di Stalin in versione riformista. Intanto gli “Antifa” si riscaldano, minacciano il caos e promettono paura a chi non la pensa come loro. Il Partito Democratico tenta di bloccare l’evento dei Patrioti; Salvini risponde parlando di “metodi da fascisti”. E qui l’ironia supera la penna: nel 2026 siamo ancora fermi alle caricature del Novecento, come attori stanchi che continuano a recitare la stessa scena davanti a una platea ormai distratta. Più che politica, pare teatro di provincia.Più che ideologia, una tragicommedia da avanspettacolo. E veniamo al finale, che è poi la vera nota di diario. L’Europa sembra oggi avere due malati conclamati: uno a Bruxelles, l’altro in Italia. Il primo soffre di burocrazia cronica; il secondo di febbre ideologica intermittente. Ma il vero inghippo, caro lettore, è sempre lo stesso:curare il corpo è relativamente semplice; curare le teste, quasi impossibile. Perché le nazioni, come gli uomini, raramente muoiono di malattie fisiche. Più spesso soccombono alle proprie illusioni. E di illusioni, in questo lunedì d’aprile, se ne sono viste abbastanza da riempire un intero reparto. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Da Budapest a Washington, passando per il nostro teatrino nazionale: cronaca ironica di una giornata in cui le urne parlano, i leader strepitano e le teste restano, ostinatamente, il male più difficile da curare.

Il 13 aprile del 2026 si consegna al taccuino con la solita eleganza dei giorni moderni: un misto di tragedia annunciata, commedia involontaria e quel gusto da avanspettacolo che la politica contemporanea riesce a offrire con generosa continuità.

Iniziamo dall’Ungheria, dove il responso delle urne ha avuto la cortesia della chiarezza, virtù ormai rara nel continente. Tre destre in Parlamento e nessuna sinistra. Un risultato così netto da sembrare quasi scortese verso i raffinati analisti da salotto e i think tank domestici della sinistra italiana, che da settimane preparavano il consueto repertorio: “il popolo ha finalmente capito”, “l’Europa cambia verso”, “l’onda democratica è partita”.

È partita, sì, ma nella direzione opposta.

Il nuovo Parlamento di Budapest sarà composto da Tisza, Fidesz e Mi Hazánk: centrodestra, destra storica e destra estrema. Della sinistra, nessuna traccia, salvo forse qualche eco nei corridoi delle redazioni occidentali, dove si continua a confondere il desiderio con la realtà.

La vera notizia non è soltanto la caduta di Viktor Orbán dopo sedici anni di dominio, ma la maniera in cui è avvenuta: Peter Magyar ha conquistato 138 seggi su 199, una maggioranza da manuale di diritto costituzionale, sufficiente per governare, riformare e,  volendo, riscrivere perfino le virgole della Carta.

In breve, gli ungheresi hanno cambiato cavallo, ma non scuderia.
Un dettaglio che, da noi, molti fingono di non notare.

Poi c’è il capitolo Leone–Trump, che meriterebbe da solo una commedia in tre atti.

Dice il proverbio: scherza con i fanti, ma lascia stare i santi. Saggezza popolare, sempre valida, salvo quando i santi decidono di indossare, per accidente o per vocazione, l’armatura di San Giorgio. A quel punto è quasi inevitabile che il Tycoon d’oltreoceano estragga la spada verbale e si lanci nella tenzone.

E così, mentre il Vaticano parla il linguaggio della morale universale, Washington risponde con quello assai più concreto delle leve economiche e geopolitiche. Perché, dietro le increspature diplomatiche, resta un fatto che pesa più di molte omelie: la Chiesa americana è una superpotenza finanziaria, e gli Stati Uniti continuano a essere il primo contributore dell’Obolo di San Pietro.

Tradotto dal latino diplomatico: quando si alza la tensione fra Casa Bianca e Vaticano, non tremano solo gli altari, ma anche i registri contabili.

Quanto al dossier iraniano, la giornata ci consegna l’ennesima lezione di realismo internazionale: Vance non vince.

Teheran, pur ferita, mostra la calma di chi sa di avere in mano una carta che vale più di molte dichiarazioni ufficiali: il controllo, o anche solo la minaccia credibile di interdizione, di uno dei passaggi marittimi più sensibili del pianeta.

L’Iran può attendere.
Washington, molto meno.

È la vecchia legge della diplomazia: chi ha fretta negozia male. Chi può aspettare, spesso detta il prezzo. E Vance si è ritrovato a gestire un dossier tecnico, militare e strategico con la stessa serenità di chi tenta di spegnere un incendio con una pompetta da giardino.

Poi, come sempre, c’è casa nostra, che più che una patria sembra un palcoscenico stabile.

Poche novità, in verità. Il consueto tran tran, il solito rosario di dichiarazioni indignate, le stesse facce, gli stessi toni, le stesse pose da rivoluzionari da salotto.

Qualche irriducibile contras sinistroide brinda alla sconfitta di Orbán come se, al suo posto, fosse stato eletto il fantasma di Stalin in versione riformista. Intanto gli “Antifa” si riscaldano, minacciano il caos e promettono paura a chi non la pensa come loro.

Il Partito Democratico tenta di bloccare l’evento dei Patrioti; Salvini risponde parlando di “metodi da fascisti”.

E qui l’ironia supera la penna: nel 2026 siamo ancora fermi alle caricature del Novecento, come attori stanchi che continuano a recitare la stessa scena davanti a una platea ormai distratta.

Più che politica, pare teatro di provincia.
Più che ideologia, una tragicommedia da avanspettacolo.

E veniamo al finale, che è poi la vera nota di diario.

L’Europa sembra oggi avere due malati conclamati: uno a Bruxelles, l’altro in Italia. Il primo soffre di burocrazia cronica; il secondo di febbre ideologica intermittente.

Ma il vero inghippo, caro lettore, è sempre lo stesso:
curare il corpo è relativamente semplice; curare le teste, quasi impossibile.

Perché le nazioni, come gli uomini, raramente muoiono di malattie fisiche. Più spesso soccombono alle proprie illusioni.

E di illusioni, in questo lunedì d’aprile, se ne sono viste abbastanza da riempire un intero reparto.

Giuseppe Arnò

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Foto by Canva

The post Diario semiserio del 13 aprile: quando la storia si traveste da farsa e la politica da operetta appeared first on Rivista La Gazzetta.

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