Opinioni Archives - Rivista La Gazzetta https://lagazzetta-online.com/category/opinioni/ Portale di Notizie Sat, 14 Feb 2026 17:41:30 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9 https://lagazzetta-online.com/wp-content/uploads/2021/10/logo-1-150x90.png Opinioni Archives - Rivista La Gazzetta https://lagazzetta-online.com/category/opinioni/ 32 32 L’Europa tra frizioni, certificati e fine dell’ordine scontato https://lagazzetta-online.com/leuropa-tra-frizioni-certificati-e-fine-dellordine-scontato/ https://lagazzetta-online.com/leuropa-tra-frizioni-certificati-e-fine-dellordine-scontato/#respond Sat, 14 Feb 2026 17:41:30 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18883 Dalle passioni referendarie ai venti di Monaco: il tempo delle scuse è finito, quello delle scelte è cominciato C’è qualcosa di pedagogico nell’attualità di questi giorni: ci ricorda che nulla è scontato. Né i sondaggi, né le alleanze, né le virtù civili. Panta rei, dicevano i greci. E noi, più modestamente, lo scopriamo ogni mattina aprendo i giornali. Sul fronte referendario, il magistrato Nicola Gratteri riesce nell’impresa di allontanare gli indecisi. Non è cosa da poco: in un Paese dove l’indecisione è spesso lo sport nazionale, scuoterla significa incidere. L’illustre giurista Antonio Baldassarre, 85 anni, curriculum che attraversa Consulta e Rai, lo stima ma osserva che forse, in questa occasione, “gli è slittata la frizione”. Traduzione elegante: la passione ha preso il volante. Noi continuiamo ad apprezzare Gratteri, ma le parole, specie se pubbliche, non sono coriandoli. E quando volano troppo in alto, qualcuno a destra ringrazia e incassa. A Ravenna, intanto, alcuni medici sono indagati con l’ipotesi di aver “alleggerito” certificati per evitare l’ingresso di migranti irregolari nei CPR. Siamo alle ipotesi di reato, dunque molta prudenza. Ma la scena è già politica: una parte difende a spada tratta, l’altra grida allo scandalo organizzato. In mezzo resta una domanda semplice e scomoda: la legge è uno strumento elastico o una regola comune? Se diventa opzionale, la civiltà giuridica si trasforma in opinione. Sul caso Moretti, con verifiche patrimoniali a Crans-Montana e richieste di chiarezza sugli immobili acquistati, non c’è spazio per ironie. Le vittime sono oltre quaranta, i lesionati pure. Qui il diritto deve essere chirurgico, non retorico. Le discrepanze, se esistono, vanno accertate; i risarcimenti, garantiti. La giustizia non è vendetta, ma nemmeno un labirinto per esperti. E poi Monaco. Alla Conferenza sulla Sicurezza, il segretario di Stato americano Marco Rubio annuncia che il vecchio ordine è finito. L’era post-1945? Archiviata. Le alleanze? Da ripensare. Il cancelliere Friedrich Merz risponde con realismo: gli Stati Uniti non sono abbastanza potenti da agire da soli; l’Europa deve rafforzarsi, ma senza rompere con Washington. Tradotto: l’ombrello atlantico non è più automatico, e la pioggia non aspetta. Siamo in un’epoca di rottura, non di transizione. L’autonomia economica e militare europea non è un vezzo intellettuale, ma una necessità strategica. Servono visione comune, valori condivisi, interessi chiariti. E soprattutto rapidità. Perché la storia non manda promemoria. Tra una frizione e una frattura geopolitica, almeno lo sport ci consola: il medagliere cresce e, per qualche ora, ci ricorda che competere con disciplina produce risultati. Anche la premier Giorgia Meloni, intervenendo all’Assemblea dell’Unione Africana ad Addis Abeba, rivendica un’Italia rispettata e responsabile. Bene. La credibilità internazionale si costruisce così: presenza, continuità, affidabilità. Resta il punto. Abbiamo più disgrazie che grazie. E accusare gli altri è sport antico quanto inutile. Epitteto lo aveva già spiegato meglio di noi: accusare sé stessi è l’inizio della comprensione; non accusare né sé né gli altri è saggezza. L’Europa, se vuole rinascere, deve smettere di cercare colpevoli e cominciare a cercare soluzioni. Perché reinventarsi non è un lusso: è l’unico modo per non diventare una nota a piè di pagina della storia. E la storia, si sa, non fa sconti,  neppure agli indecisi. Giuseppe Arnò

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Dalle passioni referendarie ai venti di Monaco: il tempo delle scuse è finito, quello delle scelte è cominciato

C’è qualcosa di pedagogico nell’attualità di questi giorni: ci ricorda che nulla è scontato. Né i sondaggi, né le alleanze, né le virtù civili. Panta rei, dicevano i greci. E noi, più modestamente, lo scopriamo ogni mattina aprendo i giornali.

Sul fronte referendario, il magistrato Nicola Gratteri riesce nell’impresa di allontanare gli indecisi. Non è cosa da poco: in un Paese dove l’indecisione è spesso lo sport nazionale, scuoterla significa incidere. L’illustre giurista Antonio Baldassarre, 85 anni, curriculum che attraversa Consulta e Rai, lo stima ma osserva che forse, in questa occasione, “gli è slittata la frizione”. Traduzione elegante: la passione ha preso il volante. Noi continuiamo ad apprezzare Gratteri, ma le parole, specie se pubbliche, non sono coriandoli. E quando volano troppo in alto, qualcuno a destra ringrazia e incassa.

A Ravenna, intanto, alcuni medici sono indagati con l’ipotesi di aver “alleggerito” certificati per evitare l’ingresso di migranti irregolari nei CPR. Siamo alle ipotesi di reato, dunque molta prudenza. Ma la scena è già politica: una parte difende a spada tratta, l’altra grida allo scandalo organizzato. In mezzo resta una domanda semplice e scomoda: la legge è uno strumento elastico o una regola comune? Se diventa opzionale, la civiltà giuridica si trasforma in opinione.

Sul caso Moretti, con verifiche patrimoniali a Crans-Montana e richieste di chiarezza sugli immobili acquistati, non c’è spazio per ironie. Le vittime sono oltre quaranta, i lesionati pure. Qui il diritto deve essere chirurgico, non retorico. Le discrepanze, se esistono, vanno accertate; i risarcimenti, garantiti. La giustizia non è vendetta, ma nemmeno un labirinto per esperti.

E poi Monaco. Alla Conferenza sulla Sicurezza, il segretario di Stato americano Marco Rubio annuncia che il vecchio ordine è finito. L’era post-1945? Archiviata. Le alleanze? Da ripensare. Il cancelliere Friedrich Merz risponde con realismo: gli Stati Uniti non sono abbastanza potenti da agire da soli; l’Europa deve rafforzarsi, ma senza rompere con Washington. Tradotto: l’ombrello atlantico non è più automatico, e la pioggia non aspetta.

Siamo in un’epoca di rottura, non di transizione. L’autonomia economica e militare europea non è un vezzo intellettuale, ma una necessità strategica. Servono visione comune, valori condivisi, interessi chiariti. E soprattutto rapidità. Perché la storia non manda promemoria.

Tra una frizione e una frattura geopolitica, almeno lo sport ci consola: il medagliere cresce e, per qualche ora, ci ricorda che competere con disciplina produce risultati. Anche la premier Giorgia Meloni, intervenendo all’Assemblea dell’Unione Africana ad Addis Abeba, rivendica un’Italia rispettata e responsabile. Bene. La credibilità internazionale si costruisce così: presenza, continuità, affidabilità.

Resta il punto. Abbiamo più disgrazie che grazie. E accusare gli altri è sport antico quanto inutile. Epitteto lo aveva già spiegato meglio di noi: accusare sé stessi è l’inizio della comprensione; non accusare né sé né gli altri è saggezza.

L’Europa, se vuole rinascere, deve smettere di cercare colpevoli e cominciare a cercare soluzioni.

Perché reinventarsi non è un lusso: è l’unico modo per non diventare una nota a piè di pagina della storia. E la storia, si sa, non fa sconti,  neppure agli indecisi.

Giuseppe Arnò

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Cuba nel mirino: ritorno alla Dottrina Monroe o nuova partita globale? https://lagazzetta-online.com/cuba-nel-mirino-ritorno-alla-dottrina-monroe-o-nuova-partita-globale/ https://lagazzetta-online.com/cuba-nel-mirino-ritorno-alla-dottrina-monroe-o-nuova-partita-globale/#respond Wed, 11 Feb 2026 22:32:26 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18869 Dalla pressione economica al confronto strategico: cosa c’è davvero dietro l’inasprimento americano contro L’Avana Se il Venezuela è stato il laboratorio, Cuba rischia di diventare il simbolo. L’eventuale dichiarazione di “minaccia straordinaria” nei confronti dell’Avana,  sul modello già utilizzato contro Caracas, non sarebbe soltanto un atto politico, ma un segnale strategico: Washington intende ristabilire un primato netto nell’emisfero occidentale. La domanda vera non è se Cuba rappresenti un pericolo militare per gli Stati Uniti. Non lo è. La domanda è un’altra: quale ruolo intende giocare l’isola nello scacchiere globale e quanto questo ruolo sia tollerabile per Washington. 1. Il ritorno della Dottrina Monroe in versione XXI secolo La Dottrina Monroe, formalizzata nel 1823, sosteneva che l’America Latina fosse zona d’influenza esclusiva degli Stati Uniti. Per decenni è rimasta un principio flessibile, evocato più che applicato. Oggi, però, assume una forma nuova. Non si tratta più di impedire sbarchi europei, ma di contenere la penetrazione sistemica di Russia, Cina e Iran nella regione. Cuba, per posizione geografica e simbolismo politico, è il punto più sensibile: a meno di 150 chilometri dalla Florida, rappresenta una presenza potenzialmente destabilizzante in termini di intelligence, cooperazione militare e narrativa anti-americana. In questo senso, l’inasprimento contro L’Avana non è solo bilaterale. È un messaggio rivolto a Pechino e Mosca: “l’emisfero occidentale resta territorio strategico americano”. 2. La variabile cinese Il fattore determinante non è l’ideologia castrista,  ormai logora,  ma la crescente influenza cinese nei Caraibi e in America Latina. Pechino ha investito in infrastrutture portuali, telecomunicazioni e credito sovrano nella regione. Cuba, in grave crisi economica, ha bisogno di capitali e tecnologia. Se l’isola diventasse un hub logistico o tecnologico legato alla Belt and Road Initiative, la questione smetterebbe di essere simbolica per diventare strategica. Washington non può permettersi,  dal suo punto di vista,  una presenza strutturata cinese a poche miglia dalle sue coste. 3. Il precedente venezuelano: regime change “soft”? L’esperienza venezuelana ha mostrato che un intervento diretto è politicamente costoso e militarmente imprevedibile. L’opzione preferita negli ultimi anni è stata quella del soffocamento economico progressivo, combinato con pressione diplomatica e sostegno a forze interne di opposizione. Un eventuale approccio analogo a Cuba punterebbe a: aumentare il costo economico della sopravvivenza del regime; favorire fratture interne nell’élite politico-militare; ottenere una transizione controllata, evitando il caos migratorio. La variabile migratoria, infatti, è centrale: ogni crisi cubana si traduce in flussi verso la Florida, con impatto diretto sulla politica interna statunitense. 4. La dimensione interna americana Non si può leggere la questione senza considerare il peso dell’elettorato cubano-americano in Florida. Storicamente sensibile alla linea dura contro L’Avana, esso influenza gli equilibri presidenziali. Una postura aggressiva contro Cuba consolida consenso in uno Stato chiave. La politica estera, talvolta, è anche politica elettorale. 5. Il rischio di un effetto boomerang Tuttavia, la strategia presenta rischi: Rafforzare la narrativa anti-americana in America Latina. Spingere Cuba ancora più decisamente verso Russia e Cina. Generare instabilità economica con conseguenze umanitarie e migratorie. L’Unione Europea, tradizionalmente favorevole al dialogo con L’Avana, potrebbe trovarsi in posizione divergente rispetto a Washington, complicando ulteriormente il quadro occidentale. 6. Cosa vuole davvero Washington? Non necessariamente un crollo spettacolare del regime. Più probabilmente, un riallineamento strategico: riduzione dei legami con potenze rivali, apertura economica controllata, maggiore permeabilità agli interessi occidentali. In altre parole: meno rivoluzione e più pragmatismo. Conclusione Cuba non è più il teatro romantico della Guerra Fredda. È un tassello di una competizione globale tra potenze. Se l’America “colpisce ancora”, lo fa non per nostalgia ideologica, ma per calcolo geopolitico. Resta da capire se la pressione produrrà apertura o irrigidimento. La storia dell’isola insegna che L’Avana sa resistere, ma sa anche adattarsi quando la sopravvivenza lo impone. Nel frattempo, i Caraibi tornano a essere ciò che non hanno mai smesso di essere: un mare piccolo, ma tremendamente strategico. Mimmo Leonetti

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Dalla pressione economica al confronto strategico: cosa c’è davvero dietro l’inasprimento americano contro L’Avana

Se il Venezuela è stato il laboratorio, Cuba rischia di diventare il simbolo. L’eventuale dichiarazione di “minaccia straordinaria” nei confronti dell’Avana,  sul modello già utilizzato contro Caracas, non sarebbe soltanto un atto politico, ma un segnale strategico: Washington intende ristabilire un primato netto nell’emisfero occidentale.

La domanda vera non è se Cuba rappresenti un pericolo militare per gli Stati Uniti. Non lo è. La domanda è un’altra: quale ruolo intende giocare l’isola nello scacchiere globale e quanto questo ruolo sia tollerabile per Washington.


1. Il ritorno della Dottrina Monroe in versione XXI secolo

La Dottrina Monroe, formalizzata nel 1823, sosteneva che l’America Latina fosse zona d’influenza esclusiva degli Stati Uniti. Per decenni è rimasta un principio flessibile, evocato più che applicato. Oggi, però, assume una forma nuova.

Non si tratta più di impedire sbarchi europei, ma di contenere la penetrazione sistemica di Russia, Cina e Iran nella regione. Cuba, per posizione geografica e simbolismo politico, è il punto più sensibile: a meno di 150 chilometri dalla Florida, rappresenta una presenza potenzialmente destabilizzante in termini di intelligence, cooperazione militare e narrativa anti-americana.

In questo senso, l’inasprimento contro L’Avana non è solo bilaterale. È un messaggio rivolto a Pechino e Mosca: “l’emisfero occidentale resta territorio strategico americano”.


2. La variabile cinese

Il fattore determinante non è l’ideologia castrista,  ormai logora,  ma la crescente influenza cinese nei Caraibi e in America Latina. Pechino ha investito in infrastrutture portuali, telecomunicazioni e credito sovrano nella regione. Cuba, in grave crisi economica, ha bisogno di capitali e tecnologia.

Se l’isola diventasse un hub logistico o tecnologico legato alla Belt and Road Initiative, la questione smetterebbe di essere simbolica per diventare strategica.

Washington non può permettersi,  dal suo punto di vista,  una presenza strutturata cinese a poche miglia dalle sue coste.


3. Il precedente venezuelano: regime change “soft”?

L’esperienza venezuelana ha mostrato che un intervento diretto è politicamente costoso e militarmente imprevedibile. L’opzione preferita negli ultimi anni è stata quella del soffocamento economico progressivo, combinato con pressione diplomatica e sostegno a forze interne di opposizione.

Un eventuale approccio analogo a Cuba punterebbe a:

  • aumentare il costo economico della sopravvivenza del regime;

  • favorire fratture interne nell’élite politico-militare;

  • ottenere una transizione controllata, evitando il caos migratorio.

La variabile migratoria, infatti, è centrale: ogni crisi cubana si traduce in flussi verso la Florida, con impatto diretto sulla politica interna statunitense.


4. La dimensione interna americana

Non si può leggere la questione senza considerare il peso dell’elettorato cubano-americano in Florida. Storicamente sensibile alla linea dura contro L’Avana, esso influenza gli equilibri presidenziali.

Una postura aggressiva contro Cuba consolida consenso in uno Stato chiave. La politica estera, talvolta, è anche politica elettorale.


5. Il rischio di un effetto boomerang

Tuttavia, la strategia presenta rischi:

  • Rafforzare la narrativa anti-americana in America Latina.

  • Spingere Cuba ancora più decisamente verso Russia e Cina.

  • Generare instabilità economica con conseguenze umanitarie e migratorie.

L’Unione Europea, tradizionalmente favorevole al dialogo con L’Avana, potrebbe trovarsi in posizione divergente rispetto a Washington, complicando ulteriormente il quadro occidentale.


6. Cosa vuole davvero Washington?

Non necessariamente un crollo spettacolare del regime. Più probabilmente, un riallineamento strategico: riduzione dei legami con potenze rivali, apertura economica controllata, maggiore permeabilità agli interessi occidentali.

In altre parole: meno rivoluzione e più pragmatismo.


Conclusione

Cuba non è più il teatro romantico della Guerra Fredda. È un tassello di una competizione globale tra potenze. Se l’America “colpisce ancora”, lo fa non per nostalgia ideologica, ma per calcolo geopolitico.

Resta da capire se la pressione produrrà apertura o irrigidimento. La storia dell’isola insegna che L’Avana sa resistere, ma sa anche adattarsi quando la sopravvivenza lo impone.

Nel frattempo, i Caraibi tornano a essere ciò che non hanno mai smesso di essere: un mare piccolo, ma tremendamente strategico.

Mimmo Leonetti

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Quando muore un fisico e il mondo resta rumoroso https://lagazzetta-online.com/quando-muore-un-fisico-e-il-mondo-resta-rumoroso/ https://lagazzetta-online.com/quando-muore-un-fisico-e-il-mondo-resta-rumoroso/#respond Mon, 09 Feb 2026 20:41:57 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18857   Zichichi, l’antimateria e le solite pietre italiane Viviamo tra cose destinate a morire, intra peritura vivimus, ricordava Seneca con l’eleganza dei classici che non avevano ancora conosciuto i talk show. Ma quando muore un uomo, aggiungeva John Donne, non si strappa una pagina dal libro: la si traduce in una lingua migliore. Oggi quella lingua, per chi sa ascoltarla, parla di fisica, di dubbi, di fede e di un certo orgoglio italiano che raramente sappiamo maneggiare con sobrietà. La fisica italiana saluta Antonino Zichichi, scomparso a 96 anni. Piange il genio e piange l’eredità: dalla fisica nucleare alla divulgazione scientifica, dal CERN all’INFN, dalla scoperta dell’antideutone a mezzo secolo di dibattito pubblico. Scienziato discusso, perché in Italia il talento che non si discute non è talento, ma indiscutibilmente eccellenza. Uno di quelli che, anche quando non convincevano, costringevano a pensare. E non è poco. Il Nobel lo ha solo sfiorato. Lui, con la schiettezza di chi non ha tempo per la falsa modestia, anni dopo disse: «Avrebbero dovuto darmelo già tre volte». Forse aveva ragione, forse no. Ma il Nobel, si sa, è una creatura sensibile agli equilibri geopolitici, alle mode scientifiche e alle correnti di corridoio. Zichichi resta comunque tra i massimi fisici del suo tempo, stimato e riconosciuto ben oltre i nostri confini, che sono sempre stati più stretti nella testa che sulle mappe. In patria, invece, gli toccò anche l’onore effimero della politica. Rosario Crocetta, allora presidente della Regione Siciliana, lo volle assessore ai Beni culturali e poi lo liquidò con una battuta memorabile: «Non se ne poteva più, bisognava lavorare e invece parlava di raggi cosmici». Come dire: colpa grave, in Sicilia, parlare di stelle quando ti chiedono di contare le pietre. Forse, suggerì Crocetta, sarebbe stato meglio usarlo come esperto. In Italia i geni funzionano sempre meglio come consulenti postumi. Zichichi non separava fede e scienza con il filo spinato ideologico. Sosteneva che nessuna scoperta scientifica potesse negare l’esistenza di Dio e criticava tanto il darwinismo dogmatico quanto il creazionismo militante. Ragione e fede, ricordando un assioma, sono le due sponde dello stesso fiume. Gandhi gli avrebbe fatto compagnia: ci sono territori dove la ragione si ferma e la fede non contraddice, ma trascende. Ora che cavalca davvero le forze dell’universo, possiamo augurargli un approdo sereno. Se c’è un ordine cosmico, uno come lui avrà già chiesto spiegazioni. Per il resto, come spesso accade quando muore un uomo grande, il Paese torna subito alle sue abitudini rumorose. E allora la giriamo a musica, perché altro non si può fare in questo nostro Stato affettuosamente squinternato. Antoine cantava: Tu sei bello e ti tirano le pietre. Parafrasando: sei di destra, e non puoi lavorare. Andrea Pucci, Paolo Petrecca, Beatrice Venezi hanno in comune una colpa imperdonabile: non essere dichiaratamente di sinistra. Per alcuni sedicenti esperti, basta questo per decretare l’incompetenza professionale. La censura resta una brutta cosa, a destra come a sinistra. Clare Boothe Luce lo disse meglio di chiunque altro: la censura, come la carità, dovrebbe iniziare a casa, ma a differenza della carità, dovrebbe fermarsi lì. Nel frattempo, i sondaggi ci consolano come sempre. Il Sì al referendum sulla giustizia 2026 risale al 52,5%, il No si ferma al 47,5%. Numeri che oscillano con la stessa leggerezza con cui oscillano le convinzioni. E intanto lo sport ci regala qualche scheggia di allegria: Olimpiadi in crescendo per l’Italia, almeno lì il cronometro è più sincero dei commentatori. Zichichi non c’è più. Il rumore resta. Ma ogni tanto, nel frastuono, qualcuno ascolterà ancora una voce che parlava di antimateria mentre noi discutevamo di fazioni. E forse capirà che il vero scandalo, in questo Paese, non è chi guarda troppo in alto, ma chi non alza mai lo sguardo. Giuseppe Arnò

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Zichichi, l’antimateria e le solite pietre italiane

Viviamo tra cose destinate a morire, intra peritura vivimus, ricordava Seneca con l’eleganza dei classici che non avevano ancora conosciuto i talk show. Ma quando muore un uomo, aggiungeva John Donne, non si strappa una pagina dal libro: la si traduce in una lingua migliore. Oggi quella lingua, per chi sa ascoltarla, parla di fisica, di dubbi, di fede e di un certo orgoglio italiano che raramente sappiamo maneggiare con sobrietà.

La fisica italiana saluta Antonino Zichichi, scomparso a 96 anni. Piange il genio e piange l’eredità: dalla fisica nucleare alla divulgazione scientifica, dal CERN all’INFN, dalla scoperta dell’antideutone a mezzo secolo di dibattito pubblico. Scienziato discusso, perché in Italia il talento che non si discute non è talento, ma indiscutibilmente eccellenza. Uno di quelli che, anche quando non convincevano, costringevano a pensare. E non è poco.

Il Nobel lo ha solo sfiorato. Lui, con la schiettezza di chi non ha tempo per la falsa modestia, anni dopo disse: «Avrebbero dovuto darmelo già tre volte». Forse aveva ragione, forse no. Ma il Nobel, si sa, è una creatura sensibile agli equilibri geopolitici, alle mode scientifiche e alle correnti di corridoio. Zichichi resta comunque tra i massimi fisici del suo tempo, stimato e riconosciuto ben oltre i nostri confini, che sono sempre stati più stretti nella testa che sulle mappe.

In patria, invece, gli toccò anche l’onore effimero della politica. Rosario Crocetta, allora presidente della Regione Siciliana, lo volle assessore ai Beni culturali e poi lo liquidò con una battuta memorabile: «Non se ne poteva più, bisognava lavorare e invece parlava di raggi cosmici». Come dire: colpa grave, in Sicilia, parlare di stelle quando ti chiedono di contare le pietre. Forse, suggerì Crocetta, sarebbe stato meglio usarlo come esperto. In Italia i geni funzionano sempre meglio come consulenti postumi.

Zichichi non separava fede e scienza con il filo spinato ideologico. Sosteneva che nessuna scoperta scientifica potesse negare l’esistenza di Dio e criticava tanto il darwinismo dogmatico quanto il creazionismo militante. Ragione e fede, ricordando un assioma, sono le due sponde dello stesso fiume. Gandhi gli avrebbe fatto compagnia: ci sono territori dove la ragione si ferma e la fede non contraddice, ma trascende. Ora che cavalca davvero le forze dell’universo, possiamo augurargli un approdo sereno. Se c’è un ordine cosmico, uno come lui avrà già chiesto spiegazioni.

Per il resto, come spesso accade quando muore un uomo grande, il Paese torna subito alle sue abitudini rumorose. E allora la giriamo a musica, perché altro non si può fare in questo nostro Stato affettuosamente squinternato. Antoine cantava: Tu sei bello e ti tirano le pietre. Parafrasando: sei di destra, e non puoi lavorare. Andrea Pucci, Paolo Petrecca, Beatrice Venezi hanno in comune una colpa imperdonabile: non essere dichiaratamente di sinistra. Per alcuni sedicenti esperti, basta questo per decretare l’incompetenza professionale. La censura resta una brutta cosa, a destra come a sinistra. Clare Boothe Luce lo disse meglio di chiunque altro: la censura, come la carità, dovrebbe iniziare a casa, ma a differenza della carità, dovrebbe fermarsi lì.

Nel frattempo, i sondaggi ci consolano come sempre. Il Sì al referendum sulla giustizia 2026 risale al 52,5%, il No si ferma al 47,5%. Numeri che oscillano con la stessa leggerezza con cui oscillano le convinzioni. E intanto lo sport ci regala qualche scheggia di allegria: Olimpiadi in crescendo per l’Italia, almeno lì il cronometro è più sincero dei commentatori.

Zichichi non c’è più. Il rumore resta. Ma ogni tanto, nel frastuono, qualcuno ascolterà ancora una voce che parlava di antimateria mentre noi discutevamo di fazioni. E forse capirà che il vero scandalo, in questo Paese, non è chi guarda troppo in alto, ma chi non alza mai lo sguardo.

Giuseppe Arnò

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Apocalisse a breve termine https://lagazzetta-online.com/apocalisse-a-breve-termine/ https://lagazzetta-online.com/apocalisse-a-breve-termine/#comments Mon, 26 Jan 2026 17:05:46 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18794   Il mondo perduto attende il suo Terminator, piaccia o non piaccia «Sì, vendetta, tremenda vendetta». Dal Rigoletto di Verdi potrebbe arrivare la colonna sonora ideale di queste ore, se davvero l’America di Donald Trump deciderà di voltare pagina, o, più realisticamente, di cambiare libro, nel capitolo iraniano. Trump non recita: quando promette, prima o poi mantiene. E la sua rabbia, più che cieca, appare fredda, metodica, da uomo d’affari che ha capito una cosa elementare: certi conti, se non li chiudi, tornano sempre a presentarsi con interessi usurai. L’Iran non è il Venezuela, non è una trattativa da salotto né una transazione graduale. È una questione di regime, di sistema, di macelleria ideologica che, secondo le accuse, avrebbe lasciato sul terreno decine di migliaia di giovani. Numeri che non chiedono riforme cosmetiche, ma una cesura netta. L’Armada americana avanza, o almeno così si racconta, con tutta la tecnologia che la modernità bellica consente. Di fronte, un Paese vasto, popoloso, temprato e tutt’altro che improvvisato. Proprio per questo, se colpo sarà, dovrà essere decisivo. Non per vendetta, parola che la storia giudica sempre male, ma per deterrenza. Il messaggio, più che a Teheran, sembra indirizzato a Pechino e Mosca: compagni di merenda sì, ma non di trincea. Le reazioni, finora, restano quelle di prammatica: condanne verbali, sopracciglia aggrottate, e nulla più. Alla fine, nel bene e nel male, molti si scoprono a tifare per Trump senza ammetterlo. Predica male, razzola spesso bene. Scompagina, irrita, ma mette in riga. In un mondo che ha confuso il dialogo con l’inazione e la prudenza con la paura, l’arrivo di un Terminator geopolitico era forse inevitabile. Non auspicabile, ma inevitabile: come certi temporali d’estate che ripuliscono l’aria a suon di tuoni. Finita, ammesso che finisca, la pulizia globale, il nostro eroe dovrà però guardarsi allo specchio e occuparsi di casa propria. Economia e immigrazione: due dossier opinabili, contestabili, ma non del tutto deprecabili. Sull’immigrazione, rimandare a casa chi non ha titolo per restare non è eresia, ma semplice applicazione di una regola. E se le opposizioni interne alzeranno barricate, Trump sembra il tipo che risponderebbe parafrasando il cinema italiano: nulla ci può fermare. Musk, intanto, pare intenzionato a rientrare nei ranghi, promettendo nuove stagioni di una telenovela che il mondo segue con più attenzione delle fiction serali. In Italia, nel frattempo, le notizie restano fedeli a se stesse: una spaventosamente medievale, l’altra sorprendentemente virtuosa. Da un lato dichiarazioni che riportano l’orologio morale indietro di secoli; dall’altro, Les Echos che incorona la strategia economica del governo Meloni e certifica l’Italia come quarta potenza mondiale dell’export a fine 2025. Piccoli segnali che ricordano come, anche nel caos globale, esistano ancora isole di raziocinio. Conclusione Il mondo è stanco, confuso e infelice. Forse non aveva bisogno di un Terminator, ma di sicuro non ha saputo evitarlo. Ora che è arrivato, conviene sperare che sappia quando spegnersi. Perché l’ordine imposto può salvare il presente, ma solo la misura può salvare il futuro. E quella, purtroppo, non si scarica da nessun arsenale. Giuseppe Arnò

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Il mondo perduto attende il suo Terminator, piaccia o non piaccia

«Sì, vendetta, tremenda vendetta».
Dal Rigoletto di Verdi potrebbe arrivare la colonna sonora ideale di queste ore, se davvero l’America di Donald Trump deciderà di voltare pagina, o, più realisticamente, di cambiare libro, nel capitolo iraniano.

Trump non recita: quando promette, prima o poi mantiene. E la sua rabbia, più che cieca, appare fredda, metodica, da uomo d’affari che ha capito una cosa elementare: certi conti, se non li chiudi, tornano sempre a presentarsi con interessi usurai. L’Iran non è il Venezuela, non è una trattativa da salotto né una transazione graduale. È una questione di regime, di sistema, di macelleria ideologica che, secondo le accuse, avrebbe lasciato sul terreno decine di migliaia di giovani. Numeri che non chiedono riforme cosmetiche, ma una cesura netta.

L’Armada americana avanza, o almeno così si racconta, con tutta la tecnologia che la modernità bellica consente. Di fronte, un Paese vasto, popoloso, temprato e tutt’altro che improvvisato. Proprio per questo, se colpo sarà, dovrà essere decisivo. Non per vendetta, parola che la storia giudica sempre male, ma per deterrenza. Il messaggio, più che a Teheran, sembra indirizzato a Pechino e Mosca: compagni di merenda sì, ma non di trincea. Le reazioni, finora, restano quelle di prammatica: condanne verbali, sopracciglia aggrottate, e nulla più.

Alla fine, nel bene e nel male, molti si scoprono a tifare per Trump senza ammetterlo. Predica male, razzola spesso bene. Scompagina, irrita, ma mette in riga. In un mondo che ha confuso il dialogo con l’inazione e la prudenza con la paura, l’arrivo di un Terminator geopolitico era forse inevitabile. Non auspicabile, ma inevitabile: come certi temporali d’estate che ripuliscono l’aria a suon di tuoni.

Finita, ammesso che finisca, la pulizia globale, il nostro eroe dovrà però guardarsi allo specchio e occuparsi di casa propria. Economia e immigrazione: due dossier opinabili, contestabili, ma non del tutto deprecabili. Sull’immigrazione, rimandare a casa chi non ha titolo per restare non è eresia, ma semplice applicazione di una regola. E se le opposizioni interne alzeranno barricate, Trump sembra il tipo che risponderebbe parafrasando il cinema italiano: nulla ci può fermare. Musk, intanto, pare intenzionato a rientrare nei ranghi, promettendo nuove stagioni di una telenovela che il mondo segue con più attenzione delle fiction serali.

In Italia, nel frattempo, le notizie restano fedeli a se stesse: una spaventosamente medievale, l’altra sorprendentemente virtuosa. Da un lato dichiarazioni che riportano l’orologio morale indietro di secoli; dall’altro, Les Echos che incorona la strategia economica del governo Meloni e certifica l’Italia come quarta potenza mondiale dell’export a fine 2025. Piccoli segnali che ricordano come, anche nel caos globale, esistano ancora isole di raziocinio.

Conclusione

Il mondo è stanco, confuso e infelice. Forse non aveva bisogno di un Terminator, ma di sicuro non ha saputo evitarlo. Ora che è arrivato, conviene sperare che sappia quando spegnersi. Perché l’ordine imposto può salvare il presente, ma solo la misura può salvare il futuro. E quella, purtroppo, non si scarica da nessun arsenale.

Giuseppe Arnò

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Trump, l’Europa ringrazia https://lagazzetta-online.com/trump-leuropa-ringrazia/ https://lagazzetta-online.com/trump-leuropa-ringrazia/#respond Fri, 23 Jan 2026 04:48:10 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18770 Dai talk show di lana caprina al ceffone americano che ha svegliato Bruxelles x C’è un curioso filo rosso che unisce i salotti televisivi della politica italiana ai palazzi ovattati dell’Unione Europea: l’arte sublime del perdere tempo. Un talento coltivato con dedizione, risorse pubbliche e una certa ostinazione al sonno profondo. Basta accendere la RAI, per esempio. Nella trasmissione Il Confronto di ieri sera si è discusso, come sempre, di inflazione, rottamazioni e dell’eterna, commovente contesa tra ricchi e poveri. Una disputa che dura dai tempi di Noè, attraversa il Medioevo e arriva integra, senza una ruga, fino ai nostri studi televisivi. Con una novità: ora la percentuale dei poveri sarebbe diminuita. Ma attenzione, replica immediata dell’opposizione: dentro quel dato ci sono anche i lavoratori in cassa integrazione, i semi-occupati, i quasi-occupati e, probabilmente, pure qualche santo in paradiso. Il risultato è noto: le stesse musiche, gli stessi spartiti, gli stessi solisti che si alternano con foga, senza che il concerto produca una sola nota nuova. Viene allora da chiedersi se questi talk show abbiano ancora una funzione civile o se siano diventati una forma di arredamento televisivo: stanno lì, occupano spazio, consumano risorse e danno l’illusione che qualcosa si muova. Nel frattempo, i cittadini pagano il biglietto. Del resto, ricchi e poveri sono sempre esistiti. Anche in musica: basti pensare ai Ricchi e Poveri, glorioso gruppo genovese, che almeno aveva il pregio di non prendersi troppo sul serio. In politica, invece, ogni dato è buono solo per essere smentito, relativizzato, smontato e rimontato fino a diventare innocuo. E se una percentuale scende, non è mai merito di qualcosa che funziona, ma di un trucco contabile ben nascosto. Forse, più che l’economia, andrebbe riformulato il palinsesto RAI. Ma questo è un discorso che vale anche, e soprattutto, per l’Europa. L’Unione Europea, infatti, da anni vive in uno stato di torpore elegante: molte parole, molte commissioni, molte unanimità richieste e pochissime decisioni prese. Una macchina perfetta per non decidere nulla su tutto ciò che conta davvero. Ucraina, difesa, politica estera, energia: ogni volta si arriva a un vertice e si riparte con un comunicato. Qualcosa, però, sembra essersi incrinato. Complice il recente asse Italia-Germania, ma soprattutto grazie a un personaggio che l’Europa ama detestare: Donald Trump. Il tycoon sarà antipatico, anti-diplomatico, imprevedibile e poco ortodosso, ma ha fatto una cosa che Bruxelles non riusciva più a fare da sola: ha dato la sveglia. La vicenda della Groenlandia, con le sue minacce muscolari e fuori registro, ha avuto un effetto miracoloso. Per la prima volta da tempo, l’Europa si è ricompattata. Ha capito che senza una testa unica, senza una struttura decisionale snella e senza superare il freno dell’unanimità, resterà un grande mercato e una piccola potenza. Un continente che commenta il mondo invece di guidarlo. Meglio tardi che mai, ci ricorda una vecchia commedia televisiva di Luca Manfredi. Anche se, come ammoniva Theodor Seuss Geisel, si è fatto tardi molto presto. E allora sì, tocca dirlo sottovoce, magari storcendo il naso: se l’Europa si riformerà davvero, se smetterà di sonnecchiare e inizierà finalmente a decidere, una parte del merito andrà anche a lui. Trump non è una soluzione. È stato uno schiaffo. Ma a volte, nella storia, gli schiaffi servono più delle carezze. E l’Europa, da tempo, dormiva profondamente. Giuseppe Arnò

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Dai talk show di lana caprina al ceffone americano che ha svegliato Bruxelles

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C’è un curioso filo rosso che unisce i salotti televisivi della politica italiana ai palazzi ovattati dell’Unione Europea: l’arte sublime del perdere tempo. Un talento coltivato con dedizione, risorse pubbliche e una certa ostinazione al sonno profondo.

Basta accendere la RAI, per esempio. Nella trasmissione Il Confronto di ieri sera si è discusso, come sempre, di inflazione, rottamazioni e dell’eterna, commovente contesa tra ricchi e poveri. Una disputa che dura dai tempi di Noè, attraversa il Medioevo e arriva integra, senza una ruga, fino ai nostri studi televisivi. Con una novità: ora la percentuale dei poveri sarebbe diminuita. Ma attenzione, replica immediata dell’opposizione: dentro quel dato ci sono anche i lavoratori in cassa integrazione, i semi-occupati, i quasi-occupati e, probabilmente, pure qualche santo in paradiso.

Il risultato è noto: le stesse musiche, gli stessi spartiti, gli stessi solisti che si alternano con foga, senza che il concerto produca una sola nota nuova. Viene allora da chiedersi se questi talk show abbiano ancora una funzione civile o se siano diventati una forma di arredamento televisivo: stanno lì, occupano spazio, consumano risorse e danno l’illusione che qualcosa si muova. Nel frattempo, i cittadini pagano il biglietto.

Del resto, ricchi e poveri sono sempre esistiti. Anche in musica: basti pensare ai Ricchi e Poveri, glorioso gruppo genovese, che almeno aveva il pregio di non prendersi troppo sul serio. In politica, invece, ogni dato è buono solo per essere smentito, relativizzato, smontato e rimontato fino a diventare innocuo. E se una percentuale scende, non è mai merito di qualcosa che funziona, ma di un trucco contabile ben nascosto.

Forse, più che l’economia, andrebbe riformulato il palinsesto RAI. Ma questo è un discorso che vale anche, e soprattutto, per l’Europa.

L’Unione Europea, infatti, da anni vive in uno stato di torpore elegante: molte parole, molte commissioni, molte unanimità richieste e pochissime decisioni prese. Una macchina perfetta per non decidere nulla su tutto ciò che conta davvero. Ucraina, difesa, politica estera, energia: ogni volta si arriva a un vertice e si riparte con un comunicato.

Qualcosa, però, sembra essersi incrinato. Complice il recente asse Italia-Germania, ma soprattutto grazie a un personaggio che l’Europa ama detestare: Donald Trump. Il tycoon sarà antipatico, anti-diplomatico, imprevedibile e poco ortodosso, ma ha fatto una cosa che Bruxelles non riusciva più a fare da sola: ha dato la sveglia.

La vicenda della Groenlandia, con le sue minacce muscolari e fuori registro, ha avuto un effetto miracoloso. Per la prima volta da tempo, l’Europa si è ricompattata. Ha capito che senza una testa unica, senza una struttura decisionale snella e senza superare il freno dell’unanimità, resterà un grande mercato e una piccola potenza. Un continente che commenta il mondo invece di guidarlo.

Meglio tardi che mai, ci ricorda una vecchia commedia televisiva di Luca Manfredi. Anche se, come ammoniva Theodor Seuss Geisel, si è fatto tardi molto presto. E allora sì, tocca dirlo sottovoce, magari storcendo il naso: se l’Europa si riformerà davvero, se smetterà di sonnecchiare e inizierà finalmente a decidere, una parte del merito andrà anche a lui.

Trump non è una soluzione. È stato uno schiaffo. Ma a volte, nella storia, gli schiaffi servono più delle carezze. E l’Europa, da tempo, dormiva profondamente.

Giuseppe Arnò

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Il mondo brucia, noi timbriamo il cartellino https://lagazzetta-online.com/il-mondo-brucia-noi-timbriamo-il-cartellino/ https://lagazzetta-online.com/il-mondo-brucia-noi-timbriamo-il-cartellino/#respond Sun, 11 Jan 2026 03:08:04 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18698 Missili ipersonici, rivolte soffocate, terre messe all’asta e scioperi fuori tempo massimo: breve catalogo delle follie contemporanee   a Mentre in Iran la protesta corre affiancata alla repressione, come due binari che portano allo stesso precipizio, Mosca alza la posta e gioca la carta dei missili ipersonici. Vladimir Putin ha lanciato per la prima volta l’Oreshnik su Kiev: un messaggio più che un’arma, di quelli che non cercano una risposta diplomatica ma un brivido lungo la schiena dell’Europa. Le cancellerie europee hanno reagito come da copione: dichiarazioni «inaccettabili», sopracciglia corrugate, comunicati stampa. Il tutto con l’efficacia di un ombrello contro un bombardamento. Forse, invece di infilarsi sotto il letto come fanno i cani quando scoppiano i fuochi d’artificio, sarebbe il caso di ricordare che con la Russia non si tratta a colpi di aggettivi, ma,  piaccia o no,  con rapporti di forza credibili. Gli Stati Uniti osservano, calcolano, monetizzano. Sulle disgrazie altrui si può sempre costruire un margine di profitto: l’Iran è ancora un terreno “spremibile”, l’Ucraina lo è già stata a lungo. Gli ayatollah lo sanno: se la repressione diventa strage, le visite indesiderate non tardano mai troppo. Questa non è morale, è geopolitica. E fingere di non capirlo non cambia la realtà. Intanto, come se tutto ciò appartenesse a un altro pianeta, l’Italia sciopera. Sciopera come se il mondo fosse fermo, come se i missili fossero un problema da telegiornale e non un rischio concreto. Sciopera per riflesso condizionato, per tradizione, per abitudine. Un rito stanco, celebrato mentre la storia accelera. E poi c’è la Groenlandia, messa idealmente all’asta come un bene di una massa fallimentare globale: ghiaccio, risorse, posizione strategica. Nel grande mercato delle follie, anche l’Artico ha il suo cartellino col prezzo. Il mondo va a fuoco, le potenze giocano con fiammiferi e dinamite, e noi discutiamo di turni, slogan e proclamazioni. Forse non è follia. È peggio: è distrazione organizzata. E la storia, si sa, non aspetta chi è in sciopero. Giuseppe Arnò

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Missili ipersonici, rivolte soffocate, terre messe all’asta e scioperi fuori tempo massimo: breve catalogo delle follie contemporanee

 


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Mentre in Iran la protesta corre affiancata alla repressione, come due binari che portano allo stesso precipizio, Mosca alza la posta e gioca la carta dei missili ipersonici. Vladimir Putin ha lanciato per la prima volta l’Oreshnik su Kiev: un messaggio più che un’arma, di quelli che non cercano una risposta diplomatica ma un brivido lungo la schiena dell’Europa.

Le cancellerie europee hanno reagito come da copione: dichiarazioni «inaccettabili», sopracciglia corrugate, comunicati stampa. Il tutto con l’efficacia di un ombrello contro un bombardamento. Forse, invece di infilarsi sotto il letto come fanno i cani quando scoppiano i fuochi d’artificio, sarebbe il caso di ricordare che con la Russia non si tratta a colpi di aggettivi, ma,  piaccia o no,  con rapporti di forza credibili.

Gli Stati Uniti osservano, calcolano, monetizzano. Sulle disgrazie altrui si può sempre costruire un margine di profitto: l’Iran è ancora un terreno “spremibile”, l’Ucraina lo è già stata a lungo. Gli ayatollah lo sanno: se la repressione diventa strage, le visite indesiderate non tardano mai troppo. Questa non è morale, è geopolitica. E fingere di non capirlo non cambia la realtà.

Intanto, come se tutto ciò appartenesse a un altro pianeta, l’Italia sciopera. Sciopera come se il mondo fosse fermo, come se i missili fossero un problema da telegiornale e non un rischio concreto. Sciopera per riflesso condizionato, per tradizione, per abitudine. Un rito stanco, celebrato mentre la storia accelera.

E poi c’è la Groenlandia, messa idealmente all’asta come un bene di una massa fallimentare globale: ghiaccio, risorse, posizione strategica. Nel grande mercato delle follie, anche l’Artico ha il suo cartellino col prezzo.

Il mondo va a fuoco, le potenze giocano con fiammiferi e dinamite, e noi discutiamo di turni, slogan e proclamazioni. Forse non è follia. È peggio: è distrazione organizzata. E la storia, si sa, non aspetta chi è in sciopero.

Giuseppe Arnò

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Bravo chi ci capisce qualcosa https://lagazzetta-online.com/bravo-chi-ci-capisce-qualcosa/ https://lagazzetta-online.com/bravo-chi-ci-capisce-qualcosa/#comments Fri, 05 Dec 2025 04:27:20 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18504 Quando il caos tricolore viaggia nel mondo e torna indietro con gli interessi     “Ubi italicus, ibi Italia”: quando il patriottismo diventa un avvertimento più che un motto. C’è un vecchio adagio latino che campeggia all’ingresso del Circolo Italiano di San Paolo: Ubi italicus, ibi Italia. Una massima che un tempo faceva sorridere di orgoglio, ma che oggi rischia di suonare come una diagnosi: dove arriva un italiano, arriva puntuale anche il caos in confezione famiglia. E il bello è che lo esportiamo pure. Ultime dalla collezione “caos d’alta gamma”: Federica Mogherini si dimette dal Collegio d’Europa, l’ambasciatore Sannino pure dal suo incarico. Tutti innocenti fino a prova contraria, sia chiaro. Ma il caos lo hanno comunque messo in moto: almeno quello mediatico, quello che ci tiene appesi ai titoli di cronaca giudiziaria come a un fotoromanzo di altri tempi. E sorvoliamo pure sul punto centrale: il Collegio d’Europa, questo elegante carrozzone comunitario che inghiotte fondi come un buco nero e restituisce utilità più evanescenti di un apprendistato in filosofia zen. Nel frattempo, dall’ONU arriva una delle più grandi rivelazioni della storia recente: la stampa va rispettata. Ci giunge come un fulmine di saggezza. Peccato solo sia il 2025. Ma, come si dice: meglio tardi che mai… e molto tardi che sempre. Peccato che, costretti a inseguire queste vicende da salone del barbiere, ci si annoi. Non perché siano irrilevanti, ma perché sembrano tutte uguali: uno sfiancante déjà-vu nazionale. L’Italia è diventata noiosa, piatta, livida. E l’Europa, invece di aiutarci a respirare, ci ha trasformati in un ufficio protocollo a cielo aperto. Eppure un barlume ci resta: quel talento italico del sospetto intelligente. Lo stesso che ci fa intuire, con beffarda precisione, che Trump può cambiare posizione mentre si versa il caffè; che a Bruxelles i soldi pubblici si polverizzano con l’allegria delle noccioline allo stadio; e che Putin non ha alcuna urgenza di terminare la guerra in Ucraina, anzi guarda ben oltre l’orizzonte. E poi, oggi, il menù del giorno è servito: – Delrio con il suo disegno di legge sull’antisemitismo; – Sempio che ci narra la fiaba genetica del DNA; – la CGIL che picchia duro, non sul tavolo della contrattazione ma su quello della polemica; – i lavoratori in sciopero e le violenze a Genova per l’ex Ilva, dove la realtà supera la fiction con un certo disagio. Insomma, roba che neppure la televisione commerciale degli anni ’90 osava mandare in onda. Alla fine, più che notizie, ci resta addosso una sensazione precisa: che stiamo raccontando immondizie. Eppure queste immondizie sono tutto ciò che abbiamo. E allora, in perfetto spirito montanelliano, non resta che una constatazione amara ma lucidissima: l’Italia non smette mai di stupire, ma raramente nel modo che vorremmo. Giuseppe Arnò

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Quando il caos tricolore viaggia nel mondo e torna indietro con gli interessi

 

 

“Ubi italicus, ibi Italia”: quando il patriottismo diventa un avvertimento più che un motto.

C’è un vecchio adagio latino che campeggia all’ingresso del Circolo Italiano di San Paolo: Ubi italicus, ibi Italia. Una massima che un tempo faceva sorridere di orgoglio, ma che oggi rischia di suonare come una diagnosi: dove arriva un italiano, arriva puntuale anche il caos in confezione famiglia. E il bello è che lo esportiamo pure.

Ultime dalla collezione “caos d’alta gamma”: Federica Mogherini si dimette dal Collegio d’Europa, l’ambasciatore Sannino pure dal suo incarico. Tutti innocenti fino a prova contraria, sia chiaro. Ma il caos lo hanno comunque messo in moto: almeno quello mediatico, quello che ci tiene appesi ai titoli di cronaca giudiziaria come a un fotoromanzo di altri tempi.
E sorvoliamo pure sul punto centrale: il Collegio d’Europa, questo elegante carrozzone comunitario che inghiotte fondi come un buco nero e restituisce utilità più evanescenti di un apprendistato in filosofia zen.

Nel frattempo, dall’ONU arriva una delle più grandi rivelazioni della storia recente: la stampa va rispettata. Ci giunge come un fulmine di saggezza. Peccato solo sia il 2025. Ma, come si dice: meglio tardi che mai… e molto tardi che sempre.

Peccato che, costretti a inseguire queste vicende da salone del barbiere, ci si annoi. Non perché siano irrilevanti, ma perché sembrano tutte uguali: uno sfiancante déjà-vu nazionale. L’Italia è diventata noiosa, piatta, livida. E l’Europa, invece di aiutarci a respirare, ci ha trasformati in un ufficio protocollo a cielo aperto.

Eppure un barlume ci resta: quel talento italico del sospetto intelligente. Lo stesso che ci fa intuire, con beffarda precisione, che Trump può cambiare posizione mentre si versa il caffè; che a Bruxelles i soldi pubblici si polverizzano con l’allegria delle noccioline allo stadio; e che Putin non ha alcuna urgenza di terminare la guerra in Ucraina, anzi guarda ben oltre l’orizzonte.

E poi, oggi, il menù del giorno è servito:
– Delrio con il suo disegno di legge sull’antisemitismo;
– Sempio che ci narra la fiaba genetica del DNA;
– la CGIL che picchia duro, non sul tavolo della contrattazione ma su quello della polemica;
– i lavoratori in sciopero e le violenze a Genova per l’ex Ilva, dove la realtà supera la fiction con un certo disagio.

Insomma, roba che neppure la televisione commerciale degli anni ’90 osava mandare in onda.

Alla fine, più che notizie, ci resta addosso una sensazione precisa:
che stiamo raccontando immondizie. Eppure queste immondizie sono tutto ciò che abbiamo.

E allora, in perfetto spirito montanelliano, non resta che una constatazione amara ma lucidissima:
l’Italia non smette mai di stupire, ma raramente nel modo che vorremmo.

Giuseppe Arnò

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La paura di esporsi e del giudizio altrui https://lagazzetta-online.com/la-paura-di-esporsi-e-del-giudizio-altrui/ https://lagazzetta-online.com/la-paura-di-esporsi-e-del-giudizio-altrui/#comments Mon, 24 Nov 2025 22:38:58 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18479 Cambia il mondo, cambiano i Papi, ma certe paure restano una costante universale   C’è chi sostiene che i tempi cambino rapidamente. Vero. Ma alcune dinamiche, come certe melodie popolari, sembrano attraversare le epoche senza perdere una nota. Tra queste, una delle sinfonie più riconoscibili della società contemporanea è la paura: di parlare, di esporsi, di essere giudicati, di “urtare sensibilità”, o più semplicemente di mettersi nei guai. La paura è antica quanto l’uomo: un misto di incertezza, smarrimento e istinto di sopravvivenza. Ma oggi, nel frastuono dei social, dell’informazione istantanea e delle indignazioni a tempo determinato, questa emozione primordiale ha assunto contorni nuovi, più sottili, più sofisticati, spesso mascherati da prudenza o neutralità. Eppure basta osservare qualche episodio recente per accorgersi che, sotto la superficie, il meccanismo è sempre lo stesso. Persecuzioni in Africa: tante stragi, pochi titoli Nel 2024-2025, gli attacchi contro i cristiani in Africa subsahariana, Nigeria, Congo, Burkina Faso,  non si sono affatto attenuati. Anzi. L’ennesimo assalto di matrice jihadista contro villaggi cristiani nel Nord della Nigeria ha provocato decine di morti. Storie tremende, eppure destinate a scomparire nell’arco di poche ore dai notiziari europei. Un paio di lanci d’agenzia, qualche tweet di circostanza e poi… nulla. Le ONG? Molte preferiscono evitare l’argomento: è terreno scivoloso. Le grandi testate? Aprono con altro. E l’Europa, sempre attenta ai rischi reputazionali, teme l’ombra lunga dell’accusa ormai inflazionata: “islamofobia”. Così, per non complicarsi la vita, si guarda altrove. Papa Leone XIV: parole misurate in un mondo esplosivo L’elezione di Papa Leone XIV, considerato un pontefice pragmatico, diplomatico, attento alla comunicazione, aveva fatto sperare in una linea più coraggiosa su questi temi. E infatti, nei discorsi ufficiali, i riferimenti alle vittime cristiane non sono mancati. Ma quando si passa dal pulpito ai social, il registro cambia. Si twitta con prudenza, si pesano le parole, si calibrano le reazioni. Ed ecco che puntualmente scatta la polemica: per Notre Dame c’era stato un tweet immediato; per alcune moschee colpite da estremisti, altrettanto. Per i cristiani massacrati in villaggi lontani, invece, il messaggio arriva tardi, se e quando arriva. È paura? È diplomazia? È strategia? Forse una miscela delle tre. Ma la sensazione diffusa è che a volte il timore di “irritare” il mondo islamico prevalga sulla necessità morale di chiamare le cose col loro nome. Antimafia 2025: maxi-blitz, maxi-silenzio Negli ultimi mesi non sono mancate operazioni di altissimo livello contro le cosche calabresi. L’operazione “Maestrale–Carosello”, con centinaia di arresti e una rete che toccava affari, politica, imprenditoria e un sottobosco internazionale, avrebbe meritato settimane di approfondimenti. E invece? Un giorno di apertura sui tg, qualche speciale lampo, poi l’attenzione evapora. Nessuna grande mobilitazione, poca analisi, pochissimo dibattito pubblico. Perché? Perché parlare di criminalità organizzata, quella vera, fa ancora paura. Paura di esporsi, paura di sbagliare, paura di attirare attenzioni indesiderate. Una paura talmente radicata che finisce per influenzare anche la gerarchia delle notizie. È quello che confermano vari magistrati: l’omertà, oggi, non è solo dei territori, ma spesso dell’opinione pubblica, che velocemente “passa oltre”. E i media, che vivono di audience, seguono il flusso: se i lettori non cliccano, si cambia argomento. Media e pubblico: chi teme chi? Arriviamo così alla domanda cruciale: sono i media a non informare abbastanza o sono i lettori a non voler essere informati? La verità, probabilmente, sta nel mezzo. Il pubblico corre dietro ciò che è immediato, facile, emotivamente neutro. Le redazioni, dall’altra parte, calibrano i temi in base a ciò che “tira”. Temi scomodi, persecuzioni religiose, terrorismo, mafia, finiscono così ai margini, sacrificati sull’altare di un principio che nessuno ammette ma tutti seguono: meglio non complicarsi la vita. Ed eccoci di nuovo al filo rosso: la paura. La paura come denominatore comune Tre scenari, tre contesti diversi, un’unica matrice: paura di essere etichettati; paura di compromettere equilibri geopolitici e religiosi; paura della malavita e dei poteri deviati. Paura di parlare, paura di essere fraintesi, paura di fare troppo… o troppo poco. Ma mentre molti tacciono, chi combatte davvero la criminalità conosce bene la paura e non la nega. Anzi, la usa. Un noto magistrato calabrese lo ha sintetizzato così: “La paura ce l’ho, certo. Ma va addomesticata, altrimenti ti domina.” E noi? Abbiamo imparato ad addomesticare le nostre paure? La risposta è, probabilmente, no. Non ancora. Ma il coraggio, quello autentico, non è riservato a pochi. È contagioso. Richiede esempi, richiede educazione al senso morale, richiede una società che smette di tremare davanti all’idea di essere criticata. La paura è inevitabile; la resa alla paura, invece, è una scelta. Sant’Agostino, che attraversa i secoli meglio di molte cronache contemporanee, ci ricorda: “O è il male ciò di cui abbiamo paura, o il male è che abbiamo paura.” Nel dubbio, vale la pena stare dalla parte del coraggio. Sempre. di Redazione

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Cambia il mondo, cambiano i Papi, ma certe paure restano una costante universale

 

C’è chi sostiene che i tempi cambino rapidamente. Vero. Ma alcune dinamiche, come certe melodie popolari, sembrano attraversare le epoche senza perdere una nota. Tra queste, una delle sinfonie più riconoscibili della società contemporanea è la paura: di parlare, di esporsi, di essere giudicati, di “urtare sensibilità”, o più semplicemente di mettersi nei guai.

La paura è antica quanto l’uomo: un misto di incertezza, smarrimento e istinto di sopravvivenza. Ma oggi, nel frastuono dei social, dell’informazione istantanea e delle indignazioni a tempo determinato, questa emozione primordiale ha assunto contorni nuovi, più sottili, più sofisticati, spesso mascherati da prudenza o neutralità.

Eppure basta osservare qualche episodio recente per accorgersi che, sotto la superficie, il meccanismo è sempre lo stesso.

Persecuzioni in Africa: tante stragi, pochi titoli

Nel 2024-2025, gli attacchi contro i cristiani in Africa subsahariana, Nigeria, Congo, Burkina Faso,  non si sono affatto attenuati. Anzi. L’ennesimo assalto di matrice jihadista contro villaggi cristiani nel Nord della Nigeria ha provocato decine di morti. Storie tremende, eppure destinate a scomparire nell’arco di poche ore dai notiziari europei. Un paio di lanci d’agenzia, qualche tweet di circostanza e poi… nulla.

Le ONG? Molte preferiscono evitare l’argomento: è terreno scivoloso. Le grandi testate? Aprono con altro. E l’Europa, sempre attenta ai rischi reputazionali, teme l’ombra lunga dell’accusa ormai inflazionata: “islamofobia”. Così, per non complicarsi la vita, si guarda altrove.

Papa Leone XIV: parole misurate in un mondo esplosivo

L’elezione di Papa Leone XIV, considerato un pontefice pragmatico, diplomatico, attento alla comunicazione, aveva fatto sperare in una linea più coraggiosa su questi temi. E infatti, nei discorsi ufficiali, i riferimenti alle vittime cristiane non sono mancati.
Ma quando si passa dal pulpito ai social, il registro cambia. Si twitta con prudenza, si pesano le parole, si calibrano le reazioni.

Ed ecco che puntualmente scatta la polemica:
per Notre Dame c’era stato un tweet immediato; per alcune moschee colpite da estremisti, altrettanto.
Per i cristiani massacrati in villaggi lontani, invece, il messaggio arriva tardi, se e quando arriva.

È paura? È diplomazia? È strategia?
Forse una miscela delle tre. Ma la sensazione diffusa è che a volte il timore di “irritare” il mondo islamico prevalga sulla necessità morale di chiamare le cose col loro nome.

Antimafia 2025: maxi-blitz, maxi-silenzio

Negli ultimi mesi non sono mancate operazioni di altissimo livello contro le cosche calabresi. L’operazione “Maestrale–Carosello”, con centinaia di arresti e una rete che toccava affari, politica, imprenditoria e un sottobosco internazionale, avrebbe meritato settimane di approfondimenti.

E invece?
Un giorno di apertura sui tg, qualche speciale lampo, poi l’attenzione evapora. Nessuna grande mobilitazione, poca analisi, pochissimo dibattito pubblico.

Perché?
Perché parlare di criminalità organizzata, quella vera, fa ancora paura.
Paura di esporsi, paura di sbagliare, paura di attirare attenzioni indesiderate. Una paura talmente radicata che finisce per influenzare anche la gerarchia delle notizie.

È quello che confermano vari magistrati: l’omertà, oggi, non è solo dei territori, ma spesso dell’opinione pubblica, che velocemente “passa oltre”. E i media, che vivono di audience, seguono il flusso: se i lettori non cliccano, si cambia argomento.

Media e pubblico: chi teme chi?

Arriviamo così alla domanda cruciale:
sono i media a non informare abbastanza o sono i lettori a non voler essere informati?

La verità, probabilmente, sta nel mezzo.
Il pubblico corre dietro ciò che è immediato, facile, emotivamente neutro.
Le redazioni, dall’altra parte, calibrano i temi in base a ciò che “tira”.

Temi scomodi, persecuzioni religiose, terrorismo, mafia, finiscono così ai margini, sacrificati sull’altare di un principio che nessuno ammette ma tutti seguono: meglio non complicarsi la vita.

Ed eccoci di nuovo al filo rosso:
la paura.

La paura come denominatore comune

Tre scenari, tre contesti diversi, un’unica matrice:

  • paura di essere etichettati;
  • paura di compromettere equilibri geopolitici e religiosi;
  • paura della malavita e dei poteri deviati.

Paura di parlare, paura di essere fraintesi, paura di fare troppo… o troppo poco.

Ma mentre molti tacciono, chi combatte davvero la criminalità conosce bene la paura e non la nega. Anzi, la usa.

Un noto magistrato calabrese lo ha sintetizzato così:
“La paura ce l’ho, certo. Ma va addomesticata, altrimenti ti domina.”

E noi? Abbiamo imparato ad addomesticare le nostre paure?

La risposta è, probabilmente, no.
Non ancora.
Ma il coraggio, quello autentico, non è riservato a pochi. È contagioso. Richiede esempi, richiede educazione al senso morale, richiede una società che smette di tremare davanti all’idea di essere criticata.

La paura è inevitabile; la resa alla paura, invece, è una scelta.

Sant’Agostino, che attraversa i secoli meglio di molte cronache contemporanee, ci ricorda:
“O è il male ciò di cui abbiamo paura, o il male è che abbiamo paura.”

Nel dubbio, vale la pena stare dalla parte del coraggio.

Sempre.

di Redazione

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Atomica per tutti, e poi? https://lagazzetta-online.com/atomica-per-tutti-e-poi/ https://lagazzetta-online.com/atomica-per-tutti-e-poi/#respond Wed, 19 Nov 2025 04:29:33 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18460 Quando il mondo gioca alla roulette nucleare e il popolino tifa dal divano, tra fake news, talk show isterici e finti profeti della catastrofe. a a C’è un momento, nella storia dei popoli, in cui l’ingenuità smette di essere tenera e diventa pericolosa. Un po’ come quando si scopre che il bambino che rideva davanti ai cartoni animati adesso crede che i dibattiti televisivi siano la “verità”. E così eccoci qui: un’umanità ipnotizzata dalle beghe politiche impacchettate nei talk show, dove ogni sciocchezza diventa apocalisse e ogni apocalisse, ormai, fa sbadigliare. Nel frattempo, mentre il pubblico si accapiglia su chi urla meglio nello studio televisivo, nel Pacifico si respira un’aria più tagliente di una lama di katana. Il Giappone, sì, proprio quello che per decenni ha sventolato la bandiera del pacifismo come un mantra esistenziale, adesso si riscopre con la mano sul pomo della spada. Non per folklore, ma per necessità. Il nuovo ministro della Difesa, Shinjiro Koizumi, ha chiesto apertamente di valutare l’acquisto di sottomarini a propulsione nucleare. Una frase che, in qualsiasi altro Paese, farebbe tremare le borse e agitare i pacifisti; in Giappone, invece, si scontra con una memoria collettiva ancora ustionata da Hiroshima e Nagasaki. Eppure qualcosa si muove. Quando hai come vicini una Corea del Nord che ti manda missili sopra la testa come fossero cartoline natalizie, e una Cina che vara portaerei come fossero yacht da weekend, a un certo punto anche il samurai più pacioso si domanda se non sia il caso di lucidare l’armatura. Gli Stati Uniti, manco a dirlo, osservano, approvano e spingono: perfino Seoul ha avuto il suo bravo via libera per entrare nel club delle potenze con sottomarini nucleari. Nel frattempo la regione si riempie di arsenali nuovi di zecca: una fiera del riarmo atomico che farebbe apparire il “day after” quasi un documentario bucolico. Il mondo trema, muore, implode. Ma a noi… che importa? Qui da noi, nel paese dove l’aria fritta è ormai patrimonio immateriale, basta un bello sciopero del venerdì, uno qualsiasi, il motivo è puramente accessorio, e qualche talk show fazioso che ripete sempre le stesse lagne per far sentire milioni di cittadini “informati”, “coinvolti”, “vigili”. Peccato che la vigilanza sia quella di chi dorme con gli occhi aperti: l’illusione di essere partecipi mentre si è drogati di fake news, indignazione a orologeria e politica-spettacolo di quart’ordine. E così il mondo corre verso l’abisso nucleare, e noi con lui, a passo lento ma determinato, come ciechi in un vicolo cieco, un cul de sac, direbbe chi vuole darsi un tono francese. C’è chi evoca la storia circolare, come Peter Colosimo, parlando di civiltà avanzate spazzate via da cataclismi e guerre atomiche per poi rinascere da zero. La differenza? Che all’epoca i responsabili erano, forse, extraterrestri. Oggi, invece, basta guardare i telegiornali: gli alieni siamo noi, governati da svitati che, per fantasia, competono solo con i marziani. E allora, come direbbe Montanelli, prepariamoci: se la storia è davvero un cerchio, tranquillizziamoci. Prima o poi torneremo all’inizio. E chissà che stavolta non si impari qualcosa, sempre ammesso che ci resti qualcuno capace di ricordarla. Di Redazione

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Quando il mondo gioca alla roulette nucleare e il popolino tifa dal divano, tra fake news, talk show isterici e finti profeti della catastrofe.

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C’è un momento, nella storia dei popoli, in cui l’ingenuità smette di essere tenera e diventa pericolosa. Un po’ come quando si scopre che il bambino che rideva davanti ai cartoni animati adesso crede che i dibattiti televisivi siano la “verità”. E così eccoci qui: un’umanità ipnotizzata dalle beghe politiche impacchettate nei talk show, dove ogni sciocchezza diventa apocalisse e ogni apocalisse, ormai, fa sbadigliare.

Nel frattempo, mentre il pubblico si accapiglia su chi urla meglio nello studio televisivo, nel Pacifico si respira un’aria più tagliente di una lama di katana. Il Giappone, sì, proprio quello che per decenni ha sventolato la bandiera del pacifismo come un mantra esistenziale, adesso si riscopre con la mano sul pomo della spada. Non per folklore, ma per necessità.
Il nuovo ministro della Difesa, Shinjiro Koizumi, ha chiesto apertamente di valutare l’acquisto di sottomarini a propulsione nucleare. Una frase che, in qualsiasi altro Paese, farebbe tremare le borse e agitare i pacifisti; in Giappone, invece, si scontra con una memoria collettiva ancora ustionata da Hiroshima e Nagasaki.

Eppure qualcosa si muove.
Quando hai come vicini una Corea del Nord che ti manda missili sopra la testa come fossero cartoline natalizie, e una Cina che vara portaerei come fossero yacht da weekend, a un certo punto anche il samurai più pacioso si domanda se non sia il caso di lucidare l’armatura. Gli Stati Uniti, manco a dirlo, osservano, approvano e spingono: perfino Seoul ha avuto il suo bravo via libera per entrare nel club delle potenze con sottomarini nucleari.

Nel frattempo la regione si riempie di arsenali nuovi di zecca: una fiera del riarmo atomico che farebbe apparire il “day after” quasi un documentario bucolico. Il mondo trema, muore, implode. Ma a noi… che importa?

Qui da noi, nel paese dove l’aria fritta è ormai patrimonio immateriale, basta un bello sciopero del venerdì, uno qualsiasi, il motivo è puramente accessorio, e qualche talk show fazioso che ripete sempre le stesse lagne per far sentire milioni di cittadini “informati”, “coinvolti”, “vigili”.
Peccato che la vigilanza sia quella di chi dorme con gli occhi aperti: l’illusione di essere partecipi mentre si è drogati di fake news, indignazione a orologeria e politica-spettacolo di quart’ordine.

E così il mondo corre verso l’abisso nucleare, e noi con lui, a passo lento ma determinato, come ciechi in un vicolo cieco, un cul de sac, direbbe chi vuole darsi un tono francese.
C’è chi evoca la storia circolare, come Peter Colosimo, parlando di civiltà avanzate spazzate via da cataclismi e guerre atomiche per poi rinascere da zero.
La differenza?
Che all’epoca i responsabili erano, forse, extraterrestri.
Oggi, invece, basta guardare i telegiornali: gli alieni siamo noi, governati da svitati che, per fantasia, competono solo con i marziani.

E allora, come direbbe Montanelli, prepariamoci: se la storia è davvero un cerchio, tranquillizziamoci. Prima o poi torneremo all’inizio. E chissà che stavolta non si impari qualcosa, sempre ammesso che ci resti qualcuno capace di ricordarla.

Di Redazione

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L’Italia dei tribunali ambulanti https://lagazzetta-online.com/litalia-dei-tribunali-ambulanti/ https://lagazzetta-online.com/litalia-dei-tribunali-ambulanti/#comments Fri, 17 Oct 2025 20:32:39 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18281 Ogni testa è un tribunale, ma da noi le sentenze si emettono al bar, sui social e nei cortei: così, mentre i problemi restano, si discute di gossip come fosse politica estera. Come è strana la vita!Non si è mai contenti di ciò che si ha, né di ciò che si fa. E fin qui nulla di nuovo: l’uomo è un eterno insoddisfatto. Ma da noi l’incontentabilità è diventata mestiere. Ognuno ha la sua verità e la serve come un avvocato d’ufficio, sicuro di difendere la causa giusta. “Ogni testa è tribunale”, dice il proverbio; peccato che in Italia i tribunali abbondino, ma la giustizia, quella del buon senso, sia merce rara. Prendiamo, per dire, i pacifisti di professione. A pace fatta, continuano a guerreggiare. Si capisce: se smettessero, dovrebbero trovarsi un lavoro vero. E chi governa non può certo rischiare di mandarli in cassa integrazione morale. Così si sciopera a prescindere, come si respira: per abitudine. Eppure ci sarebbero buoni motivi per farlo davvero, uno per tutti: la solidarietà a corrente alternata. Giorgia Meloni è stata oggetto di un attacco sessista da parte di due esponenti di sinistra, Elly Schlein e Laura Boldrini, le stesse che hanno fatto del femminismo una bandiera. Ma qui il coro delle indignazioni si è improvvisamente ammutolito. La “testa-tribunale”, che di solito proclama verdetti fulminanti, questa volta archivia il caso: non luogo a procedere. Nel frattempo, Lerner e Saviano rispolverano il vecchio “Piove, governo ladro!”, la Salis attribuisce al capitalismo la colpa di ogni sciagura, e i grillini evaporano con la solita disinvoltura dei gas nobili. Intanto, i veri problemi, quelli che pesano sul Paese, vengono messi in coda, scavalcati dal gossip quotidiano, dalla lite di condominio travestita da analisi politica. E così si tira avanti: un popolo di detrattori professionisti, sempre pronti a scioperare contro qualcosa, purché non richieda fatica di pensiero. Poi ci si stupisce se all’estero ci capiscono meglio di quanto ci capiamo da soli. In pochi giorni due autorevoli giornali tedeschi hanno elogiato la premier italiana. Qui da noi, invece, nessuno se n’è accorto: erano tutti occupati a discutere dell’ultima polemica da salotto. Meno male che lassù, tra un rigore e un’autostrada efficiente, qualcuno ci guarda.E forse sorride, chiedendosi come faccia un Paese così serio nei talenti a non prendersi mai sul serio nelle cose serie.Forse è il prezzo della libertà: quella di lamentarsi sempre, anche quando non c’è più niente da dire. Giuseppe Arnò

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Ogni testa è un tribunale, ma da noi le sentenze si emettono al bar, sui social e nei cortei: così, mentre i problemi restano, si discute di gossip come fosse politica estera.


Come è strana la vita!
Non si è mai contenti di ciò che si ha, né di ciò che si fa. E fin qui nulla di nuovo: l’uomo è un eterno insoddisfatto. Ma da noi l’incontentabilità è diventata mestiere. Ognuno ha la sua verità e la serve come un avvocato d’ufficio, sicuro di difendere la causa giusta. “Ogni testa è tribunale”, dice il proverbio; peccato che in Italia i tribunali abbondino, ma la giustizia, quella del buon senso, sia merce rara.

Prendiamo, per dire, i pacifisti di professione. A pace fatta, continuano a guerreggiare. Si capisce: se smettessero, dovrebbero trovarsi un lavoro vero. E chi governa non può certo rischiare di mandarli in cassa integrazione morale. Così si sciopera a prescindere, come si respira: per abitudine.

Eppure ci sarebbero buoni motivi per farlo davvero, uno per tutti: la solidarietà a corrente alternata. Giorgia Meloni è stata oggetto di un attacco sessista da parte di due esponenti di sinistra, Elly Schlein e Laura Boldrini, le stesse che hanno fatto del femminismo una bandiera. Ma qui il coro delle indignazioni si è improvvisamente ammutolito. La “testa-tribunale”, che di solito proclama verdetti fulminanti, questa volta archivia il caso: non luogo a procedere.

Nel frattempo, Lerner e Saviano rispolverano il vecchio “Piove, governo ladro!”, la Salis attribuisce al capitalismo la colpa di ogni sciagura, e i grillini evaporano con la solita disinvoltura dei gas nobili. Intanto, i veri problemi, quelli che pesano sul Paese, vengono messi in coda, scavalcati dal gossip quotidiano, dalla lite di condominio travestita da analisi politica.

E così si tira avanti: un popolo di detrattori professionisti, sempre pronti a scioperare contro qualcosa, purché non richieda fatica di pensiero. Poi ci si stupisce se all’estero ci capiscono meglio di quanto ci capiamo da soli. In pochi giorni due autorevoli giornali tedeschi hanno elogiato la premier italiana. Qui da noi, invece, nessuno se n’è accorto: erano tutti occupati a discutere dell’ultima polemica da salotto.

Meno male che lassù, tra un rigore e un’autostrada efficiente, qualcuno ci guarda.
E forse sorride, chiedendosi come faccia un Paese così serio nei talenti a non prendersi mai sul serio nelle cose serie.
Forse è il prezzo della libertà: quella di lamentarsi sempre, anche quando non c’è più niente da dire.

Giuseppe Arnò

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