Fatti Archives - Rivista La Gazzetta https://lagazzetta-online.com/category/fatti/ Portale di Notizie Sat, 21 Feb 2026 02:39:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9 https://lagazzetta-online.com/wp-content/uploads/2021/10/logo-1-150x90.png Fatti Archives - Rivista La Gazzetta https://lagazzetta-online.com/category/fatti/ 32 32 La carne è debole, il titolo è fortissimo https://lagazzetta-online.com/la-carne-e-debole-il-titolo-e-fortissimo/ https://lagazzetta-online.com/la-carne-e-debole-il-titolo-e-fortissimo/#respond Sat, 21 Feb 2026 02:39:24 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18923    Dalle fragilità umane ai titoloni apocalittici: come trasformare una caduta personale in un’Armageddon planetaria (che puntualmente non arriva).   “La carne è debole”, si dice. Non è una condanna, ma un promemoria: siamo fatti di limiti, tentazioni, inciampi. È un invito alla crescita, non alla gogna. Eppure, quando la debolezza smette di essere episodio e diventa abitudine, il confine tra fragilità e rovina si assottiglia fino a sparire. Nel reame d’Inghilterra la massima evangelica ha trovato un’interpretazione piuttosto terrena con il caso del Principe Andrea, fratello di Carlo III. Qui non siamo più nella dimensione della scappatella da romanzo ottocentesco, ma in un capitolo assai meno lirico e più giudiziario. Quando la debolezza diventa cronica, non si parla più di peccatucci, ma di responsabilità. E le responsabilità, a corte come al mercato, si pagano. La “pecora nera” esiste in tutte le famiglie, nobili o proletarie che siano. La differenza è che se inciampa il cugino Gino, al massimo si commenta al pranzo di Natale; se inciampa un principe, scatta l’editoriale globale. Titoli a caratteri cubitali: “La corona con le spine”, “È la fine della monarchia?”, “Scandalo che scuote l’Impero!”. Manca solo l’invasione delle cavallette. E invece? È successo ciò che doveva succedere: perdita di titoli operativi, isolamento pubblico, conti aperti con la giustizia, risarcimenti sostanziosi. Una vicenda personale con conseguenze personali. La monarchia britannica non è crollata, British royal family non è stata sfrattata da Buckingham Palace, e le guardie non hanno cambiato mestiere. Il mondo ha continuato a girare, con grande disappunto dei titolisti. Il problema non è raccontare lo scandalo. È gonfiarlo fino a farlo diventare un’eclissi permanente. La debolezza umana è materia seria; trasformarla in fiction apocalittica è un esercizio creativo che frutta clic ma impoverisce la realtà. La stampa, quando informa, è servizio; quando allarma per sport, diventa teatro. E il teatro, si sa, vive di eccessi. Così il lettore, bombardato da catastrofi imminenti, finisce per non distinguere più tra una crepa e un terremoto. Tutto è “crisi”, tutto è “crollo”, tutto è “svolta epocale”. Poi, il giorno dopo, nulla è cambiato davvero. Se non il numero delle visualizzazioni. Forse aveva ragione Paulo Coelho, nel suo Il Cammino di Santiago: abbiamo la tendenza a fantasticare su ciò che non esiste, ignorando le lezioni che abbiamo sotto gli occhi. La lezione, in questo caso, è semplice: l’uomo cade, paga e, se può, si rialza. Il resto è rumore di fondo. E la morale? La carne resta debole. Ma certi titoli lo sono ancora di più: fortissimi di voce, fragilissimi di sostanza. Come certi castelli di carta che crollano solo nelle redazioni. Giuseppe Arnò

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 Dalle fragilità umane ai titoloni apocalittici: come trasformare una caduta personale in un’Armageddon planetaria (che puntualmente non arriva).

 

“La carne è debole”, si dice. Non è una condanna, ma un promemoria: siamo fatti di limiti, tentazioni, inciampi. È un invito alla crescita, non alla gogna. Eppure, quando la debolezza smette di essere episodio e diventa abitudine, il confine tra fragilità e rovina si assottiglia fino a sparire.

Nel reame d’Inghilterra la massima evangelica ha trovato un’interpretazione piuttosto terrena con il caso del Principe Andrea, fratello di Carlo III. Qui non siamo più nella dimensione della scappatella da romanzo ottocentesco, ma in un capitolo assai meno lirico e più giudiziario. Quando la debolezza diventa cronica, non si parla più di peccatucci, ma di responsabilità. E le responsabilità, a corte come al mercato, si pagano.

La “pecora nera” esiste in tutte le famiglie, nobili o proletarie che siano. La differenza è che se inciampa il cugino Gino, al massimo si commenta al pranzo di Natale; se inciampa un principe, scatta l’editoriale globale. Titoli a caratteri cubitali: “La corona con le spine”, “È la fine della monarchia?”, “Scandalo che scuote l’Impero!”. Manca solo l’invasione delle cavallette.

E invece? È successo ciò che doveva succedere: perdita di titoli operativi, isolamento pubblico, conti aperti con la giustizia, risarcimenti sostanziosi. Una vicenda personale con conseguenze personali. La monarchia britannica non è crollata, British royal family non è stata sfrattata da Buckingham Palace, e le guardie non hanno cambiato mestiere. Il mondo ha continuato a girare, con grande disappunto dei titolisti.

Il problema non è raccontare lo scandalo. È gonfiarlo fino a farlo diventare un’eclissi permanente. La debolezza umana è materia seria; trasformarla in fiction apocalittica è un esercizio creativo che frutta clic ma impoverisce la realtà. La stampa, quando informa, è servizio; quando allarma per sport, diventa teatro. E il teatro, si sa, vive di eccessi.

Così il lettore, bombardato da catastrofi imminenti, finisce per non distinguere più tra una crepa e un terremoto. Tutto è “crisi”, tutto è “crollo”, tutto è “svolta epocale”. Poi, il giorno dopo, nulla è cambiato davvero. Se non il numero delle visualizzazioni.

Forse aveva ragione Paulo Coelho, nel suo Il Cammino di Santiago: abbiamo la tendenza a fantasticare su ciò che non esiste, ignorando le lezioni che abbiamo sotto gli occhi. La lezione, in questo caso, è semplice: l’uomo cade, paga e, se può, si rialza. Il resto è rumore di fondo.

E la morale? La carne resta debole. Ma certi titoli lo sono ancora di più: fortissimi di voce, fragilissimi di sostanza. Come certi castelli di carta che crollano solo nelle redazioni.

Giuseppe Arnò

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Lettera aperta alla Presidente del Consiglio dei Ministri On. Giorgia Meloni https://lagazzetta-online.com/lettera-aperta-alla-presidente-del-consiglio-dei-ministri-on-giorgia-meloni/ https://lagazzetta-online.com/lettera-aperta-alla-presidente-del-consiglio-dei-ministri-on-giorgia-meloni/#respond Fri, 20 Feb 2026 21:05:12 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18915 Le scrivo con profondo rispetto istituzionale e con quello spirito di lealtà verso lo Stato che ha sempre guidato ogni mia scelta, prima come Ufficiale dell’Esercito Italiano, poi come servitore delle Istituzioni anche nella malattia e nello sport paralimpico. Le scrivo con profondo rispetto istituzionale e con quello spirito di lealtà verso lo Stato che ha sempre guidato ogni mia scelta, prima come Ufficiale dell’Esercito Italiano, poi come servitore delle Istituzioni anche nella malattia e nello sport paralimpico. Ricordo bene le Sue parole del 15 ottobre 2021, quando, con sensibilità ed attenzione, decise di condividere pubblicamente la mia storia, definendomi una persona umile, coraggiosa e dignitosa e chiedendo allo Stato di ammettere le proprie responsabilità e di dimostrare con i fatti il valore di chi si è ammalato servendo la Patria. Non ho mai vissuto le Sue parole come dichiarazioni di circostanza, ma come espressione autentica della vicinanza che Lei ha sempre dimostrato verso gli uomini e le donne in uniforme. Oggi Lei ricopre il più alto ruolo di Governo e, proprio per questo, mi permetto di scriverLe con fiducia e profondo senso di rispetto per le Istituzioni. In questi anni, ho continuato a credere nello Stato, nonostante le difficoltà, le incomprensioni e le ingiustizie che hanno segnato il mio percorso umano e professionale. Non ho mai chiesto privilegi, né trattamenti di favore — quelli che troppo spesso sembrerebbero dividere le Vittime del Dovere in vittime di serie A e vittime di serie B. Ho chiesto soltanto verità, rispetto e giustizia. Persino la richiesta simbolica di un solo euro di risarcimento, accompagnata da semplici scuse istituzionali rappresenterebbe un gesto morale più che materiale, rivolto non solo a me, ma a tutti coloro che hanno pagato con la salute il proprio dovere. Ciò che oggi chiedo, con dignità e fermezza, è di poter riavere quell’ uniforme che sento essermi stata strappata di dosso, non per mancanze verso lo Stato, ma, probabilmente, per quanto assurdo, dovendo trovare un senso a ciò che è accaduto, per aver raccontato, denunciato e dimostrato la verità dei fatti. Presidente, Lei ha sempre dimostrato, in ogni contesto pubblico, una sincera attenzione verso chi serve lo Stato con disciplina e onore. Proprio per questo motivo, sento il dovere di rappresentarLe che quanto continua ad accadere nella mia vicenda non appare coerente con quello spirito di vicinanza e di giustizia che Lei stessa ha più volte affermato. Non si tratta di mettere in discussione l’azione del Governo, ma di evidenziare come, a livello amministrativo ed umano, permangano situazioni che rischiano di tradire quei valori di rispetto e responsabilità verso i servitori dello Stato che Lei ha sempre difeso. Da tempo ho chiesto, con educazione e discrezione, di poter conferire con il Ministro della Difesa, On. Guido Crosetto, senza mai ottenere non dico l’onore ed il privilegio di un incontro, ma neppure una risposta, seppur negativa. Comprendo i molteplici impegni istituzionali e le complessità delle agende di Governo, ma credo che vi siano vicende che meritino un ascolto diretto, umano e personale, soprattutto quando riguardano la dignità di chi ha servito la Nazione fino alle estreme conseguenze. Per questo motivo mi rivolgo a Lei, non solo come Presidente del Consiglio, ma come persona che ha già dimostrato sensibilità verso la mia storia. Le chiedo la possibilità di un confronto diretto, sincero ed istituzionale, affinché possa ascoltare personalmente quanto accaduto e valutare con la Sua autorevolezza una vicenda che non riguarda solo me, ma il significato stesso di cosa voglia dire essere e rimanere servitori dello Stato. Sono certo che con il Suo senso delle Istituzioni, unito alla Sua attenzione verso chi indossa o ha indossato un’uniforme, saprà cogliere il valore umano e morale di questa richiesta. In attesa di un Suo cortese riscontro alla presente, con rispetto e spirito di servizio, l’occasione mi è gradita per porgere distinti saluti. Mai arrendersi, nonostante tutto e tutti, costi quel che costi. Colonnello Carlo Calcagni

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Le scrivo con profondo rispetto istituzionale e con quello spirito di lealtà verso lo Stato che ha sempre guidato ogni mia scelta, prima come Ufficiale dell’Esercito Italiano, poi come servitore delle Istituzioni anche nella malattia e nello sport paralimpico.

Le scrivo con profondo rispetto istituzionale e con quello spirito di lealtà verso lo Stato che ha sempre guidato ogni mia scelta, prima come Ufficiale dell’Esercito Italiano, poi come servitore delle Istituzioni anche nella malattia e nello sport paralimpico.

Ricordo bene le Sue parole del 15 ottobre 2021, quando, con sensibilità ed attenzione, decise di condividere pubblicamente la mia storia, definendomi una persona umile, coraggiosa e dignitosa e chiedendo allo Stato di ammettere le proprie responsabilità e di dimostrare con i fatti il valore di chi si è ammalato servendo la Patria.

Non ho mai vissuto le Sue parole come dichiarazioni di circostanza, ma come espressione autentica della vicinanza che Lei ha sempre dimostrato verso gli uomini e le donne in uniforme.

Oggi Lei ricopre il più alto ruolo di Governo e, proprio per questo, mi permetto di scriverLe con fiducia e profondo senso di rispetto per le Istituzioni.

In questi anni, ho continuato a credere nello Stato, nonostante le difficoltà, le incomprensioni e le ingiustizie che hanno segnato il mio percorso umano e professionale.

Non ho mai chiesto privilegi, né trattamenti di favore — quelli che troppo spesso sembrerebbero dividere le Vittime del Dovere in vittime di serie A e vittime di serie B.

Ho chiesto soltanto verità, rispetto e giustizia.

Persino la richiesta simbolica di un solo euro di risarcimento, accompagnata da semplici scuse istituzionali rappresenterebbe un gesto morale più che materiale, rivolto non solo a me, ma a tutti coloro che hanno pagato con la salute il proprio dovere.

Ciò che oggi chiedo, con dignità e fermezza, è di poter riavere quell’ uniforme che sento essermi stata strappata di dosso, non per mancanze verso lo Stato, ma, probabilmente, per quanto assurdo, dovendo trovare un senso a ciò che è accaduto, per aver raccontato, denunciato e dimostrato la verità dei fatti.

Presidente, Lei ha sempre dimostrato, in ogni contesto pubblico, una sincera attenzione verso chi serve lo Stato con disciplina e onore.

Proprio per questo motivo, sento il dovere di rappresentarLe che quanto continua ad accadere nella mia vicenda non appare coerente con quello spirito di vicinanza e di giustizia che Lei stessa ha più volte affermato.

Non si tratta di mettere in discussione l’azione del Governo, ma di evidenziare come, a livello amministrativo ed umano, permangano situazioni che rischiano di tradire quei valori di rispetto e responsabilità verso i servitori dello Stato che Lei ha sempre difeso.

Da tempo ho chiesto, con educazione e discrezione, di poter conferire con il Ministro della Difesa, On. Guido Crosetto, senza mai ottenere non dico l’onore ed il privilegio di un incontro, ma neppure una risposta, seppur negativa.

Comprendo i molteplici impegni istituzionali e le complessità delle agende di Governo, ma credo che vi siano vicende che meritino un ascolto diretto, umano e personale, soprattutto quando riguardano la dignità di chi ha servito la Nazione fino alle estreme conseguenze.

Per questo motivo mi rivolgo a Lei, non solo come Presidente del Consiglio, ma come persona che ha già dimostrato sensibilità verso la mia storia.

Le chiedo la possibilità di un confronto diretto, sincero ed istituzionale, affinché possa ascoltare personalmente quanto accaduto e valutare con la Sua autorevolezza una vicenda che non riguarda solo me, ma il significato stesso di cosa voglia dire essere e rimanere servitori dello Stato.

Sono certo che con il Suo senso delle Istituzioni, unito alla Sua attenzione verso chi indossa o ha indossato un’uniforme, saprà cogliere il valore umano e morale di questa richiesta.

In attesa di un Suo cortese riscontro alla presente, con rispetto e spirito di servizio, l’occasione mi è gradita per porgere distinti saluti.

Mai arrendersi, nonostante tutto e tutti, costi quel che costi.

Colonnello Carlo Calcagni

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Porte chiuse (finalmente) e fantasmi in fuga https://lagazzetta-online.com/porte-chiuse-finalmente-e-fantasmi-in-fuga/ https://lagazzetta-online.com/porte-chiuse-finalmente-e-fantasmi-in-fuga/#respond Wed, 11 Feb 2026 18:50:27 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18865 Dalla lista dei Paesi sicuri al blocco navale: l’Europa scopre che l’ospitalità è una virtù, ma non un colabrodo “L’Europa non si farà d’un colpo”, ammoniva Robert Schuman, “ma attraverso realizzazioni concrete”. E infatti ci sono voluti anni di convegni, tavoli tecnici, vertici straordinari e indignazioni ordinarie per scoprire che, lasciando la porta spalancata, non entrano solo i pellegrini ma anche il cavallo di Troia. E talvolta pure gli “invasori”, per dirla con linguaggio che fa inorridire i salotti ma descrive bene i moli. La notizia del giorno, tra un oro olimpico, un antagonista che cerca lo scontro e un talk show che cerca l’audience, è che l’Unione europea ha finalmente ratificato la lista dei Paesi sicuri. Traduzione: rimpatri più facili. Traduzione della traduzione: ciò che fino a ieri era disumano, oggi è europeo. La linea Meloni è passata. E non da sola. Si parla di un asse Meloni–Merz, una scossa conservatrice che promette di ridisegnare l’Europa più di mille dichiarazioni di principio. Non è ancora una nuova Santa Alleanza, ma è qualcosa di più concreto: un cambio di paradigma. Dalla solidarietà a senso unico alla solidarietà di fatto. Che, per Schuman, era il primo mattone dell’edificio europeo. Per noi, è almeno una serratura funzionante. Il ddl Sicurezza sul tavolo del Consiglio dei ministri non è un romanzo d’appendice. È un elenco puntuale: blocco navale in caso di minaccia grave all’ordine pubblico o alla sicurezza nazionale; interdizione temporanea delle acque territoriali; sanzioni fino alla confisca delle imbarcazioni per chi viola il divieto; possibilità di trasferire i migranti irregolari in Paesi terzi con cui esistono accordi. Durata limitata, prorogabile. Non l’apocalisse, ma un regolamento. Costituiscono minaccia grave, recita la bozza, il rischio concreto di terrorismo, infiltrazioni, pressione migratoria eccezionale, emergenze sanitarie, grandi eventi internazionali. In altre parole: lo Stato si riserva il diritto di difendersi quando è sotto pressione. Un’idea che fino a ieri sembrava eversiva. L’opposizione, nel frattempo, rincorre fantasmi. Da Venezia a Sanremo, manca solo la staffetta dalle Alpi alle piramidi e dal Manzanarre al Reno. Fino all’altro ieri Vannacci era il generale utile a mettere in difficoltà il governo; oggi è un estremista putiniano. Gratteri, con brutalità partenopea, ricorda che le battaglie si fanno per convinzione, non per convenienza. E la frase resta lì, sospesa come un esame di coscienza collettivo. I giudici reagiscono alla conferma della data del referendum; Cassese sostiene che la riforma renderà le toghe più indipendenti; un ex giudice della Consulta parla di pm liberi e Csm senza correnti. Nel frattempo, Ranucci replica, Giletti incalza, Cerno viene attaccato, e il Paese discute con la passione di chi ama la polemica più delle soluzioni. Fuori dall’aula, il mondo continua. Zelensky apre a Trump: elezioni entro il 15 maggio, colloqui negli Usa. Ma “senza sicurezza non ci saranno annunci”. È una frase che potrebbe valere anche per l’Europa: senza sicurezza non c’è politica che tenga, né solidarietà che regga. Sui rimpatri sicuri si è giocata una partita ideologica, spesso più teatrale che giuridica. Eppure il principio è semplice: distinguere chi ha diritto alla protezione da chi non ce l’ha. Non è crudeltà, è amministrazione. Non è chiusura, è selezione. L’ospitalità è una virtù cristiana; l’incoscienza, no. Si è finalmente compreso, forse per stanchezza, forse per realismo, che un flusso inarrestabile destabilizza economia, sanità, politica e quel poco benessere che l’Europa ha faticosamente costruito. Il troppo stroppia, diceva la saggezza popolare. Seneca, più elegantemente, avvertiva che ogni eccesso porta alla rovina. L’Unione, se vuole diventare potenza e non solo platea, deve proteggere i suoi confini come protegge le sue regole. Non per paura del mondo, ma per non dissolversi in esso. Per anni abbiamo confuso l’accoglienza con l’assenza di confini. Ora scopriamo che una casa senza porte non è più accogliente: è semplicemente occupata. E l’Europa, se vuole essere casa, deve almeno avere le chiavi. Giuseppe Arnò

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Dalla lista dei Paesi sicuri al blocco navale: l’Europa scopre che l’ospitalità è una virtù, ma non un colabrodo

“L’Europa non si farà d’un colpo”, ammoniva Robert Schuman, “ma attraverso realizzazioni concrete”.
E infatti ci sono voluti anni di convegni, tavoli tecnici, vertici straordinari e indignazioni ordinarie per scoprire che, lasciando la porta spalancata, non entrano solo i pellegrini ma anche il cavallo di Troia. E talvolta pure gli “invasori”, per dirla con linguaggio che fa inorridire i salotti ma descrive bene i moli.

La notizia del giorno, tra un oro olimpico, un antagonista che cerca lo scontro e un talk show che cerca l’audience, è che l’Unione europea ha finalmente ratificato la lista dei Paesi sicuri. Traduzione: rimpatri più facili. Traduzione della traduzione: ciò che fino a ieri era disumano, oggi è europeo.

La linea Meloni è passata. E non da sola. Si parla di un asse Meloni–Merz, una scossa conservatrice che promette di ridisegnare l’Europa più di mille dichiarazioni di principio. Non è ancora una nuova Santa Alleanza, ma è qualcosa di più concreto: un cambio di paradigma. Dalla solidarietà a senso unico alla solidarietà di fatto. Che, per Schuman, era il primo mattone dell’edificio europeo. Per noi, è almeno una serratura funzionante.

Il ddl Sicurezza sul tavolo del Consiglio dei ministri non è un romanzo d’appendice. È un elenco puntuale: blocco navale in caso di minaccia grave all’ordine pubblico o alla sicurezza nazionale; interdizione temporanea delle acque territoriali; sanzioni fino alla confisca delle imbarcazioni per chi viola il divieto; possibilità di trasferire i migranti irregolari in Paesi terzi con cui esistono accordi. Durata limitata, prorogabile. Non l’apocalisse, ma un regolamento.

Costituiscono minaccia grave, recita la bozza, il rischio concreto di terrorismo, infiltrazioni, pressione migratoria eccezionale, emergenze sanitarie, grandi eventi internazionali. In altre parole: lo Stato si riserva il diritto di difendersi quando è sotto pressione. Un’idea che fino a ieri sembrava eversiva.

L’opposizione, nel frattempo, rincorre fantasmi. Da Venezia a Sanremo, manca solo la staffetta dalle Alpi alle piramidi e dal Manzanarre al Reno. Fino all’altro ieri Vannacci era il generale utile a mettere in difficoltà il governo; oggi è un estremista putiniano. Gratteri, con brutalità partenopea, ricorda che le battaglie si fanno per convinzione, non per convenienza. E la frase resta lì, sospesa come un esame di coscienza collettivo.

I giudici reagiscono alla conferma della data del referendum; Cassese sostiene che la riforma renderà le toghe più indipendenti; un ex giudice della Consulta parla di pm liberi e Csm senza correnti. Nel frattempo, Ranucci replica, Giletti incalza, Cerno viene attaccato, e il Paese discute con la passione di chi ama la polemica più delle soluzioni.

Fuori dall’aula, il mondo continua. Zelensky apre a Trump: elezioni entro il 15 maggio, colloqui negli Usa. Ma “senza sicurezza non ci saranno annunci”. È una frase che potrebbe valere anche per l’Europa: senza sicurezza non c’è politica che tenga, né solidarietà che regga.

Sui rimpatri sicuri si è giocata una partita ideologica, spesso più teatrale che giuridica. Eppure il principio è semplice: distinguere chi ha diritto alla protezione da chi non ce l’ha. Non è crudeltà, è amministrazione. Non è chiusura, è selezione. L’ospitalità è una virtù cristiana; l’incoscienza, no.

Si è finalmente compreso, forse per stanchezza, forse per realismo, che un flusso inarrestabile destabilizza economia, sanità, politica e quel poco benessere che l’Europa ha faticosamente costruito. Il troppo stroppia, diceva la saggezza popolare. Seneca, più elegantemente, avvertiva che ogni eccesso porta alla rovina.

L’Unione, se vuole diventare potenza e non solo platea, deve proteggere i suoi confini come protegge le sue regole. Non per paura del mondo, ma per non dissolversi in esso.

Per anni abbiamo confuso l’accoglienza con l’assenza di confini. Ora scopriamo che una casa senza porte non è più accogliente: è semplicemente occupata.

E l’Europa, se vuole essere casa, deve almeno avere le chiavi.

Giuseppe Arnò

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Board of Peace: il mondo ci invita, casa nostra ci respinge https://lagazzetta-online.com/board-of-peace-il-mondo-ci-invita-casa-nostra-ci-respinge/ https://lagazzetta-online.com/board-of-peace-il-mondo-ci-invita-casa-nostra-ci-respinge/#respond Sat, 24 Jan 2026 20:38:37 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18780   Tra prestigio internazionale, diplomazia da adulti e città che fanno paura anche agli ospiti C’è una curiosa legge non scritta della politica internazionale: quando l’Italia smette di fare la comparsa, qualcuno si affretta a offrirle un ruolo da protagonista. È successo anche stavolta, con il Board of Peace, creatura partorita a Davos, presieduta da Donald Trump in persona (non dagli Stati Uniti, badiamo bene: proprio da lui), e pensata per mettere un po’ d’ordine laddove la pace è diventata una tregua stanca, come a Gaza. L’Europa, al solito, ha reagito come davanti a un piatto troppo speziato: Francia e Spagna hanno detto no, Bruxelles ha arricciato il naso, Londra si è indignata per la lista degli invitati. L’Italia, invece, ha fatto qualcosa di insolito: ha riflettuto. Giorgia Meloni non ha firmato col pilota automatico, ma nemmeno ha sbattuto la porta. Ha chiesto garanzie, modifiche allo Statuto, rispetto della Costituzione. Tradotto: disponibilità sì, sudditanza no. Ed è già una notizia. Non è un mistero che Washington voglia Roma nel Board. Non per mandare soldati allo sbaraglio, ma per valorizzare ciò che sappiamo fare meglio: mediazione, addestramento, credibilità. I Carabinieri che formano le future forze di polizia palestinesi sono un’idea concreta, pragmatica, persino elegante. Altro che i soliti comunicati indignati. Qui si parla di costruire istituzioni, non slogan. E il prestigio, intanto, cresce. L’Italia conta di più nei dossier che contano. Viene cercata, ascoltata, corteggiata. Mentre sulle piste di Kitzbühel Franzoni vola e Sinner resiste al caldo australiano come un monaco tibetano con la racchetta, il tricolore torna a essere sinonimo di affidabilità. Fuori, tutto sembra funzionare. Dentro, però, scricchiola. Perché mentre l’Italia viene chiamata a garantire sicurezza a Gaza, non riesce a garantirla a Milano. E non lo diciamo noi: lo dicono gli ospiti. Fa impressione, e un po’ vergogna, che il presidente della Repubblica di Corea, parlando delle Olimpiadi di Milano-Cortina, abbia sentito il bisogno di raccomandare “particolare attenzione alla sicurezza dei nostri cittadini”. Tradotto dal linguaggio diplomatico: abbiamo sentito certe cose. Qui non c’entra l’assenza di volontà del governo. I provvedimenti ci sarebbero, le intenzioni pure. Ma ogni tentativo di rafforzare strumenti e uomini trova un’opposizione che preferisce politicizzare la paura anziché ridurla, e una Giustizia spesso indulgente, che confonde la clemenza con la resa. Risultato: città nervose, cittadini guardinghi, e una fama che corre più veloce delle riforme. Invocare nuove leggi, più forze dell’ordine, persino ronde, chiamiamole pure con questo termine gergale, tanto l’ipocrisia non aumenta la sicurezza, non è autoritarismo: è buon senso. Non possiamo permetterci che Milano entri in classifiche che non le competono, né che il prestigio internazionale venga smentito dalla cronaca nera domestica. Il paradosso è tutto qui: siamo abbastanza maturi per aiutare il mondo a fare pace, ma non ancora abbastanza risoluti per difendere le nostre strade. Marilyn Monroe diceva di fermarsi quando si è finito, non quando si è stanchi. Vale anche per la politica. Il Padreterno aiuta, sì, ma, come sempre, non firma i decreti al posto nostro. E allora avanti: nel Board of Peace, senza ingenuità. Nelle città, senza timidezze. Perché la pace lontana è un onore; la sicurezza vicina è un dovere. E su certi doveri, Montanelli avrebbe detto, non si negozia: si governa. Giuseppe Arnò

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Tra prestigio internazionale, diplomazia da adulti e città che fanno paura anche agli ospiti

C’è una curiosa legge non scritta della politica internazionale: quando l’Italia smette di fare la comparsa, qualcuno si affretta a offrirle un ruolo da protagonista. È successo anche stavolta, con il Board of Peace, creatura partorita a Davos, presieduta da Donald Trump in persona (non dagli Stati Uniti, badiamo bene: proprio da lui), e pensata per mettere un po’ d’ordine laddove la pace è diventata una tregua stanca, come a Gaza.

L’Europa, al solito, ha reagito come davanti a un piatto troppo speziato: Francia e Spagna hanno detto no, Bruxelles ha arricciato il naso, Londra si è indignata per la lista degli invitati. L’Italia, invece, ha fatto qualcosa di insolito: ha riflettuto. Giorgia Meloni non ha firmato col pilota automatico, ma nemmeno ha sbattuto la porta. Ha chiesto garanzie, modifiche allo Statuto, rispetto della Costituzione. Tradotto: disponibilità sì, sudditanza no. Ed è già una notizia.

Non è un mistero che Washington voglia Roma nel Board. Non per mandare soldati allo sbaraglio, ma per valorizzare ciò che sappiamo fare meglio: mediazione, addestramento, credibilità. I Carabinieri che formano le future forze di polizia palestinesi sono un’idea concreta, pragmatica, persino elegante. Altro che i soliti comunicati indignati. Qui si parla di costruire istituzioni, non slogan.

E il prestigio, intanto, cresce. L’Italia conta di più nei dossier che contano. Viene cercata, ascoltata, corteggiata. Mentre sulle piste di Kitzbühel Franzoni vola e Sinner resiste al caldo australiano come un monaco tibetano con la racchetta, il tricolore torna a essere sinonimo di affidabilità. Fuori, tutto sembra funzionare.

Dentro, però, scricchiola.

Perché mentre l’Italia viene chiamata a garantire sicurezza a Gaza, non riesce a garantirla a Milano. E non lo diciamo noi: lo dicono gli ospiti. Fa impressione, e un po’ vergogna, che il presidente della Repubblica di Corea, parlando delle Olimpiadi di Milano-Cortina, abbia sentito il bisogno di raccomandare “particolare attenzione alla sicurezza dei nostri cittadini”. Tradotto dal linguaggio diplomatico: abbiamo sentito certe cose.

Qui non c’entra l’assenza di volontà del governo. I provvedimenti ci sarebbero, le intenzioni pure. Ma ogni tentativo di rafforzare strumenti e uomini trova un’opposizione che preferisce politicizzare la paura anziché ridurla, e una Giustizia spesso indulgente, che confonde la clemenza con la resa. Risultato: città nervose, cittadini guardinghi, e una fama che corre più veloce delle riforme.

Invocare nuove leggi, più forze dell’ordine, persino ronde, chiamiamole pure con questo termine gergale, tanto l’ipocrisia non aumenta la sicurezza, non è autoritarismo: è buon senso. Non possiamo permetterci che Milano entri in classifiche che non le competono, né che il prestigio internazionale venga smentito dalla cronaca nera domestica.

Il paradosso è tutto qui: siamo abbastanza maturi per aiutare il mondo a fare pace, ma non ancora abbastanza risoluti per difendere le nostre strade. Marilyn Monroe diceva di fermarsi quando si è finito, non quando si è stanchi. Vale anche per la politica. Il Padreterno aiuta, sì, ma, come sempre, non firma i decreti al posto nostro.

E allora avanti: nel Board of Peace, senza ingenuità. Nelle città, senza timidezze. Perché la pace lontana è un onore; la sicurezza vicina è un dovere. E su certi doveri, Montanelli avrebbe detto, non si negozia: si governa.

Giuseppe Arnò

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Un milione e mezzo di parole https://lagazzetta-online.com/un-milione-e-mezzo-di-parole/ https://lagazzetta-online.com/un-milione-e-mezzo-di-parole/#comments Sat, 17 Jan 2026 19:04:50 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18739 Quando l’Europa spende per rieducare il linguaggio e risparmia sulla realtà   La speranza, dicevano i filosofi, è uno stato d’animo. Oggi sembra piuttosto una voce di bilancio ridimensionata per mancanza di fondi. Pertini invitava a lottare anche senza speranza; Goethe la definiva la seconda anima dell’infelice. L’Europa, più pragmaticamente, ha scelto di investire altrove. L’adesione all’Unione Europea è regolata da 35 capitoli negoziali, organizzati in sei grandi cluster tematici: Stato di diritto, democrazia ed economia; mercato interno; competitività e crescita; agenda verde e connettività sostenibile; risorse, agricoltura e coesione; relazioni esterne. È l’ossatura dell’Europa reale, quella che dovrebbe garantire stabilità, prosperità e sicurezza.In nessuno di questi capitoli compare un obbligo sulla terminologia linguistica da adottare. Eppure l’Unione ha ritenuto necessario finanziare, con 1,5 milioni di euro, il Gender Equality Facility, progetto UE–ONU corredato da linee guida sull’uso della lingua come fattore di uguaglianza e inclusività. Una cifra modesta solo in apparenza, ma enorme sul piano simbolico: mentre si predica rigore, si spende per rieducare il dizionario. Sia chiaro, senza allusioni e senza offesa per nessuno: non è una crociata contro persone, identità o sensibilità, ma una riflessione sul metodo. E soprattutto sulle priorità. I cittadini europei guardano con preoccupazione al futuro allargamento dell’Unione per motivi molto concreti: immigrazione incontrollata, corruzione e criminalità, costo finanziario per i contribuenti. La Commissione promette dialogo e rassicurazioni, garantendo che l’allargamento porterà pace e prosperità. Ma sul milione e mezzo speso per l’indottrinamento della nuova nomenclatura,  che rientra a pieno titolo nei costi a carico dei cittadini, cala un silenzio piuttosto eloquente. In Italia si discute animatamente se i fondi vadano destinati alla difesa o alla sanità, ai servizi sociali o alla sicurezza. A Bruxelles, invece, nessuno sembra chiedersi perché quelle risorse non siano state impiegate per esigenze urgenti e tangibili. Il problema non è quanto si spende, ma per cosa. Così Montenegro, Serbia e Kosovo, aspiranti membri dell’Unione, scoprono che prima delle riforme strutturali servirà una purificazione linguistica. Non ancora dentro, ma già corretti. Un battesimo ideologico che lascia più di un dubbio. Intanto il mondo reale continua a bruciare: Ucraina, Medio Oriente, Iran, Venezuela. Persino la Groenlandia entra improvvisamente nei radar geopolitici. L’Europa osserva, prende nota… e si concentra sulle parole giuste da usare. Quando la realtà bussa con violenza, rispondere con una circolare sul linguaggio non è inclusione.È distrazione. I manicomi non esistono più da tempo.Ma a giudicare da certi bilanci, viene il sospetto che abbiano aperto una succursale. Giuseppe Arnò

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Quando l’Europa spende per rieducare il linguaggio e risparmia sulla realtà

 

La speranza, dicevano i filosofi, è uno stato d’animo. Oggi sembra piuttosto una voce di bilancio ridimensionata per mancanza di fondi. Pertini invitava a lottare anche senza speranza; Goethe la definiva la seconda anima dell’infelice. L’Europa, più pragmaticamente, ha scelto di investire altrove.

L’adesione all’Unione Europea è regolata da 35 capitoli negoziali, organizzati in sei grandi cluster tematici: Stato di diritto, democrazia ed economia; mercato interno; competitività e crescita; agenda verde e connettività sostenibile; risorse, agricoltura e coesione; relazioni esterne. È l’ossatura dell’Europa reale, quella che dovrebbe garantire stabilità, prosperità e sicurezza.
In nessuno di questi capitoli compare un obbligo sulla terminologia linguistica da adottare.

Eppure l’Unione ha ritenuto necessario finanziare, con 1,5 milioni di euro, il Gender Equality Facility, progetto UE–ONU corredato da linee guida sull’uso della lingua come fattore di uguaglianza e inclusività. Una cifra modesta solo in apparenza, ma enorme sul piano simbolico: mentre si predica rigore, si spende per rieducare il dizionario.

Sia chiaro, senza allusioni e senza offesa per nessuno: non è una crociata contro persone, identità o sensibilità, ma una riflessione sul metodo. E soprattutto sulle priorità.

I cittadini europei guardano con preoccupazione al futuro allargamento dell’Unione per motivi molto concreti: immigrazione incontrollata, corruzione e criminalità, costo finanziario per i contribuenti. La Commissione promette dialogo e rassicurazioni, garantendo che l’allargamento porterà pace e prosperità. Ma sul milione e mezzo speso per l’indottrinamento della nuova nomenclatura,  che rientra a pieno titolo nei costi a carico dei cittadini, cala un silenzio piuttosto eloquente.

In Italia si discute animatamente se i fondi vadano destinati alla difesa o alla sanità, ai servizi sociali o alla sicurezza. A Bruxelles, invece, nessuno sembra chiedersi perché quelle risorse non siano state impiegate per esigenze urgenti e tangibili. Il problema non è quanto si spende, ma per cosa.

Così Montenegro, Serbia e Kosovo, aspiranti membri dell’Unione, scoprono che prima delle riforme strutturali servirà una purificazione linguistica. Non ancora dentro, ma già corretti. Un battesimo ideologico che lascia più di un dubbio.

Intanto il mondo reale continua a bruciare: Ucraina, Medio Oriente, Iran, Venezuela. Persino la Groenlandia entra improvvisamente nei radar geopolitici. L’Europa osserva, prende nota… e si concentra sulle parole giuste da usare.

Quando la realtà bussa con violenza, rispondere con una circolare sul linguaggio non è inclusione.
È distrazione.

I manicomi non esistono più da tempo.
Ma a giudicare da certi bilanci, viene il sospetto che abbiano aperto una succursale.

Giuseppe Arnò

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Fatti: Di Giovanni è il Gran Maestro della G.L.P.U. https://lagazzetta-online.com/fatti-di-giovanni-alla-guida-della-gran-loggia-della-perfetta-unione/ https://lagazzetta-online.com/fatti-di-giovanni-alla-guida-della-gran-loggia-della-perfetta-unione/#respond Tue, 13 Jan 2026 02:59:03 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18710 Loris Di Giovanni, storico della massoneria, alla guida della Gran Loggia della Perfetta Unione  a PESCARA – Loris Di Giovanni, classe 1971, due lauree entrambe con tesi sulla massoneria, storico e studioso del movimento massonico, dal 1° dicembre 2025  è il Gran Maestro della Gran Loggia della Perfetta Unione (G.L.P.U.), comunione massonica mista di Rito Scozzese Antico e Accettato.  Nata, quest’ultima, da tre logge: la “Parfaite Union” all’Oriente di Chieti, che mutua il suo nome dalla prima loggia castrense napoleonica creata a Chieti dall’intendente Pierre Joseph Briot, propagatore della Carboneria prima in Abruzzo poi in Calabria, ha assunto il titolo di “Loggia Madre” e il numero 1. La loggia contraddistinta dal n.2 è la “Gesualdo III de Felici” all’Oriente di Pianella, che prende il nome dal marchese, primo Maestro Venerabile della R.L. “Vettio Catone”. La terza loggia ha come titolo distintivo quello di “Giacomo Acerbo”, già fratello nella Comunione di Piazza del Gesù ed è all’Oriente di Loreto Aprutino. Fuori l’Abruzzo sono in tanti ad aver aderito alla nascente Gran Loggia: da Cuneo a Verona, da Pordenone alla provincia di Milano, da Bologna alla Calabria con Soverato, Dasá e Palmi. La passione per la storia della massoneria ha portato Loris Di Giovanni, anni fa, ad approfondire l’argomento relativo al territorio abruzzese con diversi studi al fianco del Prof. Elso Simone Serpentini, con il quale ha editato decine di volumi per i tipi di Artemia Nova Editrice di Teramo. Non era mai successo prima, in Italia, che uno storico della massoneria diventasse gran maestro di una comunione massonica. Una novità che, sommata alla giovane età rispetto al ruolo ricoperto, ha portato la Gran Loggia della Perfetta Unione a ritagliarsi già una dimensione importante nel panorama libero muratorio italiano. Di Giovanni, da appassionato d’arte e di aste,  vanta inoltre una delle più importanti collezioni su un personaggio avvolto nel mistero: Cagliostro. Libri antichi, incisioni, giornali d’epoca e un bellissimo busto in gesso da Houdon sono stati in mostra in musei e fondazioni. Tanti i progetti in cantiere del Gran Maestro, come ricalcano le sue prime dichiarazioni, tra i quali un master sulla storia della massoneria in Italia e una serie di puntate in TV che parlino in maniera semplice di questo argomento ed arrivino soprattutto alle giovani generazioni. Fonte: Goffredo Palmerini

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Loris Di Giovanni, storico della massoneria, alla guida della Gran Loggia della Perfetta Unione
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PESCARA – Loris Di Giovanni, classe 1971, due lauree entrambe con tesi sulla massoneria, storico e studioso del movimento massonico, dal 1° dicembre 2025  è il Gran Maestro della Gran Loggia della Perfetta Unione (G.L.P.U.), comunione massonica mista di Rito Scozzese Antico e Accettato. 
Nata, quest’ultima, da tre logge: la “Parfaite Union” all’Oriente di Chieti, che mutua il suo nome dalla prima loggia castrense napoleonica creata a Chieti dall’intendente Pierre Joseph Briot, propagatore della Carboneria prima in Abruzzo poi in Calabria, ha assunto il titolo di “Loggia Madre” e il numero 1.
La loggia contraddistinta dal n.2 è la “Gesualdo III de Felici” all’Oriente di Pianella, che prende il nome dal marchese, primo Maestro Venerabile della R.L. “Vettio Catone”. La terza loggia ha come titolo distintivo quello di “Giacomo Acerbo”, già fratello nella Comunione di Piazza del Gesù ed è all’Oriente di Loreto Aprutino. Fuori l’Abruzzo sono in tanti ad aver aderito alla nascente Gran Loggia: da Cuneo a Verona, da Pordenone alla provincia di Milano, da Bologna alla Calabria con Soverato, Dasá e Palmi.
La passione per la storia della massoneria ha portato Loris Di Giovanni, anni fa, ad approfondire l’argomento relativo al territorio abruzzese con diversi studi al fianco del Prof. Elso Simone Serpentini, con il quale ha editato decine di volumi per i tipi di Artemia Nova Editrice di Teramo.
Non era mai successo prima, in Italia, che uno storico della massoneria diventasse gran maestro di una comunione massonica. Una novità che, sommata alla giovane età rispetto al ruolo ricoperto, ha portato la Gran Loggia della Perfetta Unione a ritagliarsi già una dimensione importante nel panorama libero muratorio italiano.
Di Giovanni, da appassionato d’arte e di aste,  vanta inoltre una delle più importanti collezioni su un personaggio avvolto nel mistero: Cagliostro. Libri antichi, incisioni, giornali d’epoca e un bellissimo busto in gesso da Houdon sono stati in mostra in musei e fondazioni. Tanti i progetti in cantiere del Gran Maestro, come ricalcano le sue prime dichiarazioni, tra i quali un master sulla storia della massoneria in Italia e una serie di puntate in TV che parlino in maniera semplice di questo argomento ed arrivino soprattutto alle giovani generazioni.
Fonte: Goffredo Palmerini

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Dittatura e sapore https://lagazzetta-online.com/dittatura-e-sapore/ https://lagazzetta-online.com/dittatura-e-sapore/#respond Fri, 09 Jan 2026 20:54:19 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18691   Quando il potere spegne la luce e l’Italia prova a rimettere il tappo alla bottiglia   C’è una frase di Piero Calamandrei che torna utile ogni volta che una democrazia inciampa sui propri lacci: le dittature non nascono dalla forza dei governi che governano, ma dall’impotenza di quelli che non riescono a farlo. Era il 1946, Assemblea Costituente. Ottant’anni dopo, la sentenza regge meglio di molte costituzioni. Perché il totalitarismo non ama presentarsi come tale. Preferisce arrivare travestito da ordine, disciplina, salvezza. Diritti e doveri vengono archiviati come suppellettili borghesi, mentre avanzano privilegi e arbitri, più pratici e assai più maneggevoli. Quando questo sistema dura troppo a lungo, il popolo prima stringe i denti, poi stringe i pugni. Infine li alza. In Iran la gabbia è diventata stretta e il pane scarso. Alla protesta sociale il regime risponde con la vecchia ricetta: repressione e blackout. Internet spento non è un problema tecnico, è una debolezza politica. Quando si spegne la rete, si accende la paura del potere. Donne e mercanti sono alla base della protesta. Le prime avevano visto in Khomeini una speranza di dignità e giustizia e sono state tradite. Oggi, in prima fila, reclamano la restituzione di una vita confiscata. I mercanti, motore economico e politico della Repubblica islamica, si ritrovano schiacciati dai vari enti religiosi a doppi fini. E se il bazar chiude i battenti, non è semplice protesta: è segno funesto. I pilastri del regime scricchiolano. Altro che sabotaggio straniero. Il blackout non spegne la protesta: la certifica; accende la paura. Ogni Stato che spegne la luce lo fa per nascondere ciò che non riesce più a controllare. Trump, con la delicatezza di un elefante in cristalleria, avvisa: se sparate sulla folla, l’USAF verrà a farvi visita. Non per turismo. Khamenei capisce benissimo. Pare che le valigie siano già pronte. Era ora, direbbe Sartre: non conta ciò che hanno fatto di noi, ma ciò che facciamo di ciò che hanno fatto di noi. In Medio Oriente, qualcuno sembra aver preso la frase alla lettera. Dalla protesta politica a quella enogastronomica il passo è breve, perché anche a tavola si combattono battaglie di civiltà. I prodotti della gastronomia italiana sono tra i più falsificati al mondo. Il falso Made in Italy vale 120 miliardi. Se poi si passa ai ristoranti “italiani” all’estero, il conto sale a 228 miliardi. Una cifra che fa venire l’indigestione. Di italiano, in molti di questi locali, resta solo il nome: cucina, direzione e materie prime parlano altre lingue. È il famigerato Italian Sounding, che non si limita a falsare il mercato, ma scredita l’immagine della nostra cucina nel mondo, erodendo fiducia, trasparenza e export. Una contraffazione culturale prima ancora che commerciale. Ora nasce la piattaforma Real Italian Restaurants, che promette di certificare l’autenticità dei ristoranti tricolori nel mondo. Tre criteri, apparentemente semplici: proprietà o gestione italiana, chef formato in Italia, uso documentato di prodotti autentici. Fatture, prove fotografiche, verifiche. L’idea è rendere l’italianità misurabile, non declamata. Una piccola rivoluzione copernicana per un Paese abituato a vivere di rendita sul proprio nome. Basterà? Forse no. Ma tentar non nuoce, anche se la strada si fa più ripida con l’orizzonte del Mercosur, l’accordo di libero scambio con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay. Mercati enormi, appetiti enormi, controlli spesso elastici. Il rischio è che il brand Italia continui a essere usato come una spezia: basta una spolverata per rendere tutto vendibile. In politica come in cucina, quando si abusa degli arbitri e si dimenticano i doveri, il risultato è sempre lo stesso: prima si perde il sapore, poi la legittimità. E quando il potere, o un ristorante, non sa più distinguere l’autentico dal falso, finisce per servire solo illusioni. Calde, magari. Ma indigeste. Giuseppe Arnò

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Quando il potere spegne la luce e l’Italia prova a rimettere il tappo alla bottiglia

 

C’è una frase di Piero Calamandrei che torna utile ogni volta che una democrazia inciampa sui propri lacci: le dittature non nascono dalla forza dei governi che governano, ma dall’impotenza di quelli che non riescono a farlo. Era il 1946, Assemblea Costituente. Ottant’anni dopo, la sentenza regge meglio di molte costituzioni.

Perché il totalitarismo non ama presentarsi come tale. Preferisce arrivare travestito da ordine, disciplina, salvezza. Diritti e doveri vengono archiviati come suppellettili borghesi, mentre avanzano privilegi e arbitri, più pratici e assai più maneggevoli. Quando questo sistema dura troppo a lungo, il popolo prima stringe i denti, poi stringe i pugni. Infine li alza.

In Iran la gabbia è diventata stretta e il pane scarso. Alla protesta sociale il regime risponde con la vecchia ricetta: repressione e blackout. Internet spento non è un problema tecnico, è una debolezza politica. Quando si spegne la rete, si accende la paura del potere.

Donne e mercanti sono alla base della protesta. Le prime avevano visto in Khomeini una speranza di dignità e giustizia e sono state tradite. Oggi, in prima fila, reclamano la restituzione di una vita confiscata. I mercanti, motore economico e politico della Repubblica islamica, si ritrovano schiacciati dai vari enti religiosi a doppi fini. E se il bazar chiude i battenti, non è semplice protesta: è segno funesto. I pilastri del regime scricchiolano. Altro che sabotaggio straniero.

Il blackout non spegne la protesta: la certifica; accende la paura. Ogni Stato che spegne la luce lo fa per nascondere ciò che non riesce più a controllare. Trump, con la delicatezza di un elefante in cristalleria, avvisa: se sparate sulla folla, l’USAF verrà a farvi visita. Non per turismo. Khamenei capisce benissimo. Pare che le valigie siano già pronte. Era ora, direbbe Sartre: non conta ciò che hanno fatto di noi, ma ciò che facciamo di ciò che hanno fatto di noi. In Medio Oriente, qualcuno sembra aver preso la frase alla lettera.

Dalla protesta politica a quella enogastronomica il passo è breve, perché anche a tavola si combattono battaglie di civiltà. I prodotti della gastronomia italiana sono tra i più falsificati al mondo. Il falso Made in Italy vale 120 miliardi. Se poi si passa ai ristoranti “italiani” all’estero, il conto sale a 228 miliardi. Una cifra che fa venire l’indigestione.

Di italiano, in molti di questi locali, resta solo il nome: cucina, direzione e materie prime parlano altre lingue. È il famigerato Italian Sounding, che non si limita a falsare il mercato, ma scredita l’immagine della nostra cucina nel mondo, erodendo fiducia, trasparenza e export. Una contraffazione culturale prima ancora che commerciale.

Ora nasce la piattaforma Real Italian Restaurants, che promette di certificare l’autenticità dei ristoranti tricolori nel mondo. Tre criteri, apparentemente semplici: proprietà o gestione italiana, chef formato in Italia, uso documentato di prodotti autentici. Fatture, prove fotografiche, verifiche. L’idea è rendere l’italianità misurabile, non declamata. Una piccola rivoluzione copernicana per un Paese abituato a vivere di rendita sul proprio nome.

Basterà? Forse no. Ma tentar non nuoce, anche se la strada si fa più ripida con l’orizzonte del Mercosur, l’accordo di libero scambio con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay. Mercati enormi, appetiti enormi, controlli spesso elastici. Il rischio è che il brand Italia continui a essere usato come una spezia: basta una spolverata per rendere tutto vendibile.

In politica come in cucina, quando si abusa degli arbitri e si dimenticano i doveri, il risultato è sempre lo stesso: prima si perde il sapore, poi la legittimità. E quando il potere, o un ristorante, non sa più distinguere l’autentico dal falso, finisce per servire solo illusioni. Calde, magari. Ma indigeste.

Giuseppe Arnò

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Natale con vista sul caos (globale) https://lagazzetta-online.com/natale-con-vista-sul-caos-globale/ https://lagazzetta-online.com/natale-con-vista-sul-caos-globale/#respond Wed, 24 Dec 2025 14:47:17 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18634 Dal Babbo Natale “troppo bianco” alle annessioni geopolitiche, passando per moschee misteriose e presepi identitari: cronaca semiseria di un Avvento inquieto. Siamo alle porte del Natale e, come da tradizione moderna, la pace resta un’opzione facoltativa. L’Avvento dovrebbe essere attesa, silenzio, magari anche un po’ di raccoglimento. Invece no: il mondo contemporaneo, generoso come sempre, ci recapita il suo pacco regalo carico di notizie, tutte rigorosamente fuori misura. Cominciamo dal Nord, dove l’aria è fredda ma le idee scaldano parecchio. Qualcuno ha scoperto che Babbo Natale è troppo bianco. Scandalo. Nuova frontiera del pensiero woke, che non si ferma davanti a nulla, neppure alla barba più famosa del pianeta. Per fortuna c’è chi, pragmatico, propone una soluzione pacificatrice: sostituirlo con lo spazzacamino di Mary Poppins. Meno barba, più fuliggine, ma almeno inclusivo. E così, con una spolverata di carbone, il Natale è salvo. O quasi. Scendendo verso Torino, troviamo invece la super moschea: 1.300 metri quadrati di fede, architettura e, dettaglio non secondario, fondi. Chi paga? Mistero. Un mistero così trasparente che la Corte dei Conti, guarda caso, non c’entra. Il Ministero delle Finanze sì, ma solo per chiarire. Insomma, tutto limpido: basta non fare troppe domande. Dalla Campania arriva poi la cronaca, quella vera, senza metafore natalizie. Le parole del consigliere comunale D’Agostino, area dem, raccontano una realtà che non è affatto un’eccezione. È la solita storia italiana: quando la politica parla, spesso lo fa per confermare quello che già sapevamo. E cioè che il problema non è il singolo episodio, ma l’abitudine. Nel frattempo, a Roma, Giorgia Meloni lancia la “rivoluzione del presepe”. Difendere le radici, dice, non significa temere il futuro. E il direttore Cerno rincara: “L’identità non è una colpa”. Concetto antico, in realtà. A Delfi, sul tempio di Apollo, c’era scritto Gnōthi seautón: conosci te stesso. Lo sapevano Socrate e Platone, lo ripeteranno Kant e Nietzsche. Oggi lo riscopriamo davanti allo specchio, chiedendoci non solo chi siamo, ma se è ancora lecito esserlo senza chiedere scusa. Come se non bastasse, arriva la meteorologia: ciclone di Natale in avvicinamento. Pioggia, neve, vento. Speriamo solo maltempo. Perché c’è chi, come in Ucraina, affronta il freddo senza luce e senza tregua. Lì il Natale è un lusso, non una ricorrenza. E il mondo? Il mondo è governato da uomini che giocano a Risiko con la realtà. Trump guarda la Groenlandia per “sicurezza nazionale”. Putin vuole l’Ucraina intera, sempre per sicurezza. Xi osserva Taiwan con la stessa premura. Tutti parlano di difesa, e intanto si riscopre l’Anschluss, come fosse una pratica catastale da sbrigare prima delle feste. E così eccoci qui, alla vigilia del Natale, tra Babbi Natale corretti, identità difese, tempeste in arrivo e confini che si allargano per decreto. Buon Natale, lasciatecelo dire almeno quest’anno. L’anno prossimo, come sempre, si vedrà. Giuseppe Arnò

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Dal Babbo Natale “troppo bianco” alle annessioni geopolitiche, passando per moschee misteriose e presepi identitari: cronaca semiseria di un Avvento inquieto.

Siamo alle porte del Natale e, come da tradizione moderna, la pace resta un’opzione facoltativa. L’Avvento dovrebbe essere attesa, silenzio, magari anche un po’ di raccoglimento. Invece no: il mondo contemporaneo, generoso come sempre, ci recapita il suo pacco regalo carico di notizie, tutte rigorosamente fuori misura.

Cominciamo dal Nord, dove l’aria è fredda ma le idee scaldano parecchio. Qualcuno ha scoperto che Babbo Natale è troppo bianco. Scandalo. Nuova frontiera del pensiero woke, che non si ferma davanti a nulla, neppure alla barba più famosa del pianeta. Per fortuna c’è chi, pragmatico, propone una soluzione pacificatrice: sostituirlo con lo spazzacamino di Mary Poppins. Meno barba, più fuliggine, ma almeno inclusivo. E così, con una spolverata di carbone, il Natale è salvo. O quasi.

Scendendo verso Torino, troviamo invece la super moschea: 1.300 metri quadrati di fede, architettura e, dettaglio non secondario, fondi. Chi paga? Mistero. Un mistero così trasparente che la Corte dei Conti, guarda caso, non c’entra. Il Ministero delle Finanze sì, ma solo per chiarire. Insomma, tutto limpido: basta non fare troppe domande.

Dalla Campania arriva poi la cronaca, quella vera, senza metafore natalizie. Le parole del consigliere comunale D’Agostino, area dem, raccontano una realtà che non è affatto un’eccezione. È la solita storia italiana: quando la politica parla, spesso lo fa per confermare quello che già sapevamo. E cioè che il problema non è il singolo episodio, ma l’abitudine.

Nel frattempo, a Roma, Giorgia Meloni lancia la “rivoluzione del presepe”. Difendere le radici, dice, non significa temere il futuro. E il direttore Cerno rincara: “L’identità non è una colpa”. Concetto antico, in realtà. A Delfi, sul tempio di Apollo, c’era scritto Gnōthi seautón: conosci te stesso. Lo sapevano Socrate e Platone, lo ripeteranno Kant e Nietzsche. Oggi lo riscopriamo davanti allo specchio, chiedendoci non solo chi siamo, ma se è ancora lecito esserlo senza chiedere scusa.

Come se non bastasse, arriva la meteorologia: ciclone di Natale in avvicinamento. Pioggia, neve, vento. Speriamo solo maltempo. Perché c’è chi, come in Ucraina, affronta il freddo senza luce e senza tregua. Lì il Natale è un lusso, non una ricorrenza.

E il mondo? Il mondo è governato da uomini che giocano a Risiko con la realtà. Trump guarda la Groenlandia per “sicurezza nazionale”. Putin vuole l’Ucraina intera, sempre per sicurezza. Xi osserva Taiwan con la stessa premura. Tutti parlano di difesa, e intanto si riscopre l’Anschluss, come fosse una pratica catastale da sbrigare prima delle feste.

E così eccoci qui, alla vigilia del Natale, tra Babbi Natale corretti, identità difese, tempeste in arrivo e confini che si allargano per decreto.

Buon Natale, lasciatecelo dire almeno quest’anno. L’anno prossimo, come sempre, si vedrà.

Giuseppe Arnò

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Ha senso scioperare in Italia? https://lagazzetta-online.com/ha-senso-scioperare-in-italia/ https://lagazzetta-online.com/ha-senso-scioperare-in-italia/#respond Sat, 13 Dec 2025 21:16:12 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18563 Lo sciopero come rito collettivo, tra fischietti, disservizi e zero risultati. “Sciopero: la massa in scena”, dice Gervasio. E difficilmente si potrebbe trovare definizione più efficace. In Italia lo sciopero è diventato una rappresentazione teatrale, un evento ricorrente del calendario civile, come la festa patronale o il cambio dell’ora legale. Tutti sanno che arriva, nessuno sa esattamente perché, ma molti ne subiscono gli effetti. Il copione è noto: si fermano i servizi pubblici, quelli che non possono delocalizzare e nemmeno protestare. Trasporti, scuole, sanità. L’utente paga il biglietto, perde la coincidenza, salta la visita, rimanda l’esame. L’azienda concessionaria, nel frattempo, risparmia sulle ore non lavorate. Sciopero riuscito, cassa salva. E il risultato politico? Mistero fitto. Nessun governo è mai caduto per uno sciopero dei treni regionali. Nessuna riforma strutturale è stata ritirata perché un autobus non è passato. L’unico effetto certo è lo scompenso logistico e l’irritazione del cittadino, che non è mai il destinatario delle rivendicazioni ma sempre il bersaglio. Finché lo sciopero resta pacifico, sia chiaro, è ancora il male minore. In un Paese che ha conosciuto ben altre stagioni, meglio il fischietto che il sampietrino. Anche se, immancabilmente, da qualche angolo spunta il solito forsennato che urla “Valditara nella bara” o insulta la Meloni. Il folklore non manca mai: senza estremisti, certe manifestazioni sembrerebbero gite parrocchiali. Nel frattempo, però, qualcosa si muove davvero. E non nelle piazze. Il ministro dell’Interno osserva che con i nuovi regolamenti europei in tema di migranti non si dovrebbe più assistere impunemente a sentenze “fantasiose”. Quelle che, per intenderci, riconoscono protezioni speciali a chi dichiara di temere il ritorno a casa perché il papà lo ha sgridato. Non è satira: sono casi reali. Il diritto d’asilo resta sacro, ma forse non può trasformarsi in un colabrodo emotivo. C’è poi l’accordo sui Paesi sicuri. Piantedosi spiega che con le nuove regole si può fare in 28 giorni ciò che oggi richiede anni. Non è la fine del diritto d’asilo, è il tentativo di impedirne l’uso strumentale: entrare, restare, confondersi e sparire. Un principio di realtà, finalmente. E infine l’Europa. Con il commissario Brunner, si dice, c’è stato un cambio di passo. Era quello che si aspettava da tempo: meno retorica, meno sospiri, un po’ più di concretezza. In mezzo a tanti disastri, ogni tanto l’Europa ne azzecca una. Segni dei tempi: fa quasi notizia. Intanto Trump manda Witkoff a Berlino, Mosca minaccia ritorsioni sugli asset congelati e gli Stati Uniti si dicono pronti a garanzie vincolanti per Kiev. Il mondo si muove, le placche geopolitiche scricchiolano, e noi scioperiamo i mezzi pubblici. Di realmente concreto, in questi giorni, abbiamo visto Riccardo Muti ricevere il premio Ratzinger dalle mani di papa Leone. La musica, almeno quella, continua a suonare. E qui sta forse la morale. In Italia lo sciopero è rimasto uguale a sé stesso mentre il mondo è cambiato. Non incide, non sposta, non decide. Serve a far vedere che si esiste, non a ottenere ciò che si chiede. È una messa laica: partecipata, rituale, prevedibile. Alla fine tutti tornano a casa, un po’ più stanchi e nulla più convinti. Montanelli avrebbe probabilmente scritto che lo sciopero, da noi, non è un’arma: è un’abitudine. E come tutte le abitudini, rassicura chi la pratica e infastidisce chi la subisce. Ma non cambia mai davvero le cose. di Redazione

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Lo sciopero come rito collettivo, tra fischietti, disservizi e zero risultati.

“Sciopero: la massa in scena”, dice Gervasio. E difficilmente si potrebbe trovare definizione più efficace. In Italia lo sciopero è diventato una rappresentazione teatrale, un evento ricorrente del calendario civile, come la festa patronale o il cambio dell’ora legale. Tutti sanno che arriva, nessuno sa esattamente perché, ma molti ne subiscono gli effetti.

Il copione è noto: si fermano i servizi pubblici, quelli che non possono delocalizzare e nemmeno protestare. Trasporti, scuole, sanità. L’utente paga il biglietto, perde la coincidenza, salta la visita, rimanda l’esame. L’azienda concessionaria, nel frattempo, risparmia sulle ore non lavorate. Sciopero riuscito, cassa salva.

E il risultato politico? Mistero fitto. Nessun governo è mai caduto per uno sciopero dei treni regionali. Nessuna riforma strutturale è stata ritirata perché un autobus non è passato. L’unico effetto certo è lo scompenso logistico e l’irritazione del cittadino, che non è mai il destinatario delle rivendicazioni ma sempre il bersaglio.

Finché lo sciopero resta pacifico, sia chiaro, è ancora il male minore. In un Paese che ha conosciuto ben altre stagioni, meglio il fischietto che il sampietrino. Anche se, immancabilmente, da qualche angolo spunta il solito forsennato che urla “Valditara nella bara” o insulta la Meloni. Il folklore non manca mai: senza estremisti, certe manifestazioni sembrerebbero gite parrocchiali.

Nel frattempo, però, qualcosa si muove davvero. E non nelle piazze.

Il ministro dell’Interno osserva che con i nuovi regolamenti europei in tema di migranti non si dovrebbe più assistere impunemente a sentenze “fantasiose”. Quelle che, per intenderci, riconoscono protezioni speciali a chi dichiara di temere il ritorno a casa perché il papà lo ha sgridato. Non è satira: sono casi reali. Il diritto d’asilo resta sacro, ma forse non può trasformarsi in un colabrodo emotivo.

C’è poi l’accordo sui Paesi sicuri. Piantedosi spiega che con le nuove regole si può fare in 28 giorni ciò che oggi richiede anni. Non è la fine del diritto d’asilo, è il tentativo di impedirne l’uso strumentale: entrare, restare, confondersi e sparire. Un principio di realtà, finalmente.

E infine l’Europa. Con il commissario Brunner, si dice, c’è stato un cambio di passo. Era quello che si aspettava da tempo: meno retorica, meno sospiri, un po’ più di concretezza. In mezzo a tanti disastri, ogni tanto l’Europa ne azzecca una. Segni dei tempi: fa quasi notizia.

Intanto Trump manda Witkoff a Berlino, Mosca minaccia ritorsioni sugli asset congelati e gli Stati Uniti si dicono pronti a garanzie vincolanti per Kiev. Il mondo si muove, le placche geopolitiche scricchiolano, e noi scioperiamo i mezzi pubblici.

Di realmente concreto, in questi giorni, abbiamo visto Riccardo Muti ricevere il premio Ratzinger dalle mani di papa Leone. La musica, almeno quella, continua a suonare.

E qui sta forse la morale. In Italia lo sciopero è rimasto uguale a sé stesso mentre il mondo è cambiato. Non incide, non sposta, non decide. Serve a far vedere che si esiste, non a ottenere ciò che si chiede. È una messa laica: partecipata, rituale, prevedibile. Alla fine tutti tornano a casa, un po’ più stanchi e nulla più convinti.

Montanelli avrebbe probabilmente scritto che lo sciopero, da noi, non è un’arma: è un’abitudine. E come tutte le abitudini, rassicura chi la pratica e infastidisce chi la subisce. Ma non cambia mai davvero le cose.

di Redazione

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Europa spaesata: l’orfana che cerca genitori in un mondo di giganti https://lagazzetta-online.com/europa-spaesata-lorfana-che-cerca-genitori-in-un-mondo-di-giganti/ https://lagazzetta-online.com/europa-spaesata-lorfana-che-cerca-genitori-in-un-mondo-di-giganti/#comments Tue, 09 Dec 2025 19:50:17 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18536 Tra buone intenzioni, riunioni infinite e vertici senza vertice: ritratto semiserio di un continente che inciampa sulla propria storia. a a C’è un’immagine che riassume bene lo stato dell’Unione: l’Europa che guazza – sì, proprio guazza – in una pozza di pace impossibile e leadership evaporata. Un continente che, per darsi un tono, organizza riunioni come se fossero sagre paesane: bilaterali, multilaterali, interministeriali, interplanetarie… Peccato che, alla fine, l’unica cosa che si conclude davvero sia il rinfresco. I principi, quelli no, non mancano mai. Sventoliamo con orgoglio frasi tipo: “Noi non abbandoniamo gli alleati come qualcuno ha fatto in Afganistan!”, salvo poi constatare che, con le belle intenzioni e senza i mezzi, si finisce in atmosfera bucolica mentre, fuori dalla finestra, le bombe continuano a cadere su civili d’Ucraina e dintorni. È la versione geopolitica del dire ti sono vicino mentre si resta comodamente sul divano. Già, ci mancano i leader. Su questo punto perfino Trump, che tutto è tranne un faro di equilibrio, un po’ di ragione ce l’ha. Lui almeno ha una struttura politica che gli consente di decidere (bene o male è un altro capitolo); noi abbiamo un condominio dove anche per cambiare la lampadina serve l’unanimità. E così, nelle fantasie più esasperate, qualcuno immagina la nascita dell’USPE, acronimo altisonante: Unione Scatole Piene Europea. Nata per competere alla pari con USA, Russia e Cina… ma per il momento dotata solo di scatole, sì, ma rigorosamente vuote. Il riempimento è rimandato a data da destinarsi, dopo l’ennesima riunione a Bruxelles, naturalmente. Non vorremmo essere pedanti, ma i problemi stanno lì, in bella vista:– mancanza di teste pensanti,– mancanza di visione politica,– mancanza di un vertice vero. Viva la democrazia, per carità. Ma, se proprio vogliamo dirla tutta, l’abolizione del diritto di veto sarebbe già un miracolo natalizio. E forse un presidente europeo, uno con gli attributi istituzionali, non necessariamente anatomici,  potrebbe aiutarci a smettere di sbandare come un tram senza rotaie. Finché non accadrà, restiamo inchiodati alle nostre notizie di giornata, che oscillano tra il tragico e il surreale: – Papa vede Zelensky, proseguire il dialogo per una pace giusta (nel colloquio anche temi dello scambio dei prigionieri e del ritorno dei bambini. Su prigionieri e bambini siamo tutti d’accordo; sul resto, continua purtroppo il festival delle illusioni).– Panettone: e se fosse nato in Sicilia e non a Milano? (come se l’origine geografica potesse farlo lievitare meglio).– La FAO lancia l’Anno internazionale dei pascoli e dei pastori (ottima iniziativa, purché non diventi il modello geopolitico dell’Europa).– Polverone sul presepe,  rito immancabile di ogni Natale, puntuale come i cenoni indigesti. E guai a toccarlo: qualcuno giura che la sua eliminazione non è libertà ma sovversione culturale. In tutto questo bailamme, diventa difficile indossare i panni dell’attuale Europa: troppo stanca, troppo decaduta, troppo impegnata a litigare col proprio ombelico mentre il mondo corre. Ma non è neppure semplice empatizzare con Zelensky, ormai trasformato in un commesso viaggiatore della guerra: mille viaggi, zero fatturato, e la sensazione che nessuno apra più la porta. Che almeno il Natale porti un po’ di luce,  a lui e a noi, anche se l’Europa, come sempre, sarà lì a cercare l’interruttore nel buio. Chiosa finale:«Finché l’Europa continuerà a discutere sul presepe invece che sulla propria sopravvivenza, avremo la certezza di una cosa sola: che i Re Magi, quest’anno, da noi non passeranno. Temevano già di perdersi; ora hanno proprio disdetto il viaggio.» Giuseppe Arnò

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Tra buone intenzioni, riunioni infinite e vertici senza vertice: ritratto semiserio di un continente che inciampa sulla propria storia.

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C’è un’immagine che riassume bene lo stato dell’Unione: l’Europa che guazza – sì, proprio guazza – in una pozza di pace impossibile e leadership evaporata. Un continente che, per darsi un tono, organizza riunioni come se fossero sagre paesane: bilaterali, multilaterali, interministeriali, interplanetarie… Peccato che, alla fine, l’unica cosa che si conclude davvero sia il rinfresco.

I principi, quelli no, non mancano mai. Sventoliamo con orgoglio frasi tipo: “Noi non abbandoniamo gli alleati come qualcuno ha fatto in Afganistan!”, salvo poi constatare che, con le belle intenzioni e senza i mezzi, si finisce in atmosfera bucolica mentre, fuori dalla finestra, le bombe continuano a cadere su civili d’Ucraina e dintorni. È la versione geopolitica del dire ti sono vicino mentre si resta comodamente sul divano.

Già, ci mancano i leader. Su questo punto perfino Trump, che tutto è tranne un faro di equilibrio, un po’ di ragione ce l’ha. Lui almeno ha una struttura politica che gli consente di decidere (bene o male è un altro capitolo); noi abbiamo un condominio dove anche per cambiare la lampadina serve l’unanimità.

E così, nelle fantasie più esasperate, qualcuno immagina la nascita dell’USPE, acronimo altisonante: Unione Scatole Piene Europea. Nata per competere alla pari con USA, Russia e Cina… ma per il momento dotata solo di scatole, sì, ma rigorosamente vuote. Il riempimento è rimandato a data da destinarsi, dopo l’ennesima riunione a Bruxelles, naturalmente.

Non vorremmo essere pedanti, ma i problemi stanno lì, in bella vista:
mancanza di teste pensanti,
mancanza di visione politica,
mancanza di un vertice vero.

Viva la democrazia, per carità. Ma, se proprio vogliamo dirla tutta, l’abolizione del diritto di veto sarebbe già un miracolo natalizio. E forse un presidente europeo, uno con gli attributi istituzionali, non necessariamente anatomici,  potrebbe aiutarci a smettere di sbandare come un tram senza rotaie. Finché non accadrà, restiamo inchiodati alle nostre notizie di giornata, che oscillano tra il tragico e il surreale:

Papa vede Zelensky, proseguire il dialogo per una pace giusta (nel colloquio anche temi dello scambio dei prigionieri e del ritorno dei bambini. Su prigionieri e bambini siamo tutti d’accordo; sul resto, continua purtroppo il festival delle illusioni).
Panettone: e se fosse nato in Sicilia e non a Milano? (come se l’origine geografica potesse farlo lievitare meglio).
La FAO lancia l’Anno internazionale dei pascoli e dei pastori (ottima iniziativa, purché non diventi il modello geopolitico dell’Europa).
Polverone sul presepe,  rito immancabile di ogni Natale, puntuale come i cenoni indigesti. E guai a toccarlo: qualcuno giura che la sua eliminazione non è libertà ma sovversione culturale.

In tutto questo bailamme, diventa difficile indossare i panni dell’attuale Europa: troppo stanca, troppo decaduta, troppo impegnata a litigare col proprio ombelico mentre il mondo corre. Ma non è neppure semplice empatizzare con Zelensky, ormai trasformato in un commesso viaggiatore della guerra: mille viaggi, zero fatturato, e la sensazione che nessuno apra più la porta.

Che almeno il Natale porti un po’ di luce,  a lui e a noi, anche se l’Europa, come sempre, sarà lì a cercare l’interruttore nel buio.

Chiosa finale:
«Finché l’Europa continuerà a discutere sul presepe invece che sulla propria sopravvivenza, avremo la certezza di una cosa sola: che i Re Magi, quest’anno, da noi non passeranno. Temevano già di perdersi; ora hanno proprio disdetto il viaggio.»

Giuseppe Arnò

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