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“Abbracciare il Perdono”: un dialogo sui valori femminili del nuovo millennio, nel cammino di L’Aquila Capitale italiana della Cultura
Aula Magna Scuola Ispettori e Sovrintendenti Guardia di Finanza – Coppito

L’Aquila si prepara ad accogliere Daniel Lumera, l’8 marzo 2026, per un incontro pubblico, gratuito, dal titolo “Abbracciare il Perdono: i valori femminili del nuovo millennio”, in programma alle ore 17.00 presso l’Aula Magna della Scuola Ispettori e Sovrintendenti Guardia di Finanza “Vincenzo Giudice” di Coppito, dove è stato necessario trasferire l’incontro – grazie alla disponibilità offerta dal Comando della Scuola – onde poter contenere le tante prenotazioni pervenute per lo straordinario evento.
Autore bestseller, docente e figura di riferimento a livello internazionale nell’ambito del benessere e della qualità della vita con oltre trent’anni di ricerca basata sull’incontro tra scienze moderne e antiche tradizioni sapienziali, Daniel Lumera proporrà una riflessione sul perdono come esperienza umana e culturale capace di incidere sul modo in cui viviamo noi stessi, gli altri e il nostro tempo.
Al centro dell’incontro anche il significato dei valori femminili del nuovo millennio – ascolto, cura, empatia, responsabilità e visione – intesi non come categoria di genere, ma come patrimonio universale dell’umano, oggi indispensabile per generare coesione, equilibrio e futuro.
«Portare Daniel Lumera all’Aquila – dichiara Francesca Pompa, Presidente di One Group – significa offrire alla città un’occasione di confronto su temi che toccano profondamente la vita delle persone e delle comunità. Accendere questo dialogo nel contesto di L’Aquila Capitale italiana della Cultura significa contribuire a rafforzare l’identità della nostra città come luogo di pensiero, di spirito e di visione”.
A dare il benvenuto all’illustre ospite saranno Ersilia Lancia, Assessore al Turismo e alle Pari Opportunità del Comune dell’Aquila, Angelo De Nicola, giornalista e scrittore, che aprirà il dialogo offrendo una chiave di lettura culturale e narrativa dei temi trattati, Goffredo Palmerini, Presidente dell’Associazione L’Aquila Made In e Francesca Pompa, che porteranno il contributo del territorio a un progetto che rafforza l’identità culturale della città.
L’incontro si svolge sotto l’Alto Patrocinio della Regione Abruzzo, con il Patrocinio del Comune dell’Aquila ed è patrocinato dal Soroptimist Club dell’Aquila. Al termine dell’evento Daniel Lumera sarà disponibile per un momento di firmacopie dedicato ai partecipanti muniti del suo ultimo volume “Scegli la tua vita” (non acquistabile in sede).
Il dialogo con la città proseguirà il giorno successivo, lunedì 9 marzo, quando Daniel Lumera incontrerà gli studenti del Liceo Classico “Domenico Cotugno” per un momento dedicato alle giovani generazioni, durante il quale offrirà ai ragazzi uno spazio di riflessione sul valore della consapevolezza e della responsabilità personale. Segno dell’attenzione e dell’interesse della cittadinanza verso contenuti culturali di alto profilo.
ONE GROUP srl
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Fonte: Goffredo Palmerini
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C’è chi giura di aver ereditato dal nonno la passione per il risotto e dall’antenato austro-ungarico una certa disciplina elettorale. Ma davvero la genetica e l’epigenetica hanno un ruolo nell’orientamento politico delle persone?
Probabilmente sì. Ma anche no. Dipende dai punti di vista, dalle esperienze, dal contesto, dall’educazione e, soprattutto, dalla persona. La scienza, che negli ultimi decenni ha fatto passi da gigante, anche grazie agli studi di Rita Levi-Montalcini, ci dice che alcuni tratti della personalità possono avere una componente ereditaria. Apertura mentale, propensione al rischio, sensibilità alla paura o al cambiamento: elementi che, indirettamente, possono influenzare le preferenze politiche.
Ma attenzione: parlare di “gene del conservatore” o “allele del progressista” è un esercizio più da bar sport che da laboratorio. L’epigenetica, poi, ci ricorda che l’ambiente accende o spegne i geni come un interruttore capriccioso. Cresci in una famiglia rumorosa e discuterai; cresci in una silenziosa e voterai in punta di piedi. Ma non c’è un microscopio che possa prevedere per chi metterai la croce sulla scheda.
Del resto, come si sente talvolta dire con candore disarmante: “La genetica è la scienza che studia gli organi genitali”. Ecco, se fosse così semplice, avremmo già risolto il problema della selezione della classe dirigente. Purtroppo, o per fortuna, non molti sono i politici con buoni attributi, e il legame tra cromosomi e coraggio civico non appare scientificamente comprovato.
C’era poi Paolo Villaggio che sosteneva come la comicità fosse un’arte genetica. Forse si riferiva ai comici. O forse, più sottilmente, ai politici. Perché certe performance parlamentari sembrano scritte nel DNA: ripetitive, prevedibili, con la stessa carica innovativa di un fax nel 2026.
In realtà, la politica è un fenomeno culturale prima ancora che biologico. È frutto di storia, di economia, di paure collettive e di speranze private. La genetica può predisporre, ma non dispone; può suggerire, ma non comanda. Se così non fosse, avremmo alberi genealogici perfettamente allineati alle urne: dinastie di progressisti e stirpi di conservatori. Invece capita spesso che il figlio voti contro il padre e che la nipote smentisca l’intero ceppo familiare.
La verità è che l’essere umano è più complesso di una sequenza di basi azotate. E la politica, quando non è pura propaganda, è l’arte, imperfetta, di organizzare questa complessità.
E per concludere
Se davvero esistesse un gene politico, sarebbe quello della memoria corta. È l’unico che sembra trasmettersi con impressionante fedeltà ereditaria: di generazione in generazione, continuiamo a stupirci degli stessi errori. E a votarli con impeccabile coerenza scientifica.
Giuseppe Arnò
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]]>Il 1° marzo, tra squadra e compasso, un richiamo all’elevazione dell’Uomo e alla fedeltà alla Tradizione
SOFIA (BULGARIA)
Si celebra il 1° marzo a Sofia la Giornata della Fierezza Massonica, appuntamento dedicato alla testimonianza pubblica dell’impegno iniziatico e morale dei Liberi Muratori, sintetizzato nel motto “Tra squadra e compasso”.
Una giornata “da massoni” per comunicare, con rigore e consapevolezza, l’opera silenziosa e costante volta all’elevazione dell’Uomo e al Bene dell’Umanità. Nel solco della riflessione filosofica, il celebre Cogito ergo sum di Cartesio si trasfigura simbolicamente in un più esigente Amo ergo sum, richiamo al primato della persona e alla dignità umana, che trova tutela anche nell’ordinamento giuridico.
L’incontro ha coniugato rigore rituale, profondità dottrinale e alto valore iniziatico, inscrivendosi tra gli eventi destinati a lasciare un segno duraturo nella vita dell’Obbedienza. I Lavori sono stati aperti secondo l’antica osservanza e condotti nel più scrupoloso rispetto delle forme tradizionali. Sotto l’autorevole guida del Sovrano Gran Commendatore Mimmo Leonetti, il Tempio ha accolto Fratelli provenienti da ogni parte d’Italia, riuniti dal comune desiderio di conoscenza, approfondimento ed elevazione spirituale.
All’adunanza hanno preso parte il Deputato Gran Maestro, numerosi Grandi Ufficiali Nazionali e diversi Gran Maestri Regionali, la cui presenza ha conferito ulteriore solennità ai Lavori, testimoniando coesione e vitalità dell’Istituzione.
L’incontro è stato concepito, come sottolineato dallo stesso Leonetti, quale momento di autentica incidenza iniziatica: non semplice esercizio accademico, ma occasione di rinnovata consapevolezza del cammino massonico. In questo spirito si sono succeduti gli interventi di tre Fratelli del 33° Grado del Rito Scozzese Antico e Accettato 1778, che hanno offerto relazioni di alto profilo, frutto di studio rigoroso, esperienza vissuta e profonda interiorizzazione dei contenuti trasmessi.
Le orazioni hanno guidato l’Assemblea attraverso le origini e lo sviluppo storico del Rito, l’analisi dei rituali e l’approfondimento della complessa simbologia, restituendo un quadro organico e coerente. I simboli sono stati richiamati non come meri segni esteriori, ma come strumenti vivi di trasformazione interiore.
Nelle conclusioni, Leonetti ha ricondotto a unità i contributi emersi, richiamando i Fratelli all’importanza della ricerca come dovere massonico, della fedeltà alla Tradizione come garanzia di autenticità e della disciplina interiore quale fondamento di ogni reale progresso iniziatico. Un monito e, insieme, un incoraggiamento a proseguire con fermezza e umiltà sul Sentiero.
“Sono un partigiano della giustizia. La Luce ritornerà a splendere nei nostri Templi. Ad Gloriam Dei, ad Lucem et ad Humanitatem”, ha dichiarato il Sovrano Gran Commendatore.
La Giornata della Fierezza Massonica si propone così come un richiamo alla responsabilità individuale e collettiva, un invito a liberare l’anima dai vincoli imposti dall’uomo e a farla volare sulle ali, potenti e leggere, di una fierezza universale che guarda alla Luce come orizzonte comune.
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Una notte che ha cambiato il Medio Oriente, e probabilmente anche il lessico della diplomazia internazionale. Gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato un’operazione militare congiunta contro l’Iran, culminata con la morte della Guida Suprema Ali Khamenei. Un evento che, comunque lo si giudichi, segna uno spartiacque.
L’operazione, ribattezzata “Ruggito del Leone”, è stata autorizzata dal presidente americano Donald Trump, con il pieno sostegno del premier israeliano Benyamin Netanyahu. Alle prime luci dell’alba, un coordinamento senza precedenti ha colpito centinaia di obiettivi strategici dell’apparato missilistico iraniano, inclusi siti legati allo sviluppo di missili balistici intercontinentali, capaci, secondo Washington, di raggiungere qualsiasi punto del globo.
Le trattative sul nucleare si trascinavano da anni, tra tavoli rovesciati e bozze mai firmate. Ma il nodo vero, sostengono le fonti americane, restava l’arsenale missilistico e la volontà iraniana di non rinunciarvi. Nel frattempo, la repressione interna continuava a soffocare ogni anelito di libertà. Un doppio fronte, esterno e interno, che avrebbe esaurito la pazienza delle parti coinvolte.
Il bilancio è pesante. La Mezzaluna Rossa iraniana parla di circa 200 vittime. Lo Stretto di Hormuz è stato chiuso, le tensioni si propagano a macchia d’olio e l’intero Medio Oriente appare sospeso tra escalation e deterrenza. Non è una schermaglia: è una cesura.
Il proverbio recita: “Uomo avvisato mezzo salvato”. Washington sostiene di aver avvertito, minacciato, negoziato. Teheran, dal canto suo, sembra aver risposto con una linea di orgogliosa autosufficienza: non si accettano consigli, sappiamo sbagliare da soli. Se così è stato, il prezzo pagato appare altissimo.
Resta ora la domanda cruciale: l’azione militare porterà davvero alla fine dell’incubo nucleare iraniano e aprirà uno spiraglio di libertà per il popolo oppresso, o inaugurerà una stagione ancora più instabile? Le bombe sanno distruggere con impressionante precisione; ricostruire equilibri è mestiere infinitamente più arduo.
Seguiranno sviluppi, inevitabilmente. Noi continueremo a raccontarli con attenzione e misura, consapevoli che la Storia non ama i consigli, ma presenta sempre il conto. E quello, prima o poi, lo pagano tutti.
Giuseppe Arnò
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Il Centro Italia trema ancora. E subito partono le interpretazioni: c’è chi vede la fine del mondo, chi la fine del Paese e chi, più modestamente, un ultimatum alle Istituzioni. Una sorta di comunicato tellurico: “Se non la finite con questa caciara politico-giudiziaria-opposizionista, provvedo io a un ripulisti selettivo”.
Un’esegesi ardita, certo. Ma di questi tempi l’ardire non manca. Siamo diventati esegeti del bradisismo e commentatori del magma, mentre fatichiamo a interpretare una norma scritta in italiano corrente.
Socrate, prima di bere la cicuta, ricordò a Critone: “Siamo debitori di un gallo ad Asclepio”. Ringraziava il dio della medicina per la guarigione dalla vita, considerata malattia dell’anima. Noi, più prosaicamente, sembriamo debitori di un gallo a qualche divinità della moderazione. Ma il pollaio è rumoroso e nessuno sente più nessuno.
Viene presentata una bozza di riforma elettorale e, apriti cielo, si evocano i numi tutelari della Prima Repubblica: Giulio Andreotti e Bettino Craxi avrebbero votato “Sì” al referendum sulla Giustizia, assicurano i figli. Basta questo per scatenare reazioni a catena, analisi medianiche, scomuniche preventive.
Nel frattempo il Cpr in Albania “funziona”, un sondaggio manda in tilt i Cinque Stelle, e ogni giorno offre il suo bravo incendio da spegnere con benzina fresca. Il diritto di critica è sacrosanto, anzi, è ossigeno costituzionale. Ma l’ossigeno, se saturo di veleni, diventa smog. Un’opposizione che si limiti al “no” perpetuo non è ortodossa: è monotona. E la monotonia, in politica, è più pericolosa dell’errore.
Poi ci sono le sentenze creative, quelle dubitative, quelle che fanno discutere più per l’estro che per la toga. La magistratura è pilastro della Repubblica; ma anche i pilastri, se oscillano troppo, fanno venire il mal di mare ai cittadini. Nessun contrappasso dantesco nel nostro caso, per carità: solo un volo pindarico, nato da uno scarto di memoria liceale. Però la sensazione è che ognuno scrolli la responsabilità sull’altro, come se la colpa fosse un soprabito fuori stagione.
E allora torniamo al sisma. Le spiegazioni geologiche e vulcanologiche esistono, solide e verificabili. Il resto è metafora. A noi piace immaginare la Terra come un cane che si scrolla: un “shake off” planetario. Un gesto istintivo per liberarsi dallo stress, per ripulirsi da un eccesso di tensione.
Di tensioni, alla Madre Terra, ne abbiamo regalate una vagonata. Ingrati e litigiosi, trasformiamo il paradiso in un talk show permanente. E poi ci stupiamo se trema.
La Terra resta un paradiso. L’inferno, semmai, è non accorgersene.
E se proprio il sisma fosse un messaggio, non sarebbe un avvertimento apocalittico ma una lezione elementare: meno strepito, più sostanza. Perché i terremoti passano; le macerie morali, se non le sgomberiamo noi, restano.
E non c’è Protezione Civile che tenga.
Giuseppe Arnò
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Immagine originale: https://www.ingv.it/
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]]>Dal 24 al 28 febbraio il Teatro Ariston torna a essere il centro musicale del Paese per la 76ª edizione del Festival. Alla guida, il direttore artistico Carlo Conti, affiancato per tutte le serate da Laura Pausini. Trenta Big in gara, sfide tra Nuove Proposte, serata cover e un parterre di ospiti che unisce anniversari, ritorni e stelle internazionali.
Debutto ufficiale con l’esibizione di tutti e 30 i Campioni. Vota la Giuria della Sala Stampa, Tv e Web; al pubblico vengono comunicate le prime cinque posizioni (senza ordine).
Co-conduttore l’attore turco Can Yaman.
Super ospite Tiziano Ferro, che celebra i 25 anni di “Xdono” e “Rosso Relativo” e presenta il nuovo album. Dalla nave al largo canta Max Pezzali; da Piazza Colombo live di Gaia.
Si esibiscono 15 Campioni, votati da Televoto e Giuria delle Radio. Anche qui vengono rese note solo le prime cinque posizioni.
Spazio alle Nuove Proposte con due sfide dirette: votano Televoto, Sala Stampa e Radio; due artisti accedono alla terza serata.
Accanto ai conduttori, Achille Lauro con Lillo Petrolo e Pilar Fogliati. Ospiti sportivi in ideale staffetta verso Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026. Live da Piazza Colombo: Bresh.
Gli altri 15 Campioni si esibiscono, votati da Televoto e Radio. Finale delle Nuove Proposte e proclamazione del vincitore di categoria.
Conduzione con la presenza della supermodella Irina Shayk.
Super ospiti Eros Ramazzotti e Alicia Keys. In Piazza Colombo suonano i The Kolors.
È la serata delle Cover: tutti e 30 i Big reinterpretano un brano italiano o internazionale con un ospite. Votano Televoto, Sala Stampa e Radio; viene proclamato il vincitore della serata.
Ospite Bianca Balti. In piazza canta Francesco Gabbani.
Gran finale con l’esibizione dei 30 Campioni, votati dalle tre giurie. Si annunciano i primi cinque della classifica generale (ottenuta sommando i risultati delle serate precedenti). I finalisti si riesibiscono e una nuova votazione decreta il vincitore del Festival 2026.
Super ospite Andrea Bocelli. In Piazza Colombo festeggiano i 60 anni di carriera i Pooh. Premi alla carriera a Fausto Leali, Mogol e Caterina Caselli.
Cinque serate che intrecciano gara e spettacolo, memoria e novità, con un sistema di votazione che mescola stampa, radio e pubblico da casa. Sanremo resta così il grande rito collettivo della musica italiana: ogni anno cambia scaletta, ma non l’abitudine nazionale di discutere fino all’alba su chi meritava davvero di vincere.
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]]>The post Veto cercasi (per abolizione) appeared first on Rivista La Gazzetta.
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C’è un problema chiamato Viktor Orbán. O, più precisamente, c’è un problema chiamato veto. Perché se l’Unione deve decidere su sanzioni a Mosca e sostegno a Kyiv e basta un solo Stato a dire “no”, magari per la ventesima volta, allora non siamo un’Unione: siamo un condominio litigioso dove l’ascensore resta fermo perché uno non vuole pagare la luce.
A Bruxelles i diplomatici si dicono “sconvolti e frustrati”. Traduzione: hanno finito il vocabolario della pazienza. Il ventesimo pacchetto di sanzioni alla Russia è rimasto impigliato nel filo spinato dell’unanimità. E mentre si discute di prestiti all’Ucraina e di cooperazione industriale con gli Stati Uniti, la politica estera europea procede a strattoni, come un’auto con il freno a mano tirato.
Da tempo si parla di abolire il diritto di veto. Non per cattiveria, ma per sopravvivenza. Se si vuole un’Europa che agisca e non solo interloquisca, che decida e non solo rinvii, occorre passare dall’unanimità alla maggioranza qualificata. Altrimenti ogni crisi diventa un referendum permanente sull’umore di turno.
E se proprio non bastasse il buon senso, esiste il bisturi giuridico: l’articolo 7 del Trattato sull’Unione europea. Non è una bomba atomica, ma un richiamo severo: prima la constatazione di un rischio grave per i valori comuni, poi, nei casi estremi, la sospensione di alcuni diritti, incluso il voto in Consiglio. Lo Stato resta vincolato agli obblighi, ma perde il megafono. In altre parole: partecipi alla squadra, ma non puoi sempre fischiare contro.
Si dirà: misura drastica. Certo. Ma più drastico è restare paralizzati mentre la guerra ridisegna confini e alleanze. L’Europa non può essere ostaggio dell’ostruzionismo abituale, né trasformare la solidarietà in un optional. La sovranità nazionale è un valore; il sabotaggio sistematico, no.
Qualcuno, con spirito cinematografico, ha evocato la battuta di Spirit – Stallion of the Cimarron: “Ti domerò con le buone o con le cattive”. Ecco, l’Unione non deve domare nessuno, ma ricordare che i trattati non sono un menù à la carte. O si condividono regole e responsabilità, oppure si resta soli, liberi, sì, ma fuori dal tavolo dove si decide.
Abolire il veto non è un atto contro qualcuno. È un atto a favore dell’Europa adulta. Perché l’Unione non può continuare a parlare al mondo con ventisette voci e un silenziatore.
E se proprio qualcuno insiste a confondere la solidarietà con il ricatto, forse è tempo di ricordargli che l’Europa è una comunità di destino. Non un taxi: non si può scendere ogni volta che la corsa non piace.
Giuseppe Arnò
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]]>The post Scheletri in armadio ed Europa in emancipazione appeared first on Rivista La Gazzetta.
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C’è un proverbio napoletano che dice: “Fa ’e nu pilo ’na trave”. Traduzione simultanea: fare di un pelo una trave. Gli inglesi, più asciutti, liquidano la faccenda con un to make a fuss about nothing. Noi, più teatrali, preferiamo la saga a puntate.
Il caso Jeffrey Epstein, l’armadio della vergogna per eccellenza, è diventato una serie televisiva senza fine. Se negli archivi del defunto vi sono reati, la giustizia faccia il suo mestiere: la responsabilità penale è personale, si persegua il colpevole e si chiuda il sipario. Moralmente? Se un soggetto macchia un’istituzione, l’istituzione lo espelle. Punto. Il resto è sceneggiatura.
Ma no. Si preferisce la nenia quotidiana, il colpo di scena, il nome altisonante che spunta come fungo dopo la pioggia. C’è chi si indigna, chi si appassiona, chi monetizza. Intanto il mondo gira e, distratti dagli armadi altrui, rischiamo di inciampare nei mobili di casa nostra.
Oltreoceano, per esempio, un incollerito Donald Trump non l’ha presa bene con la Corte Suprema degli Stati Uniti che ha bocciato i suoi dazi. E quando il presidente è imprevedibile in tempi normali, figuriamoci in tempi di sconfitta: rilancia, minaccia, alza tariffe ai Paesi “che hanno derubato l’America per decenni”. L’eco arriva fino a Iran, che non dev’essere il luogo più sereno del pianeta in questo momento.
E l’Europa? L’Europa, tra un sopracciglio aggrottato del Pentagono e una nota diplomatica, sta facendo qualcosa che non le si vedeva fare da tempo: si emancipa. Parla di difesa comune, di riarmo “made in Bruxelles”, di autonomia strategica. Non è ancora l’età adulta, ma almeno è l’uscita dall’adolescenza. E si sa: quando un figlio cresce, il genitore finge di sorridere ma controlla il conto in banca.
Nel frattempo, in casa nostra, il dibattito resta sport nazionale. Il sottosegretario Alfredo Mantovano contro il magistrato Nicola Gratteri: “Vorrebbe indagare chi dice sì”. Meno male che il voto è segreto. In Italia anche le opinioni finiscono sotto osservazione, ma solo a parole, che da noi sono più affilate dei coltelli e meno pericolose delle forchette.
Poi c’è la tristezza che non fa share ma pesa sul cuore: la morte di Domenico, gli avvisi di garanzia ai medici. In questo Paese non c’è pace neppure tra gli ulivi, figurarsi nei corridoi d’ospedale.
Per fortuna c’è lo sport, che ogni tanto ci ricorda chi siamo quando smettiamo di litigare. Alle Olimpiadi invernali, nello skicross, doppietta azzurra: Simone Deromedis oro e Flora Tabanelli Tomason argento. Prime medaglie della storia in questa disciplina. Medagliere a quota 30. Lì sì che l’Europa, e l’Italia, sanno emanciparsi: senza polemiche, senza dossier, solo con il cronometro.
Infine, una folla silenziosa a Assisi per gli ottocento anni dalla morte di San Francesco d’Assisi. Cinquecentomila persone per il Poverello che scavalca la fede e parla all’uomo. “Mentre proclami la pace con le tue labbra, fa’ attenzione ad averla ancora più pienamente nel tuo cuore.”
Forse è qui il punto. Mentre rovistiamo negli armadi altrui e agitiamo travi per un pelo, il mondo chiede maturità. L’Europa prova a trovarla. L’America la cerca a colpi di dazi. Noi italiani la discutiamo in talk show.
E intanto San Francesco, da ottocento anni, continua a ricordarci che la pace non si fa con i dossier, né con le tariffe, né con i referendum gridati. Si fa con un cuore un po’ più leggero e una lingua un po’ meno lunga.
Il resto è telenovela. E le telenovele, si sa, non emancipano nessuno.
Giuseppe Arnò
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]]>Dalle fragilità umane ai titoloni apocalittici: come trasformare una caduta personale in un’Armageddon planetaria (che puntualmente non arriva).
“La carne è debole”, si dice. Non è una condanna, ma un promemoria: siamo fatti di limiti, tentazioni, inciampi. È un invito alla crescita, non alla gogna. Eppure, quando la debolezza smette di essere episodio e diventa abitudine, il confine tra fragilità e rovina si assottiglia fino a sparire.
Nel reame d’Inghilterra la massima evangelica ha trovato un’interpretazione piuttosto terrena con il caso del Principe Andrea, fratello di Carlo III. Qui non siamo più nella dimensione della scappatella da romanzo ottocentesco, ma in un capitolo assai meno lirico e più giudiziario. Quando la debolezza diventa cronica, non si parla più di peccatucci, ma di responsabilità. E le responsabilità, a corte come al mercato, si pagano.
La “pecora nera” esiste in tutte le famiglie, nobili o proletarie che siano. La differenza è che se inciampa il cugino Gino, al massimo si commenta al pranzo di Natale; se inciampa un principe, scatta l’editoriale globale. Titoli a caratteri cubitali: “La corona con le spine”, “È la fine della monarchia?”, “Scandalo che scuote l’Impero!”. Manca solo l’invasione delle cavallette.
E invece? È successo ciò che doveva succedere: perdita di titoli operativi, isolamento pubblico, conti aperti con la giustizia, risarcimenti sostanziosi. Una vicenda personale con conseguenze personali. La monarchia britannica non è crollata, British royal family non è stata sfrattata da Buckingham Palace, e le guardie non hanno cambiato mestiere. Il mondo ha continuato a girare, con grande disappunto dei titolisti.
Il problema non è raccontare lo scandalo. È gonfiarlo fino a farlo diventare un’eclissi permanente. La debolezza umana è materia seria; trasformarla in fiction apocalittica è un esercizio creativo che frutta clic ma impoverisce la realtà. La stampa, quando informa, è servizio; quando allarma per sport, diventa teatro. E il teatro, si sa, vive di eccessi.
Così il lettore, bombardato da catastrofi imminenti, finisce per non distinguere più tra una crepa e un terremoto. Tutto è “crisi”, tutto è “crollo”, tutto è “svolta epocale”. Poi, il giorno dopo, nulla è cambiato davvero. Se non il numero delle visualizzazioni.
Forse aveva ragione Paulo Coelho, nel suo Il Cammino di Santiago: abbiamo la tendenza a fantasticare su ciò che non esiste, ignorando le lezioni che abbiamo sotto gli occhi. La lezione, in questo caso, è semplice: l’uomo cade, paga e, se può, si rialza. Il resto è rumore di fondo.
E la morale? La carne resta debole. Ma certi titoli lo sono ancora di più: fortissimi di voce, fragilissimi di sostanza. Come certi castelli di carta che crollano solo nelle redazioni.
Giuseppe Arnò
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