Unione Europea Archives - Rivista La Gazzetta https://lagazzetta-online.com/category/unione-europea/ Portale di Notizie Wed, 22 Apr 2026 22:25:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.4 https://lagazzetta-online.com/wp-content/uploads/2021/10/logo-1-150x90.png Unione Europea Archives - Rivista La Gazzetta https://lagazzetta-online.com/category/unione-europea/ 32 32 L’Europa allo specchio: quando la paura vota all’unanimità https://lagazzetta-online.com/leuropa-allo-specchio-quando-la-paura-vota-allunanimita/ https://lagazzetta-online.com/leuropa-allo-specchio-quando-la-paura-vota-allunanimita/#respond Wed, 22 Apr 2026 22:25:05 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=19211 Tra veti, tremori e virtù dichiarate, l’Unione inciampa nella sua ombra e chiama prudenza ciò che, più semplicemente, è esitazione cronica.   C’è un’Europa che parla ventiquattro lingue, ma quando deve decidere balbetta in tutte. Un continente che ha inventato il diritto, ma che davanti al proprio diritto di veto si comporta come davanti a una reliquia: la venera, la teme e soprattutto non osa toccarla. All´ Unione Europea capita così di vivere al cardiopalma ogni volta che un Paese membro, meglio se con passato nell’ex orbita sovietica, si presenta alle urne. In Commissione Europea si trattiene il fiato: sarà un governo filorusso? euroscettico? o, miracolo dei miracoli, semplicemente governativo? Nel frattempo, il Consiglio dell’Unione Europea si riunisce, discute, riflette… e spesso rinvia, che è la forma più elegante di non decidere. Gli esempi non mancano. L’Ungheria è diventata una sorta di cartina di tornasole ideologica: se piove a Budapest, a Bruxelles si aprono gli ombrelli. La Bulgaria, dal canto suo, contribuisce con instabilità politica che fa sembrare la normalità un’ipotesi accademica. E così l’Europa si scopre fragile non tanto per ciò che accade, ma per come reagisce: con il tremore di chi teme più la propria ombra che il buio. Eppure, la soluzione, almeno sulla carta, è disarmante nella sua semplicità. Eliminare il diritto di veto, trasformare la politica estera in qualcosa di più di una riunione di buone intenzioni, dotarsi di un vero ministero economico e, già che ci siamo, di una difesa comune che non sia un esercizio retorico. In altre parole: diventare ciò che si proclama. Naturalmente, qui iniziano i sospetti. Perché ciò che è semplice raramente è facile, e ciò che è facile raramente è voluto. Viene allora da chiedersi se esistano motivi meno dichiarabili, chiamiamoli “equilibri sensibili”, per non turbare gli animi, che rendono ogni riforma strutturale una specie di miraggio istituzionale. Troppi interessi, troppe paure, troppa abitudine alla comodità dell’incompiuto. Nel frattempo, l’Europa coltiva il suo paradosso preferito: allargarsi senza approfondirsi. Si accoglie, si integra, si celebra la diversità, purché non intralci la procedura. Ma una casa con trenta stanze e trenta chiavi diverse finisce per avere un solo inquilino: il caos, debitamente regolamentato. Ridurre il numero dei burocrati? Sfoltire i parlamentari? Bandire con decisione i corrotti? Ottime idee, quasi rivoluzionarie nella loro ovvietà. Ma proprio per questo destinate a restare sospese tra il plauso e l’oblio, come certe promesse elettorali che vivono meglio da nubili che da sposate. Intanto, sulle questioni interne si stende il velo della discrezione, che in politica è la forma più raffinata di pudore. E forse è meglio così: ogni teatro ha bisogno dei suoi retroscena, e ogni retroscena delle sue ombre. Alla fine, l’Europa resta lì, davanti allo specchio. Si osserva, si studia, si interroga. Vorrebbe cambiare, ma teme di non riconoscersi più. E allora rimanda, che è sempre la decisione più condivisa. Finché un giorno, con perfetta coerenza, scoprirà che l’unica cosa che ha davvero costruito insieme è la paura di decidere da sola. E, a quel punto, non servirà più neppure il veto: basterà uno specchio.   Giuseppe Arnò * Foto: Blender mixture

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Tra veti, tremori e virtù dichiarate, l’Unione inciampa nella sua ombra e chiama prudenza ciò che, più semplicemente, è esitazione cronica.

 

C’è un’Europa che parla ventiquattro lingue, ma quando deve decidere balbetta in tutte. Un continente che ha inventato il diritto, ma che davanti al proprio diritto di veto si comporta come davanti a una reliquia: la venera, la teme e soprattutto non osa toccarla.

All´ Unione Europea capita così di vivere al cardiopalma ogni volta che un Paese membro, meglio se con passato nell’ex orbita sovietica, si presenta alle urne. In Commissione Europea si trattiene il fiato: sarà un governo filorusso? euroscettico? o, miracolo dei miracoli, semplicemente governativo? Nel frattempo, il Consiglio dell’Unione Europea si riunisce, discute, riflette… e spesso rinvia, che è la forma più elegante di non decidere.

Gli esempi non mancano. L’Ungheria è diventata una sorta di cartina di tornasole ideologica: se piove a Budapest, a Bruxelles si aprono gli ombrelli. La Bulgaria, dal canto suo, contribuisce con instabilità politica che fa sembrare la normalità un’ipotesi accademica. E così l’Europa si scopre fragile non tanto per ciò che accade, ma per come reagisce: con il tremore di chi teme più la propria ombra che il buio.

Eppure, la soluzione, almeno sulla carta, è disarmante nella sua semplicità. Eliminare il diritto di veto, trasformare la politica estera in qualcosa di più di una riunione di buone intenzioni, dotarsi di un vero ministero economico e, già che ci siamo, di una difesa comune che non sia un esercizio retorico. In altre parole: diventare ciò che si proclama.

Naturalmente, qui iniziano i sospetti. Perché ciò che è semplice raramente è facile, e ciò che è facile raramente è voluto. Viene allora da chiedersi se esistano motivi meno dichiarabili, chiamiamoli “equilibri sensibili”, per non turbare gli animi, che rendono ogni riforma strutturale una specie di miraggio istituzionale. Troppi interessi, troppe paure, troppa abitudine alla comodità dell’incompiuto.

Nel frattempo, l’Europa coltiva il suo paradosso preferito: allargarsi senza approfondirsi. Si accoglie, si integra, si celebra la diversità, purché non intralci la procedura. Ma una casa con trenta stanze e trenta chiavi diverse finisce per avere un solo inquilino: il caos, debitamente regolamentato.

Ridurre il numero dei burocrati? Sfoltire i parlamentari? Bandire con decisione i corrotti? Ottime idee, quasi rivoluzionarie nella loro ovvietà. Ma proprio per questo destinate a restare sospese tra il plauso e l’oblio, come certe promesse elettorali che vivono meglio da nubili che da sposate.

Intanto, sulle questioni interne si stende il velo della discrezione, che in politica è la forma più raffinata di pudore. E forse è meglio così: ogni teatro ha bisogno dei suoi retroscena, e ogni retroscena delle sue ombre.

Alla fine, l’Europa resta lì, davanti allo specchio. Si osserva, si studia, si interroga. Vorrebbe cambiare, ma teme di non riconoscersi più. E allora rimanda, che è sempre la decisione più condivisa.

Finché un giorno, con perfetta coerenza, scoprirà che l’unica cosa che ha davvero costruito insieme è la paura di decidere da sola. E, a quel punto, non servirà più neppure il veto: basterà uno specchio.
 

Giuseppe Arnò

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Foto: Blender mixture

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Il grande pascolo europeo https://lagazzetta-online.com/il-grande-pascolo-europeo/ https://lagazzetta-online.com/il-grande-pascolo-europeo/#comments Sat, 11 Apr 2026 01:50:49 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=19133 Tra dogmi verdi, motori spenti e governi da operetta, il Vecchio Continente rischia di trasformare il futuro in un ritorno al passato L’Europa è un continente straordinario: riesce, con una costanza quasi commovente, a confondere il sogno con il progetto e il desiderio con la realtà. È la sua antica nobiltà e, insieme, la sua più ostinata condanna. Da qualche tempo sogna in verde. Un verde fitto, rassicurante, da brochure istituzionale, da vertice internazionale con foto di gruppo, sorrisi di circostanza e dichiarazioni solenni. Un verde che profuma di buone intenzioni, di slogan ben confezionati, di promesse elevate a dottrina. Peccato che, mentre il continente si specchiava compiaciuto nella propria virtù ecologica, il mondo continuasse a funzionare secondo le vecchie, prosaiche e poco poetiche leggi dell’energia, della geopolitica e del mercato. I nuovi sacerdoti della fede verde, i pasdaran del green, severi come inquisitori e solenni come sagrestani di Stato, hanno decretato che il motore termico appartenesse al museo delle colpe umane. Processo sommario, sentenza irrevocabile, accompagnamento al patibolo con il coro dei benpensanti. Nel frattempo, però, la realtà, che ha il pessimo gusto di non leggere i programmi elettorali né i comunicati di Bruxelles, ha ricominciato a bussare. E non con le nocche, ma col pugno. Hormuz minaccia di chiudersi come una saracinesca sul mondo; i voli si diradano; il petrolio sale; i mercati oscillano come febbricitanti; la benzina diventa quasi un bene di lusso. È bastato questo perché il paradiso verde mostrasse tutta la fragilità delle sue fondamenta. Non c’è nulla di più comico, e dunque di più tragico, della politica quando si trova davanti alle conseguenze delle proprie parole. Ieri predicava la fine dei combustibili fossili come una redenzione morale; oggi si strappa le vesti perché il carburante manca e i prezzi corrono più veloci delle automobili che vorrebbe fermare. I più divertenti, naturalmente, sono i professionisti dell’indignazione alternata: chi oggi accusa è spesso lo stesso che ieri governava allo stesso modo, firmava i medesimi provvedimenti, applaudiva gli stessi slogan. Cambiano le mani che indicano il colpevole, ma il dito resta sporco dello stesso inchiostro. Il male europeo, sia chiaro, non è il verde in sé. La prudenza ambientale, la ricerca di nuove fonti, la responsabilità verso il futuro avrebbero persino una loro nobiltà. Il male è aver trasformato una politica in un catechismo, un orientamento in dogma, il dubbio in eresia. Si è impedito per anni lo sviluppo del nucleare pulito, quasi fosse una colpa morale della tecnica. Si sono osteggiate esplorazioni e investimenti energetici interni come se il sottosuolo fosse una vergogna da nascondere. Si è preferita la liturgia della dichiarazione alla concretezza della strategia. E adesso ci si stupisce. Gabriele Guzzi, nel suo Eurosuicidio, ha descritto con lucidità questa malattia continentale: istituzioni formalmente intatte, ma svuotate nella sostanza; costituzioni celebrate nei discorsi e dimenticate nella pratica; governi spesso più fedeli agli equilibri di apparato che agli interessi dei popoli. È la grande commedia europea: si parla in nome dei cittadini, purché i cittadini non disturbino il copione. Il vecchio Il Gattopardo ci ha lasciato la formula perfetta della nostra decadenza: cambiare tutto perché nulla cambi. Ma oggi non siamo più nel salotto dei principi, tra damaschi e lampadari. Siamo alla pompa di benzina. E quando il serbatoio è vuoto, la filosofia serve poco. L’Europa, dopo aver predicato il futuro come una nuova religione, rischia di ritrovarsi inginocchiata davanti al passato. Non per scelta, ma per imprevidenza. Si sono spenti i motori convinti di accendere la civiltà. Si è preferito lo slogan al calcolo, la posa alla strategia, il consenso immediato alla lungimiranza. E oggi il continente scopre che la storia non perdona i vanitosi: presenta il conto, sempre, con interessi altissimi. Alla fine, il vero dramma non sarà il prezzo della benzina né il nervosismo dei mercati. Sarà accorgersi che, mentre si discuteva con fervore del colore dell’erba, il cavallo era già scappato dalla stalla. E allora sì, resterà soltanto un grande, ordinatissimo, impeccabilmente sostenibile pascolo europeo. Con le pecore. E, purtroppo, non tutte a quattro zampe. Giuseppe Arnò

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Tra dogmi verdi, motori spenti e governi da operetta, il Vecchio Continente rischia di trasformare il futuro in un ritorno al passato

L’Europa è un continente straordinario: riesce, con una costanza quasi commovente, a confondere il sogno con il progetto e il desiderio con la realtà. È la sua antica nobiltà e, insieme, la sua più ostinata condanna.

Da qualche tempo sogna in verde. Un verde fitto, rassicurante, da brochure istituzionale, da vertice internazionale con foto di gruppo, sorrisi di circostanza e dichiarazioni solenni. Un verde che profuma di buone intenzioni, di slogan ben confezionati, di promesse elevate a dottrina.

Peccato che, mentre il continente si specchiava compiaciuto nella propria virtù ecologica, il mondo continuasse a funzionare secondo le vecchie, prosaiche e poco poetiche leggi dell’energia, della geopolitica e del mercato.

I nuovi sacerdoti della fede verde, i pasdaran del green, severi come inquisitori e solenni come sagrestani di Stato, hanno decretato che il motore termico appartenesse al museo delle colpe umane. Processo sommario, sentenza irrevocabile, accompagnamento al patibolo con il coro dei benpensanti.

Nel frattempo, però, la realtà, che ha il pessimo gusto di non leggere i programmi elettorali né i comunicati di Bruxelles, ha ricominciato a bussare. E non con le nocche, ma col pugno.

Hormuz minaccia di chiudersi come una saracinesca sul mondo; i voli si diradano; il petrolio sale; i mercati oscillano come febbricitanti; la benzina diventa quasi un bene di lusso. È bastato questo perché il paradiso verde mostrasse tutta la fragilità delle sue fondamenta.

Non c’è nulla di più comico, e dunque di più tragico, della politica quando si trova davanti alle conseguenze delle proprie parole. Ieri predicava la fine dei combustibili fossili come una redenzione morale; oggi si strappa le vesti perché il carburante manca e i prezzi corrono più veloci delle automobili che vorrebbe fermare.

I più divertenti, naturalmente, sono i professionisti dell’indignazione alternata: chi oggi accusa è spesso lo stesso che ieri governava allo stesso modo, firmava i medesimi provvedimenti, applaudiva gli stessi slogan. Cambiano le mani che indicano il colpevole, ma il dito resta sporco dello stesso inchiostro.

Il male europeo, sia chiaro, non è il verde in sé. La prudenza ambientale, la ricerca di nuove fonti, la responsabilità verso il futuro avrebbero persino una loro nobiltà. Il male è aver trasformato una politica in un catechismo, un orientamento in dogma, il dubbio in eresia.

Si è impedito per anni lo sviluppo del nucleare pulito, quasi fosse una colpa morale della tecnica. Si sono osteggiate esplorazioni e investimenti energetici interni come se il sottosuolo fosse una vergogna da nascondere. Si è preferita la liturgia della dichiarazione alla concretezza della strategia.

E adesso ci si stupisce.

Gabriele Guzzi, nel suo Eurosuicidio, ha descritto con lucidità questa malattia continentale: istituzioni formalmente intatte, ma svuotate nella sostanza; costituzioni celebrate nei discorsi e dimenticate nella pratica; governi spesso più fedeli agli equilibri di apparato che agli interessi dei popoli.

È la grande commedia europea: si parla in nome dei cittadini, purché i cittadini non disturbino il copione.

Il vecchio Il Gattopardo ci ha lasciato la formula perfetta della nostra decadenza: cambiare tutto perché nulla cambi. Ma oggi non siamo più nel salotto dei principi, tra damaschi e lampadari. Siamo alla pompa di benzina.

E quando il serbatoio è vuoto, la filosofia serve poco.

L’Europa, dopo aver predicato il futuro come una nuova religione, rischia di ritrovarsi inginocchiata davanti al passato. Non per scelta, ma per imprevidenza.

Si sono spenti i motori convinti di accendere la civiltà. Si è preferito lo slogan al calcolo, la posa alla strategia, il consenso immediato alla lungimiranza. E oggi il continente scopre che la storia non perdona i vanitosi: presenta il conto, sempre, con interessi altissimi.

Alla fine, il vero dramma non sarà il prezzo della benzina né il nervosismo dei mercati. Sarà accorgersi che, mentre si discuteva con fervore del colore dell’erba, il cavallo era già scappato dalla stalla.

E allora sì, resterà soltanto un grande, ordinatissimo, impeccabilmente sostenibile pascolo europeo.

Con le pecore.

E, purtroppo, non tutte a quattro zampe.

Giuseppe Arnò

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Il Consiglio europeo e la talpa con passaporto https://lagazzetta-online.com/il-consiglio-europeo-e-la-talpa-con-passaporto/ https://lagazzetta-online.com/il-consiglio-europeo-e-la-talpa-con-passaporto/#respond Wed, 25 Mar 2026 07:49:28 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=19046 Tra segreti di Pulcinella e diplomazie parallele, Bruxelles scopre che il silenzio è diventato un optional Dalle nostre parti si dice: “cieco come una talpa”. Ma a ben vedere, la talpa in questione non solo ci vede benissimo, ma prende anche appunti, e, a quanto pare, fa pure qualche telefonata. Il caso che agita i corridoi ovattati del Consiglio europeo somiglia sempre meno a un incidente di percorso e sempre più a un’abitudine consolidata: l’arte tutta magiara di stare al tavolo e, contemporaneamente, raccontare il menù a chi è rimasto fuori. L’eco delle conversazioni tra Budapest e Mosca, con il nome di Sergey Lavrov che aleggia come un convitato di pietra, ha il pregio,  si fa per dire, di rendere plastica una verità scomoda: i segreti europei hanno la consistenza di quelli di Pulcinella. Non è la prima volta che l’Ungheria gioca a fare il bastian contrario. Veti sistematici, smorfie diplomatiche e una certa inclinazione a guardare a Est più che a Bruxelles hanno già fatto storcere il naso a più di un partner. I Paesi baltici, con la Lituania in prima fila, da tempo osservano con diffidenza questo doppio registro. E lo stesso Donald Tusk non ha fatto mistero di considerare tutt’altro che sorprendenti certi contatti. Poi arrivano le ammissioni, quelle che non negano ma nemmeno confessano del tutto. Il ministro ungherese degli Esteri riconosce contatti con partner extra-UE prima e dopo le riunioni. Una sfumatura, certo. Ma in diplomazia le sfumature pesano come macigni. Non è la prova del passaggio di informazioni “in diretta”, ma è abbastanza per trasformare il sospetto in una certezza a metà, e, come tutte le mezze verità, ancora più inquietante. A questo punto il paragone cinematografico sorge spontaneo: persino Il terzo uomo, con le sue ombre e i suoi traffici sotterranei, appare quasi ingenuo. Lì almeno la talpa agiva nell’ombra. Qui, invece, sembra muoversi alla luce del sole, con tanto di badge istituzionale. Il problema, però, non è l’Ungheria, o non solo. È l’illusione europea di poter gestire dossier sensibili senza un reale perimetro di sicurezza politica. Se ogni Consiglio diventa una sala d’attesa con porte girevoli, tanto vale davvero invitare direttamente Mosca al tavolo: si risparmierebbe tempo e si guadagnerebbe in trasparenza, se non altro per coerenza. “Le mele marce vanno tolte”, si dice. Ma in Europa, più che un cesto, sembra esserci un buffet: e nessuno vuole essere il primo a sparecchiare. Alla fine, il nodo è semplice e imbarazzante: o il Consiglio europeo torna a essere un luogo di fiducia condivisa, oppure diventerà un teatro dove tutti recitano e qualcuno, dietro le quinte, passa il copione al pubblico sbagliato. E allora, per non smentire la tradizione, chiudiamola così: l’Europa non ha bisogno di nuove talpe. Quelle che ha, parlano già troppo. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Tra segreti di Pulcinella e diplomazie parallele, Bruxelles scopre che il silenzio è diventato un optional


Dalle nostre parti si dice: “cieco come una talpa”. Ma a ben vedere, la talpa in questione non solo ci vede benissimo, ma prende anche appunti, e, a quanto pare, fa pure qualche telefonata.

Il caso che agita i corridoi ovattati del Consiglio europeo somiglia sempre meno a un incidente di percorso e sempre più a un’abitudine consolidata: l’arte tutta magiara di stare al tavolo e, contemporaneamente, raccontare il menù a chi è rimasto fuori. L’eco delle conversazioni tra Budapest e Mosca, con il nome di Sergey Lavrov che aleggia come un convitato di pietra, ha il pregio,  si fa per dire, di rendere plastica una verità scomoda: i segreti europei hanno la consistenza di quelli di Pulcinella.

Non è la prima volta che l’Ungheria gioca a fare il bastian contrario. Veti sistematici, smorfie diplomatiche e una certa inclinazione a guardare a Est più che a Bruxelles hanno già fatto storcere il naso a più di un partner. I Paesi baltici, con la Lituania in prima fila, da tempo osservano con diffidenza questo doppio registro. E lo stesso Donald Tusk non ha fatto mistero di considerare tutt’altro che sorprendenti certi contatti.

Poi arrivano le ammissioni, quelle che non negano ma nemmeno confessano del tutto. Il ministro ungherese degli Esteri riconosce contatti con partner extra-UE prima e dopo le riunioni. Una sfumatura, certo. Ma in diplomazia le sfumature pesano come macigni. Non è la prova del passaggio di informazioni “in diretta”, ma è abbastanza per trasformare il sospetto in una certezza a metà, e, come tutte le mezze verità, ancora più inquietante.

A questo punto il paragone cinematografico sorge spontaneo: persino Il terzo uomo, con le sue ombre e i suoi traffici sotterranei, appare quasi ingenuo. Lì almeno la talpa agiva nell’ombra. Qui, invece, sembra muoversi alla luce del sole, con tanto di badge istituzionale.

Il problema, però, non è l’Ungheria, o non solo. È l’illusione europea di poter gestire dossier sensibili senza un reale perimetro di sicurezza politica. Se ogni Consiglio diventa una sala d’attesa con porte girevoli, tanto vale davvero invitare direttamente Mosca al tavolo: si risparmierebbe tempo e si guadagnerebbe in trasparenza, se non altro per coerenza.

“Le mele marce vanno tolte”, si dice. Ma in Europa, più che un cesto, sembra esserci un buffet: e nessuno vuole essere il primo a sparecchiare.

Alla fine, il nodo è semplice e imbarazzante: o il Consiglio europeo torna a essere un luogo di fiducia condivisa, oppure diventerà un teatro dove tutti recitano e qualcuno, dietro le quinte, passa il copione al pubblico sbagliato.

E allora, per non smentire la tradizione, chiudiamola così: l’Europa non ha bisogno di nuove talpe. Quelle che ha, parlano già troppo.

Giuseppe Arnò
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Foto by Canva

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Europa, condominio Babele https://lagazzetta-online.com/europa-condominio-babele/ https://lagazzetta-online.com/europa-condominio-babele/#respond Mon, 09 Mar 2026 01:06:27 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18972   Tra veti, distinguo e patriottismi a ore, l’Unione continua a parlare molte lingue e decidere poco. E così, a dritta e a manca, finisce sempre nel menù delle grandi potenze.   «… E il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: “Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra» (Genesi 11, 1-9). L’antifona biblica sembra scritta per l’Europa di oggi. Non per castigo divino, ma per zelo umano: ogni popolo custodisce la propria lingua, il proprio interesse, il proprio distinguo. Il risultato è che il grande cantiere europeo somiglia sempre più a una raffinata Babele amministrativa, ricca di regolamenti e povera di decisioni comuni. Eppure il progetto europeo nacque con tutt’altra ambizione. Dopo la Seconda guerra mondiale l’idea era semplice: legare insieme gli interessi degli Stati per impedire che tornassero a combattersi. Il 9 maggio 1950 Robert Schuman propose la gestione comune di carbone e acciaio, primo passo verso una cooperazione stabile tra Paesi che fino a pochi anni prima si affrontavano sui campi di battaglia. Da quella intuizione nacque un percorso che portò al Trattato di Maastricht del 1992 e alla nascita formale dell’Unione europea. Negli anni successivi l’Unione si ampliò verso Est, ha costruito istituzioni comuni, introdotto la moneta unica e adottato una Carta dei diritti fondamentali. Sulla carta, un esperimento politico senza precedenti. Nella pratica, molto spesso, un coro dissonante. La crisi mediorientale ne offre un esempio. Di fronte alla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, la posizione europea è apparsa tutt’altro che compatta. Francia, Germania e Gran Bretagna si sono dette «pronte ad azioni difensive» contro Teheran; la Spagna guidata da Pedro Sánchez ha invece scelto di smarcarsi apertamente rifiutando qualsiasi sostegno all’operazione americana. La scena è familiare: ventisette capitali, ventisette sensibilità, ventisette calcoli nazionali. Il problema non è la diversità delle opinioni. In una democrazia è persino salutare. Lo spiegava lo scienziato americano James B. Conant, secondo cui la democrazia è «un piccolo, solido nucleo centrale di accordo comune, circondato da una grande varietà di divergenze individuali». Il guaio europeo è che possediamo soprattutto la seconda parte della definizione. Il nucleo comune resta fragile. E quando si tratta di politica estera, sicurezza o strategia economica, ogni governo tende a scegliere la strada più conveniente per sé. Per diventare davvero univoca, l’Unione dovrebbe affrontare una questione delicata: limitare il diritto di veto nelle decisioni che contano davvero. Ma su questo terreno le sovranità nazionali difendono le proprie prerogative con zelo quasi sacrale. Così accade che, mentre le grandi potenze parlano con una sola voce, l’Europa continui a discuterne ventisette. Nei grattacieli di Bruxelles si lavora molto, si riunisce ancora di più e si decide con cautela infinita. E allora torna alla mente un vecchio aforisma attribuito a Giuseppe Tobia: forse quelle torri moderne non cercano il Dio dei cieli, ma il Dio del denaro. Può darsi. Ma anche il denaro, come la politica, ha bisogno di una lingua comune. E finché l’Europa continuerà a parlarne ventisette, la sua torre resterà alta, elegante, e incompiuta. Giuseppe Arnò ** La Torre di Babele di Pieter Bruegel il Vecchio, 1563. Questa è una fedele riproduzione fotografica di un’opera d’arte bidimensionale di pubblico dominio *

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Tra veti, distinguo e patriottismi a ore, l’Unione continua a parlare molte lingue e decidere poco. E così, a dritta e a manca, finisce sempre nel menù delle grandi potenze.

 

«… E il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: “Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra» (Genesi 11, 1-9).

L’antifona biblica sembra scritta per l’Europa di oggi. Non per castigo divino, ma per zelo umano: ogni popolo custodisce la propria lingua, il proprio interesse, il proprio distinguo. Il risultato è che il grande cantiere europeo somiglia sempre più a una raffinata Babele amministrativa, ricca di regolamenti e povera di decisioni comuni.

Eppure il progetto europeo nacque con tutt’altra ambizione. Dopo la Seconda guerra mondiale l’idea era semplice: legare insieme gli interessi degli Stati per impedire che tornassero a combattersi. Il 9 maggio 1950 Robert Schuman propose la gestione comune di carbone e acciaio, primo passo verso una cooperazione stabile tra Paesi che fino a pochi anni prima si affrontavano sui campi di battaglia.

Da quella intuizione nacque un percorso che portò al Trattato di Maastricht del 1992 e alla nascita formale dell’Unione europea. Negli anni successivi l’Unione si ampliò verso Est, ha costruito istituzioni comuni, introdotto la moneta unica e adottato una Carta dei diritti fondamentali. Sulla carta, un esperimento politico senza precedenti.

Nella pratica, molto spesso, un coro dissonante.

La crisi mediorientale ne offre un esempio. Di fronte alla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, la posizione europea è apparsa tutt’altro che compatta. Francia, Germania e Gran Bretagna si sono dette «pronte ad azioni difensive» contro Teheran; la Spagna guidata da Pedro Sánchez ha invece scelto di smarcarsi apertamente rifiutando qualsiasi sostegno all’operazione americana.

La scena è familiare: ventisette capitali, ventisette sensibilità, ventisette calcoli nazionali.

Il problema non è la diversità delle opinioni. In una democrazia è persino salutare. Lo spiegava lo scienziato americano James B. Conant, secondo cui la democrazia è «un piccolo, solido nucleo centrale di accordo comune, circondato da una grande varietà di divergenze individuali».

Il guaio europeo è che possediamo soprattutto la seconda parte della definizione.

Il nucleo comune resta fragile. E quando si tratta di politica estera, sicurezza o strategia economica, ogni governo tende a scegliere la strada più conveniente per sé. Per diventare davvero univoca, l’Unione dovrebbe affrontare una questione delicata: limitare il diritto di veto nelle decisioni che contano davvero. Ma su questo terreno le sovranità nazionali difendono le proprie prerogative con zelo quasi sacrale.

Così accade che, mentre le grandi potenze parlano con una sola voce, l’Europa continui a discuterne ventisette.

Nei grattacieli di Bruxelles si lavora molto, si riunisce ancora di più e si decide con cautela infinita. E allora torna alla mente un vecchio aforisma attribuito a Giuseppe Tobia: forse quelle torri moderne non cercano il Dio dei cieli, ma il Dio del denaro.

Può darsi. Ma anche il denaro, come la politica, ha bisogno di una lingua comune.

E finché l’Europa continuerà a parlarne ventisette, la sua torre resterà alta, elegante, e incompiuta.

Giuseppe Arnò

** La Torre di Babele di Pieter Bruegel il Vecchio, 1563. Questa è una fedele riproduzione fotografica di un’opera d’arte bidimensionale di pubblico dominio

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Veto cercasi (per abolizione) https://lagazzetta-online.com/veto-cercasi-per-abolizione/ https://lagazzetta-online.com/veto-cercasi-per-abolizione/#comments Tue, 24 Feb 2026 22:53:23 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18930 Sovranità o capriccio? L’Europa alla prova dell’articolo 7 C’è un problema chiamato Viktor Orbán. O, più precisamente, c’è un problema chiamato veto. Perché se l’Unione deve decidere su sanzioni a Mosca e sostegno a Kyiv e basta un solo Stato a dire “no”, magari per la ventesima volta, allora non siamo un’Unione: siamo un condominio litigioso dove l’ascensore resta fermo perché uno non vuole pagare la luce. A Bruxelles i diplomatici si dicono “sconvolti e frustrati”. Traduzione: hanno finito il vocabolario della pazienza. Il ventesimo pacchetto di sanzioni alla Russia è rimasto impigliato nel filo spinato dell’unanimità. E mentre si discute di prestiti all’Ucraina e di cooperazione industriale con gli Stati Uniti, la politica estera europea procede a strattoni, come un’auto con il freno a mano tirato. Da tempo si parla di abolire il diritto di veto. Non per cattiveria, ma per sopravvivenza. Se si vuole un’Europa che agisca e non solo interloquisca, che decida e non solo rinvii, occorre passare dall’unanimità alla maggioranza qualificata. Altrimenti ogni crisi diventa un referendum permanente sull’umore di turno. E se proprio non bastasse il buon senso, esiste il bisturi giuridico: l’articolo 7 del Trattato sull’Unione europea. Non è una bomba atomica, ma un richiamo severo: prima la constatazione di un rischio grave per i valori comuni, poi, nei casi estremi, la sospensione di alcuni diritti, incluso il voto in Consiglio. Lo Stato resta vincolato agli obblighi, ma perde il megafono. In altre parole: partecipi alla squadra, ma non puoi sempre fischiare contro. Si dirà: misura drastica. Certo. Ma più drastico è restare paralizzati mentre la guerra ridisegna confini e alleanze. L’Europa non può essere ostaggio dell’ostruzionismo abituale, né trasformare la solidarietà in un optional. La sovranità nazionale è un valore; il sabotaggio sistematico, no. Qualcuno, con spirito cinematografico, ha evocato la battuta di Spirit – Stallion of the Cimarron: “Ti domerò con le buone o con le cattive”. Ecco, l’Unione non deve domare nessuno, ma ricordare che i trattati non sono un menù à la carte. O si condividono regole e responsabilità, oppure si resta soli, liberi, sì, ma fuori dal tavolo dove si decide. Abolire il veto non è un atto contro qualcuno. È un atto a favore dell’Europa adulta. Perché l’Unione non può continuare a parlare al mondo con ventisette voci e un silenziatore. E se proprio qualcuno insiste a confondere la solidarietà con il ricatto, forse è tempo di ricordargli che l’Europa è una comunità di destino. Non un taxi: non si può scendere ogni volta che la corsa non piace. Giuseppe Arnò

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Sovranità o capriccio? L’Europa alla prova dell’articolo 7

C’è un problema chiamato Viktor Orbán. O, più precisamente, c’è un problema chiamato veto. Perché se l’Unione deve decidere su sanzioni a Mosca e sostegno a Kyiv e basta un solo Stato a dire “no”, magari per la ventesima volta, allora non siamo un’Unione: siamo un condominio litigioso dove l’ascensore resta fermo perché uno non vuole pagare la luce.

A Bruxelles i diplomatici si dicono “sconvolti e frustrati”. Traduzione: hanno finito il vocabolario della pazienza. Il ventesimo pacchetto di sanzioni alla Russia è rimasto impigliato nel filo spinato dell’unanimità. E mentre si discute di prestiti all’Ucraina e di cooperazione industriale con gli Stati Uniti, la politica estera europea procede a strattoni, come un’auto con il freno a mano tirato.

Da tempo si parla di abolire il diritto di veto. Non per cattiveria, ma per sopravvivenza. Se si vuole un’Europa che agisca e non solo interloquisca, che decida e non solo rinvii, occorre passare dall’unanimità alla maggioranza qualificata. Altrimenti ogni crisi diventa un referendum permanente sull’umore di turno.

E se proprio non bastasse il buon senso, esiste il bisturi giuridico: l’articolo 7 del Trattato sull’Unione europea. Non è una bomba atomica, ma un richiamo severo: prima la constatazione di un rischio grave per i valori comuni, poi, nei casi estremi, la sospensione di alcuni diritti, incluso il voto in Consiglio. Lo Stato resta vincolato agli obblighi, ma perde il megafono. In altre parole: partecipi alla squadra, ma non puoi sempre fischiare contro.

Si dirà: misura drastica. Certo. Ma più drastico è restare paralizzati mentre la guerra ridisegna confini e alleanze. L’Europa non può essere ostaggio dell’ostruzionismo abituale, né trasformare la solidarietà in un optional. La sovranità nazionale è un valore; il sabotaggio sistematico, no.

Qualcuno, con spirito cinematografico, ha evocato la battuta di Spirit – Stallion of the Cimarron: “Ti domerò con le buone o con le cattive”. Ecco, l’Unione non deve domare nessuno, ma ricordare che i trattati non sono un menù à la carte. O si condividono regole e responsabilità, oppure si resta soli, liberi, sì, ma fuori dal tavolo dove si decide.

Abolire il veto non è un atto contro qualcuno. È un atto a favore dell’Europa adulta. Perché l’Unione non può continuare a parlare al mondo con ventisette voci e un silenziatore.

E se proprio qualcuno insiste a confondere la solidarietà con il ricatto, forse è tempo di ricordargli che l’Europa è una comunità di destino. Non un taxi: non si può scendere ogni volta che la corsa non piace.

Giuseppe Arnò

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Scheletri in armadio ed Europa in emancipazione https://lagazzetta-online.com/scheletri-in-armadio-ed-europa-in-emancipazione/ https://lagazzetta-online.com/scheletri-in-armadio-ed-europa-in-emancipazione/#respond Sat, 21 Feb 2026 21:06:36 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18926 Dalla telenovela Epstein ai dazi di Trump, tra polemiche infinite e medaglie d’oro: il Vecchio Continente prova a camminare con le proprie gambe. C’è un proverbio napoletano che dice: “Fa ’e nu pilo ’na trave”. Traduzione simultanea: fare di un pelo una trave. Gli inglesi, più asciutti, liquidano la faccenda con un to make a fuss about nothing. Noi, più teatrali, preferiamo la saga a puntate. Il caso Jeffrey Epstein, l’armadio della vergogna per eccellenza, è diventato una serie televisiva senza fine. Se negli archivi del defunto vi sono reati, la giustizia faccia il suo mestiere: la responsabilità penale è personale, si persegua il colpevole e si chiuda il sipario. Moralmente? Se un soggetto macchia un’istituzione, l’istituzione lo espelle. Punto. Il resto è sceneggiatura. Ma no. Si preferisce la nenia quotidiana, il colpo di scena, il nome altisonante che spunta come fungo dopo la pioggia. C’è chi si indigna, chi si appassiona, chi monetizza. Intanto il mondo gira e, distratti dagli armadi altrui, rischiamo di inciampare nei mobili di casa nostra. Oltreoceano, per esempio, un incollerito Donald Trump non l’ha presa bene con la Corte Suprema degli Stati Uniti che ha bocciato i suoi dazi. E quando il presidente è imprevedibile in tempi normali, figuriamoci in tempi di sconfitta: rilancia, minaccia, alza tariffe ai Paesi “che hanno derubato l’America per decenni”. L’eco arriva fino a Iran, che non dev’essere il luogo più sereno del pianeta in questo momento. E l’Europa? L’Europa, tra un sopracciglio aggrottato del Pentagono e una nota diplomatica, sta facendo qualcosa che non le si vedeva fare da tempo: si emancipa. Parla di difesa comune, di riarmo “made in Bruxelles”, di autonomia strategica. Non è ancora l’età adulta, ma almeno è l’uscita dall’adolescenza. E si sa: quando un figlio cresce, il genitore finge di sorridere ma controlla il conto in banca. Nel frattempo, in casa nostra, il dibattito resta sport nazionale. Il sottosegretario Alfredo Mantovano contro il magistrato Nicola Gratteri: “Vorrebbe indagare chi dice sì”. Meno male che il voto è segreto. In Italia anche le opinioni finiscono sotto osservazione, ma solo a parole, che da noi sono più affilate dei coltelli e meno pericolose delle forchette. Poi c’è la tristezza che non fa share ma pesa sul cuore: la morte di Domenico, gli avvisi di garanzia ai medici. In questo Paese non c’è pace neppure tra gli ulivi, figurarsi nei corridoi d’ospedale. Per fortuna c’è lo sport, che ogni tanto ci ricorda chi siamo quando smettiamo di litigare. Alle Olimpiadi invernali, nello skicross, doppietta azzurra: Simone Deromedis oro e Flora Tabanelli Tomason argento. Prime medaglie della storia in questa disciplina. Medagliere a quota 30. Lì sì che l’Europa, e l’Italia, sanno emanciparsi: senza polemiche, senza dossier, solo con il cronometro. Infine, una folla silenziosa a Assisi per gli ottocento anni dalla morte di San Francesco d’Assisi. Cinquecentomila persone per il Poverello che scavalca la fede e parla all’uomo. “Mentre proclami la pace con le tue labbra, fa’ attenzione ad averla ancora più pienamente nel tuo cuore.” Forse è qui il punto. Mentre rovistiamo negli armadi altrui e agitiamo travi per un pelo, il mondo chiede maturità. L’Europa prova a trovarla. L’America la cerca a colpi di dazi. Noi italiani la discutiamo in talk show. E intanto San Francesco, da ottocento anni, continua a ricordarci che la pace non si fa con i dossier, né con le tariffe, né con i referendum gridati. Si fa con un cuore un po’ più leggero e una lingua un po’ meno lunga. Il resto è telenovela. E le telenovele, si sa, non emancipano nessuno. Giuseppe Arnò

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Dalla telenovela Epstein ai dazi di Trump, tra polemiche infinite e medaglie d’oro: il Vecchio Continente prova a camminare con le proprie gambe.

C’è un proverbio napoletano che dice: “Fa ’e nu pilo ’na trave”. Traduzione simultanea: fare di un pelo una trave. Gli inglesi, più asciutti, liquidano la faccenda con un to make a fuss about nothing. Noi, più teatrali, preferiamo la saga a puntate.

Il caso Jeffrey Epstein, l’armadio della vergogna per eccellenza, è diventato una serie televisiva senza fine. Se negli archivi del defunto vi sono reati, la giustizia faccia il suo mestiere: la responsabilità penale è personale, si persegua il colpevole e si chiuda il sipario. Moralmente? Se un soggetto macchia un’istituzione, l’istituzione lo espelle. Punto. Il resto è sceneggiatura.

Ma no. Si preferisce la nenia quotidiana, il colpo di scena, il nome altisonante che spunta come fungo dopo la pioggia. C’è chi si indigna, chi si appassiona, chi monetizza. Intanto il mondo gira e, distratti dagli armadi altrui, rischiamo di inciampare nei mobili di casa nostra.

Oltreoceano, per esempio, un incollerito Donald Trump non l’ha presa bene con la Corte Suprema degli Stati Uniti che ha bocciato i suoi dazi. E quando il presidente è imprevedibile in tempi normali, figuriamoci in tempi di sconfitta: rilancia, minaccia, alza tariffe ai Paesi “che hanno derubato l’America per decenni”. L’eco arriva fino a Iran, che non dev’essere il luogo più sereno del pianeta in questo momento.

E l’Europa? L’Europa, tra un sopracciglio aggrottato del Pentagono e una nota diplomatica, sta facendo qualcosa che non le si vedeva fare da tempo: si emancipa. Parla di difesa comune, di riarmo “made in Bruxelles”, di autonomia strategica. Non è ancora l’età adulta, ma almeno è l’uscita dall’adolescenza. E si sa: quando un figlio cresce, il genitore finge di sorridere ma controlla il conto in banca.

Nel frattempo, in casa nostra, il dibattito resta sport nazionale. Il sottosegretario Alfredo Mantovano contro il magistrato Nicola Gratteri: “Vorrebbe indagare chi dice sì”. Meno male che il voto è segreto. In Italia anche le opinioni finiscono sotto osservazione, ma solo a parole, che da noi sono più affilate dei coltelli e meno pericolose delle forchette.

Poi c’è la tristezza che non fa share ma pesa sul cuore: la morte di Domenico, gli avvisi di garanzia ai medici. In questo Paese non c’è pace neppure tra gli ulivi, figurarsi nei corridoi d’ospedale.

Per fortuna c’è lo sport, che ogni tanto ci ricorda chi siamo quando smettiamo di litigare. Alle Olimpiadi invernali, nello skicross, doppietta azzurra: Simone Deromedis oro e Flora Tabanelli Tomason argento. Prime medaglie della storia in questa disciplina. Medagliere a quota 30. Lì sì che l’Europa, e l’Italia, sanno emanciparsi: senza polemiche, senza dossier, solo con il cronometro.

Infine, una folla silenziosa a Assisi per gli ottocento anni dalla morte di San Francesco d’Assisi. Cinquecentomila persone per il Poverello che scavalca la fede e parla all’uomo. “Mentre proclami la pace con le tue labbra, fa’ attenzione ad averla ancora più pienamente nel tuo cuore.”

Forse è qui il punto. Mentre rovistiamo negli armadi altrui e agitiamo travi per un pelo, il mondo chiede maturità. L’Europa prova a trovarla. L’America la cerca a colpi di dazi. Noi italiani la discutiamo in talk show.

E intanto San Francesco, da ottocento anni, continua a ricordarci che la pace non si fa con i dossier, né con le tariffe, né con i referendum gridati. Si fa con un cuore un po’ più leggero e una lingua un po’ meno lunga.

Il resto è telenovela. E le telenovele, si sa, non emancipano nessuno.

Giuseppe Arnò

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Il mondo in fiamme e il cherubino somigliante https://lagazzetta-online.com/il-mondo-in-fiamme-e-il-cherubino-somigliante/ https://lagazzetta-online.com/il-mondo-in-fiamme-e-il-cherubino-somigliante/#respond Mon, 02 Feb 2026 02:30:51 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18836 Tra cavi sottomarini, guerre ibride e guerriglia urbana, c’è chi scopre la premier Meloni in un affresco: l’arte come distrazione di massa x Se Ian Fleming fosse ancora tra noi, in quest’ultimo decennio non avrebbe avuto bisogno di sforzare la fantasia. Gli sarebbe bastato aprire un giornale. Iran, Gaza, Ucraina, Siria, Sudan, Congo: un catalogo dell’orrore degno di più trilogie di James Bond, senza nemmeno l’intervallo per il tè. E poi i mari del Nord, nuova frontiera del romanzo spionistico, dove le onde non portano solo freddo e merluzzi, ma cavi, dati, infrastrutture critiche e sospetti. Una nave cargo russa, la Sinegorsk, partita da Arkhangelsk, resta per ore immobile sopra i nervi scoperti della comunicazione transatlantica, al largo delle coste britanniche. La Royal Navy vigila, poi accompagna gentilmente l’imbarcazione lontano dalla zona sensibile. Versione ufficiale: maltempo. Versione alternativa, suggerita al Telegraph: nulla di più che una sosta prudente. Versione di Fleming: sabotaggio. E Bond, ovviamente, che sventa tutto, sistema i cavi, salva Sua Maestà e l’Europa, magari senza sgualcire lo smoking. Non è un caso isolato. Nel Baltico, tra Svezia e Danimarca, vengono tagliate sezioni di cavi sottomarini e su quella tratta navigava una nave mercantile cinese, la Yi Peng 3; non è stata incolpata e le indagini sono ancora in corso. Tra russi, cinesi e flotte ombra, il Mare del Nord somiglia sempre meno a un corridoio navigabile e sempre più a un supermercato geopolitico in cui tutto è in offerta, soprattutto i guai. La guerra ibrida non fa rumore, ma se sbagli a distrarti, ti lascia al buio. Qui non si combatte con i carri armati, ma con la disattenzione. E sorridendo. Intanto, mentre la tecnologia sorveglia i fondali oceanici, non sempre arriva nei vicoli delle nostre città. A Torino la guerra si fa ancora a colpi di pugni e spranghe, come nelle periferie peggiori delle metropoli. Poliziotti feriti, danni ingenti, scene da guerriglia urbana. Mettere ordine non è una parola reazionaria: è una necessità civile. E non è mai “troppo tardi”, come ricordava Adenauer. In politica, come nella vita, il tempo per rimediare esiste solo finché si ha il coraggio di farlo. In questo crogiuolo europeo, denso di crisi vere, concrete, misurabili, c’è però chi trova il tempo di fare battute. Battute che poi, come spesso accade, diventano speculazioni. Parliamo del celebre “viso d’angelo”. Non una fiction televisiva, ma un cherubino restaurato in un affresco della Basilica di San Lorenzo in Lucina, che secondo alcuni ricorderebbe il volto della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Da qui, il passo verso il simbolismo politico, il messaggio nascosto, l’allusione celeste, è breve come un tweet. Ora, con tutto il rispetto per l’arte sacra, viene da pensare che Platone avesse ragione: l’arte imita l’apparenza, non la realtà. E soprattutto non governa, non legifera, non risolve crisi internazionali. Se poi vogliamo seguire Pasolini e prendere sul serio solo il non prendere nulla sul serio, allora facciamolo fino in fondo: archiviamo guerre, cavi tagliati e città in subbuglio, e concentriamoci sugli affreschi. Finiremo tutti, finalmente, a tarallucci e vino. Evviva. Ma Montanelli, probabilmente, avrebbe chiuso così: mentre il mondo chiede serietà, noi ci consoliamo con le somiglianze. È più facile riconoscere un volto in un cherubino che guardare in faccia la realtà. E infatti continuiamo a confondere l’arte con la politica. Con l’aggravante che l’arte, almeno, non promette nulla. Giuseppe Arnò

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Tra cavi sottomarini, guerre ibride e guerriglia urbana, c’è chi scopre la premier Meloni in un affresco: l’arte come distrazione di massa

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Se Ian Fleming fosse ancora tra noi, in quest’ultimo decennio non avrebbe avuto bisogno di sforzare la fantasia. Gli sarebbe bastato aprire un giornale. Iran, Gaza, Ucraina, Siria, Sudan, Congo: un catalogo dell’orrore degno di più trilogie di James Bond, senza nemmeno l’intervallo per il tè. E poi i mari del Nord, nuova frontiera del romanzo spionistico, dove le onde non portano solo freddo e merluzzi, ma cavi, dati, infrastrutture critiche e sospetti.

Una nave cargo russa, la Sinegorsk, partita da Arkhangelsk, resta per ore immobile sopra i nervi scoperti della comunicazione transatlantica, al largo delle coste britanniche. La Royal Navy vigila, poi accompagna gentilmente l’imbarcazione lontano dalla zona sensibile. Versione ufficiale: maltempo. Versione alternativa, suggerita al Telegraph: nulla di più che una sosta prudente. Versione di Fleming: sabotaggio. E Bond, ovviamente, che sventa tutto, sistema i cavi, salva Sua Maestà e l’Europa, magari senza sgualcire lo smoking.

Non è un caso isolato. Nel Baltico, tra Svezia e Danimarca, vengono tagliate sezioni di cavi sottomarini e su quella tratta navigava una nave mercantile cinese, la Yi Peng 3; non è stata incolpata e le indagini sono ancora in corso. Tra russi, cinesi e flotte ombra, il Mare del Nord somiglia sempre meno a un corridoio navigabile e sempre più a un supermercato geopolitico in cui tutto è in offerta, soprattutto i guai. La guerra ibrida non fa rumore, ma se sbagli a distrarti, ti lascia al buio. Qui non si combatte con i carri armati, ma con la disattenzione. E sorridendo.

Intanto, mentre la tecnologia sorveglia i fondali oceanici, non sempre arriva nei vicoli delle nostre città. A Torino la guerra si fa ancora a colpi di pugni e spranghe, come nelle periferie peggiori delle metropoli. Poliziotti feriti, danni ingenti, scene da guerriglia urbana. Mettere ordine non è una parola reazionaria: è una necessità civile. E non è mai “troppo tardi”, come ricordava Adenauer. In politica, come nella vita, il tempo per rimediare esiste solo finché si ha il coraggio di farlo.

In questo crogiuolo europeo, denso di crisi vere, concrete, misurabili, c’è però chi trova il tempo di fare battute. Battute che poi, come spesso accade, diventano speculazioni. Parliamo del celebre “viso d’angelo”. Non una fiction televisiva, ma un cherubino restaurato in un affresco della Basilica di San Lorenzo in Lucina, che secondo alcuni ricorderebbe il volto della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Da qui, il passo verso il simbolismo politico, il messaggio nascosto, l’allusione celeste, è breve come un tweet.

Ora, con tutto il rispetto per l’arte sacra, viene da pensare che Platone avesse ragione: l’arte imita l’apparenza, non la realtà. E soprattutto non governa, non legifera, non risolve crisi internazionali. Se poi vogliamo seguire Pasolini e prendere sul serio solo il non prendere nulla sul serio, allora facciamolo fino in fondo: archiviamo guerre, cavi tagliati e città in subbuglio, e concentriamoci sugli affreschi. Finiremo tutti, finalmente, a tarallucci e vino. Evviva.

Ma Montanelli, probabilmente, avrebbe chiuso così:
mentre il mondo chiede serietà, noi ci consoliamo con le somiglianze. È più facile riconoscere un volto in un cherubino che guardare in faccia la realtà. E infatti continuiamo a confondere l’arte con la politica. Con l’aggravante che l’arte, almeno, non promette nulla.

Giuseppe Arnò

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La Groenlandia nel mirino: Trump gioca a Risiko con il Polo Nord https://lagazzetta-online.com/la-groenlandia-nel-mirino-trump-gioca-a-risiko-con-il-polo-nord/ https://lagazzetta-online.com/la-groenlandia-nel-mirino-trump-gioca-a-risiko-con-il-polo-nord/#respond Thu, 15 Jan 2026 22:20:00 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18730     Tra bluff, minacce e soldatini di latta, l’Artico diventa il nuovo tavolo da poker della geopoliticaa  globale C´è chi conquista territori con le guerre e chi con gli annunci. Donald Trump appartiene alla seconda categoria: quella degli uomini che prima parlano, poi twittano e solo alla fine, forse, agiscono. La Groenlandia, enorme, gelida e apparentemente inutile come una stufa al Polo Nord, è tornata improvvisamente al centro del mondo perché il Tycoon ha deciso che gli serve. O meglio: che deve servirgli. La tesi è semplice, come tutte le tesi trumpiane: se non se la prendono gli Stati Uniti, se la prenderanno Russia e Cina. Dunque, per evitare che altri la occupino, la occuperà lui. Un sillogismo impeccabile, degno di un trattato di logica applicata alle vendite immobiliari: compro io, così non compra nessun altro. Bluff o minaccia reale? Qui, più che un analista strategico, servirebbe una zingara con la sfera di cristallo. C’è chi sostiene che Trump stia solo alzando la voce per costringere l’Europa a occuparsi seriamente dei mari del Nord, smettendola di delegare tutto a Washington. Altri, più pessimisti, o più realisti, ritengono invece che faccia esattamente quello che dice, come ha sempre fatto, anche quando sembrava impossibile. Il problema, nel secondo caso, è che l’impossibile diventerebbe realtà: un Paese NATO contro un altro Paese alleato. Uno scenario che fino a ieri apparteneva alla fantapolitica e oggi bussa educatamente alla porta. Il risultato? La fine della NATO per come la conosciamo, uno sconquasso dell’architettura di sicurezza europea e una scelta tragica: mandar via le truppe e le armi americane dal continente, rinunciando alla copertura nucleare non strategica, oppure ingoiare il rospo e fare finta di niente. Trump questo lo sa benissimo. E infatti alza la posta. Minaccia, avvisa, promette occupazioni “alla sua maniera”, cioè senza troppi complimenti alle norme internazionali, che per lui restano un optional, come il tettuccio panoramico o la tinta metallizzata: belli, costosi, ma tranquillamente sacrificabili quando si corre. L’Europa, dal canto suo, risponde con la solennità dei gesti simbolici: piccoli contingenti militari inviati in Groenlandia da Francia, Germania, Danimarca. Cento, duecento, trecento soldati. Una parata più che una difesa. “Sembra l’inizio di una barzelletta”, ha chiosato il ministro Guido Crosetto. E, come in tutte le barzellette riuscite, la battuta finale è arrivata subito: da Washington hanno fatto sapere che la presenza europea non cambierà di una virgola le decisioni del Tycoon. Intanto, mentre noi contiamo i soldatini, la Russia ricostruisce basi artiche, protegge la sua flotta di sottomarini nucleari e guarda con interesse alla futura rotta marittima del Nord, scorciatoia strategica tra Europa e Asia. Mosca è tornata anche nell’Atlantico del Nord, attraversando di nuovo gli stretti che collegano i mari artici all’oceano. Ma qui nasce il dubbio: chi dice il vero? L’intelligence americana o quella dei Paesi baltici, che giurano di non vedere nulla? In ogni caso, Putin a quelle latitudini resta impassibile. Il freddo lo conosce, le minacce meno. Trump, invece, gioca la sua partita. Forse bluffa, forse no. Forse vuole solo dimostrare che, nel grande casinò globale, è ancora lui a distribuire le carte. Chi vivrà vedrà. Per il resto, cronaca da osteria. Se non fosse per le parole del presidente Mattarella, “l’Iran censura la stampa per sterminare i manifestanti”, oggi nessuno scriverebbe una riga sulle stragi in Persia. Il mondo guarda al ghiaccio della Groenlandia e ignora il sangue che scorre altrove. Ma si sa: il gelo fa notizia, il caldo no. E mentre ci interroghiamo se Trump stia bluffando, rischiamo di non accorgerci che la partita, quella vera, è già iniziata. E noi siamo ancora lì, a discutere se il mazzo sia truccato. Giuseppe Arnò

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Tra bluff, minacce e soldatini di latta, l’Artico diventa il nuovo tavolo da poker della geopoliticaa  globale

C´è chi conquista territori con le guerre e chi con gli annunci. Donald Trump appartiene alla seconda categoria: quella degli uomini che prima parlano, poi twittano e solo alla fine, forse, agiscono. La Groenlandia, enorme, gelida e apparentemente inutile come una stufa al Polo Nord, è tornata improvvisamente al centro del mondo perché il Tycoon ha deciso che gli serve. O meglio: che deve servirgli.

La tesi è semplice, come tutte le tesi trumpiane: se non se la prendono gli Stati Uniti, se la prenderanno Russia e Cina. Dunque, per evitare che altri la occupino, la occuperà lui. Un sillogismo impeccabile, degno di un trattato di logica applicata alle vendite immobiliari: compro io, così non compra nessun altro.

Bluff o minaccia reale? Qui, più che un analista strategico, servirebbe una zingara con la sfera di cristallo. C’è chi sostiene che Trump stia solo alzando la voce per costringere l’Europa a occuparsi seriamente dei mari del Nord, smettendola di delegare tutto a Washington. Altri, più pessimisti, o più realisti, ritengono invece che faccia esattamente quello che dice, come ha sempre fatto, anche quando sembrava impossibile.

Il problema, nel secondo caso, è che l’impossibile diventerebbe realtà: un Paese NATO contro un altro Paese alleato. Uno scenario che fino a ieri apparteneva alla fantapolitica e oggi bussa educatamente alla porta. Il risultato? La fine della NATO per come la conosciamo, uno sconquasso dell’architettura di sicurezza europea e una scelta tragica: mandar via le truppe e le armi americane dal continente, rinunciando alla copertura nucleare non strategica, oppure ingoiare il rospo e fare finta di niente.

Trump questo lo sa benissimo. E infatti alza la posta. Minaccia, avvisa, promette occupazioni “alla sua maniera”, cioè senza troppi complimenti alle norme internazionali, che per lui restano un optional, come il tettuccio panoramico o la tinta metallizzata: belli, costosi, ma tranquillamente sacrificabili quando si corre.

L’Europa, dal canto suo, risponde con la solennità dei gesti simbolici: piccoli contingenti militari inviati in Groenlandia da Francia, Germania, Danimarca. Cento, duecento, trecento soldati. Una parata più che una difesa. “Sembra l’inizio di una barzelletta”, ha chiosato il ministro Guido Crosetto. E, come in tutte le barzellette riuscite, la battuta finale è arrivata subito: da Washington hanno fatto sapere che la presenza europea non cambierà di una virgola le decisioni del Tycoon.

Intanto, mentre noi contiamo i soldatini, la Russia ricostruisce basi artiche, protegge la sua flotta di sottomarini nucleari e guarda con interesse alla futura rotta marittima del Nord, scorciatoia strategica tra Europa e Asia. Mosca è tornata anche nell’Atlantico del Nord, attraversando di nuovo gli stretti che collegano i mari artici all’oceano. Ma qui nasce il dubbio: chi dice il vero? L’intelligence americana o quella dei Paesi baltici, che giurano di non vedere nulla? In ogni caso, Putin a quelle latitudini resta impassibile. Il freddo lo conosce, le minacce meno.

Trump, invece, gioca la sua partita. Forse bluffa, forse no. Forse vuole solo dimostrare che, nel grande casinò globale, è ancora lui a distribuire le carte. Chi vivrà vedrà.

Per il resto, cronaca da osteria. Se non fosse per le parole del presidente Mattarella, “l’Iran censura la stampa per sterminare i manifestanti”, oggi nessuno scriverebbe una riga sulle stragi in Persia. Il mondo guarda al ghiaccio della Groenlandia e ignora il sangue che scorre altrove.

Ma si sa: il gelo fa notizia, il caldo no. E mentre ci interroghiamo se Trump stia bluffando, rischiamo di non accorgerci che la partita, quella vera, è già iniziata. E noi siamo ancora lì, a discutere se il mazzo sia truccato.

Giuseppe Arnò

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Chi primo arriva, meglio alloggia https://lagazzetta-online.com/chi-primo-arriva-meglio-alloggia/ https://lagazzetta-online.com/chi-primo-arriva-meglio-alloggia/#comments Sat, 10 Jan 2026 20:34:28 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18695   La Groenlandia, Trump e l’arte brutale della geopolitica   C’è un vecchio detto che avverte: chi arriva tardi si accontenta di ciò che resta, se qualcosa resta. Non va confuso con l’altro, più consolatorio, secondo cui gli ultimi saranno i primi: quello vale per l’aldilà. Qui, sulla Terra, dove il paradiso si compra e l’inferno si conquista, le regole sono meno misericordiose. La Groenlandia, improvvisamente al centro delle mire di Donald Trump, appartiene a questa seconda categoria. Non è un luogo dell’anima, ma un’isola enorme, gelata, strategica, ricca e mal difesa. Un invito a nozze per chi fa geopolitica senza galateo. Trump lo ha detto senza eufemismi, come da tradizione: «Se non facciamo qualcosa per la Groenlandia, lo faranno Russia o Cina. E non accetteremo di avere Russia o Cina come vicini. Se non vogliono farlo in modo semplice, lo faremo in modo duro». Non è diplomazia, è bricolage geopolitico. Ma prima di indignarsi, sarebbe utile ricordare un dettaglio: le regole sono già saltate da tempo. Dal 2014, con la Crimea, il diritto internazionale è diventato un album di ricordi. La legge del più forte ha sostituito il principio di sovranità, la sicurezza nazionale è diventata il passe-partout per tutto, dalle occupazioni militari agli “incidenti” nucleari, fino agli arresti selettivi di presidenti scomodi. Il mondo non è cambiato con Trump: Trump ha solo tolto il tappeto sotto cui si nascondeva la polvere. Nel frattempo l’Europa, indefessa, zelante, irrilevante, si è dedicata a questioni cruciali: la curvatura dei cetrioli, la tassonomia dei vermi commestibili, le emissioni intestinali delle vacche. Peccato che, mentre Bruxelles misurava il respiro delle stalle, nel Baltico succedesse di tutto: cavi sottomarini tranciati, navi ombra, spionaggio industriale, traffici opachi, e un andirivieni russo-cinese degno di un porto franco. E in mezzo a tutto questo, una piccola distrazione: la più grande isola del mondo, territorio autonomo danese, formalmente NATO ed Europa, ma sostanzialmente indifendibile. Cina e Russia la studiano da tempo. L’Europa se n’è accorta ieri. Forse. È vero, l’accordo di pesca UE-Groenlandia 2025-2030 è un bel documento. Rassicurante. Elegante. Ma, come sanno i pescatori veri, chi dorme non piglia pesci. E l’Europa ha russato a lungo. Trump, al contrario, non vuole ritrovarsi Putin o Xi come vicini di casa. Non per amor dell’Europa, sia chiaro, ma per una concezione molto americana della sicurezza: meglio occupare il salotto che difendersi dalla finestra. Da qui la proposta, detta con brutalità ma non senza logica: comprare l’isola, proteggerla, farne un protettorato. O, se necessario, occuparla. Scandalo? Forse. Novità? Affatto. Europa, NATO e Danimarca, messe davanti alla prova dei fatti, non sarebbero in grado di difendere la Groenlandia da una pressione seria russa o cinese. E allora la domanda è una sola, e poco filosofica: meglio Trump oggi o qualcun altro domani? Il mondo nuovo non è elegante, non è gentile, e certamente non è regolamentato. Ma esiste. E Trump, con il suo stile da mercante di bazar globale, lo ha capito prima degli altri. Le eventuali risoluzioni ONU e tutto il contorno sono chiacchiere da salotto riscaldato. In questo nuovo ordine mondiale il diritto arriva sempre dopo i fatti. E quando finalmente arriva, scopre che le stanze migliori sono già occupate. Giuseppe Arnò

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La Groenlandia, Trump e l’arte brutale della geopolitica

 

C’è un vecchio detto che avverte: chi arriva tardi si accontenta di ciò che resta, se qualcosa resta. Non va confuso con l’altro, più consolatorio, secondo cui gli ultimi saranno i primi: quello vale per l’aldilà. Qui, sulla Terra, dove il paradiso si compra e l’inferno si conquista, le regole sono meno misericordiose.

La Groenlandia, improvvisamente al centro delle mire di Donald Trump, appartiene a questa seconda categoria. Non è un luogo dell’anima, ma un’isola enorme, gelata, strategica, ricca e mal difesa. Un invito a nozze per chi fa geopolitica senza galateo.

Trump lo ha detto senza eufemismi, come da tradizione:
«Se non facciamo qualcosa per la Groenlandia, lo faranno Russia o Cina. E non accetteremo di avere Russia o Cina come vicini. Se non vogliono farlo in modo semplice, lo faremo in modo duro».

Non è diplomazia, è bricolage geopolitico. Ma prima di indignarsi, sarebbe utile ricordare un dettaglio: le regole sono già saltate da tempo.

Dal 2014, con la Crimea, il diritto internazionale è diventato un album di ricordi. La legge del più forte ha sostituito il principio di sovranità, la sicurezza nazionale è diventata il passe-partout per tutto, dalle occupazioni militari agli “incidenti” nucleari, fino agli arresti selettivi di presidenti scomodi. Il mondo non è cambiato con Trump: Trump ha solo tolto il tappeto sotto cui si nascondeva la polvere.

Nel frattempo l’Europa, indefessa, zelante, irrilevante, si è dedicata a questioni cruciali: la curvatura dei cetrioli, la tassonomia dei vermi commestibili, le emissioni intestinali delle vacche. Peccato che, mentre Bruxelles misurava il respiro delle stalle, nel Baltico succedesse di tutto: cavi sottomarini tranciati, navi ombra, spionaggio industriale, traffici opachi, e un andirivieni russo-cinese degno di un porto franco.

E in mezzo a tutto questo, una piccola distrazione: la più grande isola del mondo, territorio autonomo danese, formalmente NATO ed Europa, ma sostanzialmente indifendibile. Cina e Russia la studiano da tempo. L’Europa se n’è accorta ieri. Forse.

È vero, l’accordo di pesca UE-Groenlandia 2025-2030 è un bel documento. Rassicurante. Elegante. Ma, come sanno i pescatori veri, chi dorme non piglia pesci. E l’Europa ha russato a lungo.

Trump, al contrario, non vuole ritrovarsi Putin o Xi come vicini di casa. Non per amor dell’Europa, sia chiaro, ma per una concezione molto americana della sicurezza: meglio occupare il salotto che difendersi dalla finestra. Da qui la proposta, detta con brutalità ma non senza logica: comprare l’isola, proteggerla, farne un protettorato. O, se necessario, occuparla.

Scandalo? Forse. Novità? Affatto.

Europa, NATO e Danimarca, messe davanti alla prova dei fatti, non sarebbero in grado di difendere la Groenlandia da una pressione seria russa o cinese. E allora la domanda è una sola, e poco filosofica: meglio Trump oggi o qualcun altro domani?

Il mondo nuovo non è elegante, non è gentile, e certamente non è regolamentato. Ma esiste. E Trump, con il suo stile da mercante di bazar globale, lo ha capito prima degli altri.

Le eventuali risoluzioni ONU e tutto il contorno sono chiacchiere da salotto riscaldato. In questo nuovo ordine mondiale il diritto arriva sempre dopo i fatti. E quando finalmente arriva, scopre che le stanze migliori sono già occupate.

Giuseppe Arnò

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L’accordo che non voleva nascere https://lagazzetta-online.com/laccordo-che-non-voleva-nascere/ https://lagazzetta-online.com/laccordo-che-non-voleva-nascere/#respond Thu, 18 Dec 2025 22:31:20 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18617   Dal Brasile all’Europa: il trattato UE–Mercosur compie ventisei anni, festeggiati senza firma, tra trattori in marcia e leader in retromarcia.     Dal Brasile si capisce una cosa che in Europa si finge di ignorare: il tempo non è infinito. Solo a Bruxelles scorre al rallentatore, come se ventisei anni fossero il prezzo naturale da pagare per non scontentare nessuno.. Eppure l’accordo UE–Mercosur, più longevo del Ponte sullo Stretto di Messina (che almeno è diventato proverbio), continua a promettere senza mantenere. Quando sembra pronto a dire “sì”, arriva la “Corte dei Conti” dell’agricoltura europea a ricordare che il matrimonio non s’ha da fare, o almeno non così. Il copione è noto: la Commissione accelera, Ursula von der Leyen annuncia la volata finale, mentre Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron si sfilano con la grazia di chi chiede tempo “per le garanzie agli agricoltori”. Traduzione simultanea: l’intesa va bene, purché non faccia male a casa. E siccome a casa il consenso è un animale timido, meglio nutrirlo con cautela. Nel frattempo, la piazza agricola europea ha riscoperto il suo antico mestiere: farsi vedere. Pochi trattori hanno acceso la miccia, poi mille mezzi e diecimila agricoltori hanno puntato Bruxelles. Cartelli, slogan, gas lacrimogeni. La risposta? Patate, barbabietole e uova. Un confronto rustico, quasi bucolico, che fa rimpiangere la civiltà delle molotov: almeno quelle non sporcano le strade di tuberi. A pochi passi, i leader dei Ventisette discutevano di futuro, mentre il presente bussava con le ruote chiodate. Il nodo, naturalmente, è sempre lo stesso: la concorrenza. L’accordo con i Paesi del Mercosur (Brasile, Argentina, Paraguay, Uruguay e Bolivia) promette importazioni agricole a prezzi più bassi. Per l’agricoltore europeo, però, “più basso” non è un avverbio: è una minaccia. La concorrenza viene definita “sleale” perché prodotta con standard ambientali e sanitari diversi. È l’eterna dialettica europea: aprire i mercati chiedendo al mondo di diventare Europa, ma senza rinunciare ai privilegi dell’essere Europa. Da qui le richieste: revisione profonda della PAC, nuovi sostegni al reddito, assicurazioni contro le tempeste del mercato globale, e una grande Conferenza europea dell’agricoltura per disegnare una strategia di lungo periodo. L’Europa ama le conferenze: sono il luogo ideale dove il lungo periodo resta lungo e la strategia rimane disegnata. Dal lato brasiliano, l’impazienza non è una posa ma una necessità. Lula, che conosce il valore del tempo perché ne ha già perso parecchio, ha reagito come reagiscono i presidenti che non hanno intenzione di fare da comparsa: “Se non lo facciamo ora, il Brasile non firmerà più finché sarò presidente”. Scadenza 2026. Il Mercosur, per Brasilia, non è un esercizio di stile ma una leva geopolitica. E l’Europa, se indugia, rischia di scoprire che il mondo non aspetta il suo parere. Ursula von der Leyen, prima del rinvio a gennaio, sperava nella firma a Foz do Iguaçu, sabato, luogo simbolico dove le acque si incontrano con fragore. Sarebbe un’immagine perfetta: l’Europa che decide finalmente di attraversare il ponte, non quello sullo Stretto, ma quello commerciale, verso l’America del Sud. Sarà difficile? Probabile. Impossibile? Non necessariamente. A patto di accettare che l’accordo non è un atto di purezza, ma un compromesso. E che il compromesso, in Europa, è l’unica ideologia rimasta. C’è poi il dettaglio che nessuno ama confessare: l’UE–Mercosur non è solo un trattato agricolo. È una scelta di campo in un mondo che si riorganizza a colpi di dazi, sussidi e alleanze. Rinviare significa scegliere, anche quando si finge il contrario. E scegliere il rinvio equivale spesso a lasciare che altri decidano. Forse la chiave sta in un vecchio adagio, di quelli che spiegano più dei documenti ufficiali: il mondo procede per mezzo del malinteso. È grazie al malinteso universale che ci si mette d’accordo; perché se, per sventura, ci si comprendesse davvero, non ci si accorderebbe mai. L’Europa, maestra nel non capirsi, ha quindi una chance storica. Finale. Se l’accordo nascerà, sarà figlio di un equivoco ben riuscito: l’agricoltore convinto di essere protetto, il politico persuaso di aver vinto, il partner sudamericano certo di aver ottenuto l’accesso. Se non nascerà, resterà un altro monumento nazionale all’intenzione, accanto al Ponte sullo Stretto. Con una differenza: il ponte, almeno, nessuno lo mangia. Il trattato sì. E fa indigestione a tutti.

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Dal Brasile all’Europa: il trattato UE–Mercosur compie ventisei anni, festeggiati senza firma, tra trattori in marcia e leader in retromarcia.

 

 

Dal Brasile si capisce una cosa che in Europa si finge di ignorare: il tempo non è infinito. Solo a Bruxelles scorre al rallentatore, come se ventisei anni fossero il prezzo naturale da pagare per non scontentare nessuno.. Eppure l’accordo UE–Mercosur, più longevo del Ponte sullo Stretto di Messina (che almeno è diventato proverbio), continua a promettere senza mantenere. Quando sembra pronto a dire “sì”, arriva la “Corte dei Conti” dell’agricoltura europea a ricordare che il matrimonio non s’ha da fare, o almeno non così.
Il copione è noto: la Commissione accelera, Ursula von der Leyen annuncia la volata finale, mentre Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron si sfilano con la grazia di chi chiede tempo “per le garanzie agli agricoltori”. Traduzione simultanea: l’intesa va bene, purché non faccia male a casa. E siccome a casa il consenso è un animale timido, meglio nutrirlo con cautela.
Nel frattempo, la piazza agricola europea ha riscoperto il suo antico mestiere: farsi vedere. Pochi trattori hanno acceso la miccia, poi mille mezzi e diecimila agricoltori hanno puntato Bruxelles. Cartelli, slogan, gas lacrimogeni. La risposta? Patate, barbabietole e uova. Un confronto rustico, quasi bucolico, che fa rimpiangere la civiltà delle molotov: almeno quelle non sporcano le strade di tuberi. A pochi passi, i leader dei Ventisette discutevano di futuro, mentre il presente bussava con le ruote chiodate.
Il nodo, naturalmente, è sempre lo stesso: la concorrenza. L’accordo con i Paesi del Mercosur (Brasile, Argentina, Paraguay, Uruguay e Bolivia) promette importazioni agricole a prezzi più bassi. Per l’agricoltore europeo, però, “più basso” non è un avverbio: è una minaccia. La concorrenza viene definita “sleale” perché prodotta con standard ambientali e sanitari diversi. È l’eterna dialettica europea: aprire i mercati chiedendo al mondo di diventare Europa, ma senza rinunciare ai privilegi dell’essere Europa.
Da qui le richieste: revisione profonda della PAC, nuovi sostegni al reddito, assicurazioni contro le tempeste del mercato globale, e una grande Conferenza europea dell’agricoltura per disegnare una strategia di lungo periodo. L’Europa ama le conferenze: sono il luogo ideale dove il lungo periodo resta lungo e la strategia rimane disegnata.
Dal lato brasiliano, l’impazienza non è una posa ma una necessità. Lula, che conosce il valore del tempo perché ne ha già perso parecchio, ha reagito come reagiscono i presidenti che non hanno intenzione di fare da comparsa: “Se non lo facciamo ora, il Brasile non firmerà più finché sarò presidente”. Scadenza 2026. Il Mercosur, per Brasilia, non è un esercizio di stile ma una leva geopolitica. E l’Europa, se indugia, rischia di scoprire che il mondo non aspetta il suo parere.
Ursula von der Leyen, prima del rinvio a gennaio, sperava nella firma a Foz do Iguaçu, sabato, luogo simbolico dove le acque si incontrano con fragore. Sarebbe un’immagine perfetta: l’Europa che decide finalmente di attraversare il ponte, non quello sullo Stretto, ma quello commerciale, verso l’America del Sud. Sarà difficile? Probabile. Impossibile? Non necessariamente. A patto di accettare che l’accordo non è un atto di purezza, ma un compromesso. E che il compromesso, in Europa, è l’unica ideologia rimasta.
C’è poi il dettaglio che nessuno ama confessare: l’UE–Mercosur non è solo un trattato agricolo. È una scelta di campo in un mondo che si riorganizza a colpi di dazi, sussidi e alleanze. Rinviare significa scegliere, anche quando si finge il contrario. E scegliere il rinvio equivale spesso a lasciare che altri decidano.
Forse la chiave sta in un vecchio adagio, di quelli che spiegano più dei documenti ufficiali: il mondo procede per mezzo del malinteso. È grazie al malinteso universale che ci si mette d’accordo; perché se, per sventura, ci si comprendesse davvero, non ci si accorderebbe mai. L’Europa, maestra nel non capirsi, ha quindi una chance storica.
Finale. Se l’accordo nascerà, sarà figlio di un equivoco ben riuscito: l’agricoltore convinto di essere protetto, il politico persuaso di aver vinto, il partner sudamericano certo di aver ottenuto l’accesso. Se non nascerà, resterà un altro monumento nazionale all’intenzione, accanto al Ponte sullo Stretto. Con una differenza: il ponte, almeno, nessuno lo mangia. Il trattato sì. E fa indigestione a tutti.

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