Interviste Archives - Rivista La Gazzetta https://lagazzetta-online.com/category/interviste/ Portale di Notizie Sat, 31 Jan 2026 04:02:16 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9 https://lagazzetta-online.com/wp-content/uploads/2021/10/logo-1-150x90.png Interviste Archives - Rivista La Gazzetta https://lagazzetta-online.com/category/interviste/ 32 32 Giacomo Gabellini in intervista https://lagazzetta-online.com/giacomo-gabellini-in-intervista/ https://lagazzetta-online.com/giacomo-gabellini-in-intervista/#respond Sat, 31 Jan 2026 04:02:16 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18823 In un libro di Giacomo Gabellini l’indagine su Israele dalle “fragili fondamenta”   Verona – Sala superiore del Liston 12, in piazza Bra, gremita per la presentazione del libro “Scricchiolìo. Le fragili fondamenta di Israele” (Il Cerchio, Rimini, 2025) di Giacomo Gabellini (1985, saggista e ricercatore indipendente, già autore di vari volumi e collaboratore di testate italiane e straniere riguardo a geopolitica ed economia, con particolari analisi delle dinamiche globali di potere). L’incontro è stato introdotto dall’on. Vito Comencini di Popolo Veneto, con successivi contributi di Palmarino Zoccatelli (presidente dell’Associazione culturale Veneto-Russia) e del consigliere regionale Davide Lovat (del Gruppo consiliare Szumski Resistere Veneto). Presente in sala anche il tradizionalista cattolico e legittimista storico Maurizio Ruggiero. Prima della sua disamina pubblica, Giacomo Gabellini s’è prestato a rispondere ad un paio di domande.    – Su cosa verte questo suo lavoro?  «Ho scritto questo libro con l’intenzione di mettere in luce come i problemi che Israele sta affrontando nascano sì dalla politica estera ma affondino le radici in ottant’anni di storia molto particolare. E, quindi, abbiano anche una natura interna, dinamiche tra vari gruppi sociali che da collaborative, per un certo periodo di tempo, sono diventate sempre più conflittuali. Trasformando un Paese relativamente coeso in una società profondamente tribalizzata. Questa condizione, combinandosi con le sollecitazioni esterne (conflitti, in particolare dopo il 7 ottobre 2023), secondo me, s’oppongono all’esistenza stessa dello Stato, a rischio».  – Nel libro tratta anche della vicenda israelo-palestinese, della Striscia di Gaza ecc. Cosa pensa di quello che sta pianificando il presidente americano Trump?  «È difficile capire cosa Trump voglia fare di preciso. Per un verso, c’è chi crede sia una pedina di fatto, uno dei tanti presidenti manipolati dall’israelo-lobby statunitense. Alcuni ritengono, invece, che stia cercando di ricavarsi margini di manovra maggiori, perché comunque soddisfare le esigenze d’Israele significa anche inimicarsi i favori di tutte le altre nazioni della regione che hanno una rilevanza anche economica per gli Stati Uniti. Perciò, sono convinto che cercherà di tenere in equilibrio le due sponde per trovare una soluzione che possa soddisfare non tanto i palestinesi che sono, purtroppo, un oggetto e non un soggetto storico in questo momento, quanto Paesi come la Turchia, l’Arabia Saudita, il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti. Con l’Iran vedremo cosa succederà, ma, a mio parere, è un attore di cui si dovrà tenere conto».    Tra molto altro, nel corso della sua esposizione, Gabellini ha voluto sottolineare un concetto-base. «È significativo che il sionismo nasceva come progetto eminentemente laico, anzi, quasi antiebraico. Nel senso che David Ben Gurion era dichiaratamente ateo come molti dei laburisti padri fondatori d’Israele. Però, tutti capivano che la valorizzazione della cultura e della religione ebraiche doveva assumere il ruolo di collante per tenere insieme queste popolazioni, queste persone dalle esperienze di vita diverse, culture diverse, lingue diverse. Perciò, avevano elaborato un rapporto di stretta collaborazione col rabbinato, un rabbinato che, inizialmente, vedeva con molta diffidenza il sionismo, un po’ perché il sionismo era laico quasi ateo. Si pensi al padre fondatore del sionismo, Theodor Herzl, sostenitore del fatto che la necessità di dare una Patria agli ebrei non doveva per forza coincidere con la Palestina. Poteva essere trovata altrove. In Uganda (che poi non è l’Uganda ma un’altra zona dell’Africa), in Madagascar, in Argentina. Furono sondate diverse possibilità. Poi, era prevalsa quell’ala più religiosa che faceva capo agli ebrei russi, al consiglio sionista mondiale dalla componente russa che diceva “no, bisogna ricongiungersi alla nostra terra d’origine”, quindi la Palestina».             Servizio e foto di Claudio Beccalossi

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In un libro di Giacomo Gabellini l’indagine su Israele dalle “fragili fondamenta”

 

Verona – Sala superiore del Liston 12, in piazza Bra, gremita per la presentazione del libro “Scricchiolìo. Le fragili fondamenta di Israele” (Il Cerchio, Rimini, 2025) di Giacomo Gabellini (1985, saggista e ricercatore indipendente, già autore di vari volumi e collaboratore di testate italiane e straniere riguardo a geopolitica ed economia, con particolari analisi delle dinamiche globali di potere).

L’incontro è stato introdotto dall’on. Vito Comencini di Popolo Veneto, con successivi contributi di Palmarino Zoccatelli (presidente dell’Associazione culturale Veneto-Russia) e del consigliere regionale Davide Lovat (del Gruppo consiliare Szumski Resistere Veneto). Presente in sala anche il tradizionalista cattolico e legittimista storico Maurizio Ruggiero.

Prima della sua disamina pubblica, Giacomo Gabellini s’è prestato a rispondere ad un paio di domande.

   – Su cosa verte questo suo lavoro?

 «Ho scritto questo libro con l’intenzione di mettere in luce come i problemi che Israele sta affrontando nascano sì dalla politica estera ma affondino le radici in ottant’anni di storia molto particolare. E, quindi, abbiano anche una natura interna, dinamiche tra vari gruppi sociali che da collaborative, per un certo periodo di tempo, sono diventate sempre più conflittuali. Trasformando un Paese relativamente coeso in una società profondamente tribalizzata. Questa condizione, combinandosi con le sollecitazioni esterne (conflitti, in particolare dopo il 7 ottobre 2023), secondo me, s’oppongono all’esistenza stessa dello Stato, a rischio».

 – Nel libro tratta anche della vicenda israelo-palestinese, della Striscia di Gaza ecc. Cosa pensa di quello che sta pianificando il presidente americano Trump?

 «È difficile capire cosa Trump voglia fare di preciso. Per un verso, c’è chi crede sia una pedina di fatto, uno dei tanti presidenti manipolati dall’israelo-lobby statunitense. Alcuni ritengono, invece, che stia cercando di ricavarsi margini di manovra maggiori, perché comunque soddisfare le esigenze d’Israele significa anche inimicarsi i favori di tutte le altre nazioni della regione che hanno una rilevanza anche economica per gli Stati Uniti. Perciò, sono convinto che cercherà di tenere in equilibrio le due sponde per trovare una soluzione che possa soddisfare non tanto i palestinesi che sono, purtroppo, un oggetto e non un soggetto storico in questo momento, quanto Paesi come la Turchia, l’Arabia Saudita, il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti. Con l’Iran vedremo cosa succederà, ma, a mio parere, è un attore di cui si dovrà tenere conto».

   Tra molto altro, nel corso della sua esposizione, Gabellini ha voluto sottolineare un concetto-base.

«È significativo che il sionismo nasceva come progetto eminentemente laico, anzi, quasi antiebraico. Nel senso che David Ben Gurion era dichiaratamente ateo come molti dei laburisti padri fondatori d’Israele. Però, tutti capivano che la valorizzazione della cultura e della religione ebraiche doveva assumere il ruolo di collante per tenere insieme queste popolazioni, queste persone dalle esperienze di vita diverse, culture diverse, lingue diverse. Perciò, avevano elaborato un rapporto di stretta collaborazione col rabbinato, un rabbinato che, inizialmente, vedeva con molta diffidenza il sionismo, un po’ perché il sionismo era laico quasi ateo. Si pensi al padre fondatore del sionismo, Theodor Herzl, sostenitore del fatto che la necessità di dare una Patria agli ebrei non doveva per forza coincidere con la Palestina. Poteva essere trovata altrove. In Uganda (che poi non è l’Uganda ma un’altra zona dell’Africa), in Madagascar, in Argentina. Furono sondate diverse possibilità. Poi, era prevalsa quell’ala più religiosa che faceva capo agli ebrei russi, al consiglio sionista mondiale dalla componente russa che diceva “no, bisogna ricongiungersi alla nostra terra d’origine”, quindi la Palestina».

 

L’on. Vito Comencini introduce la presentazione del libro

 

Palmarino Zoccatelli

 

Excursus di Giacomo Gabellini

 

Intervento di Davide Lovat

 

 

Servizio e foto di

Claudio Beccalossi

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COP30 – Intervista all´Ambasciatore Alessandro Cortese https://lagazzetta-online.com/18469-2/ https://lagazzetta-online.com/18469-2/#respond Fri, 21 Nov 2025 19:33:23 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18469 Intervista all’Ambasciatore d’Italia alla COP30 di Belem Tra ambizioni e realtà: l’Italia alla COP30 A dieci anni dagli Accordi di Parigi, la diplomazia italiana punta su transizione, cooperazione e responsabilità condivisa   L´Ambasciatore Alessandro Cortese (dx.) e Paolo Carlucci   a 1- Ambasciatore, dieci anni dopo Parigi, la COP30 riconosce di fatto che l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro +1,5 °C non è stato raggiunto.Cosa significa questo “fallimento” per la diplomazia internazionale e, in particolare, per l’Europa e l’Italia? È ancora realistico parlare di obiettivi globali condivisi? Premetto che non sono un negoziatore, ma un osservatore privilegiato della Conferenza, per cui non posso addentrarmi nei complessi tecnicismi del negoziato. Effettivamente l’obiettivo di aumento massimo delle temperature di 1,5 gradi entro il 2030 si rivela adesso molto difficilmente raggiungibile. Però non parlerei di un fallimento, nel senso che la diplomazia ambientale multilaterale sta compiendo un grande sforzo, anche tramite le COP, per cercare di rimettere le cose in carreggiata. Si tratta innanzitutto di implementare nel migliore dei modi i tanti e importantissimi impegni che sono stati assunti negli anni. Per esempio sugli investimenti è difficile mantenerli troppo ambiziosi, specie quando un importantissimo partner si è chiamato fuori dagli Accordi di Parigi e dai negoziati di Belém. Effettivamente un insieme di situazioni rende le cose particolarmente difficili, ma non direi che la diplomazia ha fallito o stia fallendo. Quello che propongono i brasiliani — ma vedremo poi cosa scriveranno nei documenti, che non sono ancora circolati — è di rilanciare il processo e di implementare ciò che è stato deciso a Baku lo scorso anno e a Parigi dieci anni fa. È di grande importanza che la COP continui a tenersi ogni anno, perché questo attira l’attenzione dei nostri leader e spinge i Paesi a fare uno sforzo importante, rendendosi anche l’opinione pubblica conto che, se ciò non avviene, il nostro pianeta così come lo conosciamo potrebbe finire male in tempi non lunghissimi. Naturalmente i brasiliani si pongono obiettivi ambiziosi, anche perché hanno una risorsa fondamentale per il futuro del pianeta, che è l’Amazzonia, e che va preservata in tutti i modi, perché è da essa che dipende in buona parte il mantenimento di un clima che non porti agli eccessi climatici estremi che stiamo vivendo. Eventi estremi che in passato avvenivano a distanza di anni, mentre invece oggi avvengono con grandissima frequenza, talvolta a distanza di settimane o mesi in differenti parti del mondo. Siamo tutti ormai consapevoli dell’emergenza climatica e pochi sono i Paesi che non riconoscono questo problema. 2. Uno dei cardini di questa Conferenza è la mobilitazione di 1.300 miliardi di dollari l’anno per i Paesi in via di sviluppo entro il 2035.Secondo lei, il sistema internazionale dispone davvero degli strumenti – politici e finanziari – per rendere credibile un impegno di tale portata? E quale ruolo può giocare l’Italia, anche attraverso la cooperazione e il know-how tecnologico? Guardi, prima dicevo che gli obiettivi spesso sono molto ambiziosi. Ma questo è molto importante perché l’impegno sia maggiore. Ad esempio, dai 1.300 miliardi discussi a Baku, alla fine del negoziato si è arrivati a 300 miliardi, che peraltro è cifra di tutto rispetto. Poi è importante monitorare l’effettiva attuazione degli impegni da parte della membership. Non è facile né scontato. Da parte brasiliana — e questo è condivisibile — è importante anche individuare modalità originali per reperire risorse, attraverso partenariati pubblico-privati, il coinvolgimento più proattivo delle banche di sviluppo, ecc. Per esempio, presso il Padiglione italiano alla COP, si è tenuto a inizio settimana un evento realizzato da Enel, dove è stato illustrato come l’azienda investa nelle energie rinnovabili e alternative in Brasile. Anche Cassa Depositi e Prestiti, in un evento che si è tenuto nei giorni scorsi qui a Belém, sempre nel Padiglione italiano, ha indicato di aver messo a disposizione risorse importanti per finanziare progetti nel settore in varie parti del mondo. Chiaramente, con le risorse che possono essere allocate da uno Stato si crea una massa critica mirata. Questo richiede anche lavoro da parte dei governi per assicurarsi che vi sia coerenza nella loro attuazione. L’Italia a Belém possiamo dire che è in prima fila come partecipazione di alto livello: la presenza — non scontata — del nostro Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Esteri Tajani al Vertice dei Leader in apertura, e adesso con il Ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin, che sta seguendo passo passo, come nelle precedenti edizioni, i negoziati sul documento finale. Posso dire che la voce dell’Italia qui è abbastanza ascoltata, e non solo in seno all’Unione Europea: nei giorni scorsi, ad esempio, il Ministro Pichetto Fratin ha firmato un Memorandum d’intenti in materia ambientale con la Ministra dell’Ambiente del Brasile, Marina Silva. 3. Il Brasile, Paese ospitante, ha impostato la COP30 su sei pilastri che intrecciano ambiente, sviluppo umano e finanza verde.Come si inserisce l’Italia in questa visione? Ci sono ambiti in cui il nostro Paese può essere ponte tra Europa e America Latina, soprattutto in materia di energia e biodiversità? Come il Brasile, l’Italia insiste molto sull’importanza dei biocarburanti anche in sede europea, essendo una risorsa non inquinante e alternativa ai combustibili fossili. È molto importante, in materia ambientale come in tanti altri settori, non fare passi indietro. Anche un piccolo passo in avanti ha il suo peso. Credo che il Brasile stia cercando di individuare qui a Belém delle chiavi di lettura originali che consentano di avanzare. 4. L’assenza dei leader delle principali potenze inquinanti – Stati Uniti, Cina, India e Russia – pesa come un macigno.Quanto è difficile negoziare in un contesto in cui mancano i protagonisti decisivi? E cosa può fare la diplomazia europea per evitare che la COP30 si riduca a un forum di buone intenzioni? È vero che qualche Paese è mancato al vertice, ma a mio avviso la partecipazione è stata cospicua: vi erano più di 50 Paesi rappresentati al massimo livello, come l’Italia con il Vicepresidente del Consiglio. Tra quelli che ha citato, la Cina con il Vice Primo Ministro, l’India, la Russia presente ma

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Intervista all’Ambasciatore d’Italia alla COP30 di Belem

Tra ambizioni e realtà: l’Italia alla COP30
A dieci anni dagli Accordi di Parigi, la diplomazia italiana punta su transizione, cooperazione e responsabilità condivisa

 

L´Ambasciatore Alessandro Cortese (dx.) e Paolo Carlucci

 

a

1- Ambasciatore, dieci anni dopo Parigi, la COP30 riconosce di fatto che l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro +1,5 °C non è stato raggiunto.
Cosa significa questo “fallimento” per la diplomazia internazionale e, in particolare, per l’Europa e l’Italia? È ancora realistico parlare di obiettivi globali condivisi?

Premetto che non sono un negoziatore, ma un osservatore privilegiato della Conferenza, per cui non posso addentrarmi nei complessi tecnicismi del negoziato.

Effettivamente l’obiettivo di aumento massimo delle temperature di 1,5 gradi entro il 2030 si rivela adesso molto difficilmente raggiungibile. Però non parlerei di un fallimento, nel senso che la diplomazia ambientale multilaterale sta compiendo un grande sforzo, anche tramite le COP, per cercare di rimettere le cose in carreggiata. Si tratta innanzitutto di implementare nel migliore dei modi i tanti e importantissimi impegni che sono stati assunti negli anni. Per esempio sugli investimenti è difficile mantenerli troppo ambiziosi, specie quando un importantissimo partner si è chiamato fuori dagli Accordi di Parigi e dai negoziati di Belém. Effettivamente un insieme di situazioni rende le cose particolarmente difficili, ma non direi che la diplomazia ha fallito o stia fallendo. Quello che propongono i brasiliani — ma vedremo poi cosa scriveranno nei documenti, che non sono ancora circolati — è di rilanciare il processo e di implementare ciò che è stato deciso a Baku lo scorso anno e a Parigi dieci anni fa.

È di grande importanza che la COP continui a tenersi ogni anno, perché questo attira l’attenzione dei nostri leader e spinge i Paesi a fare uno sforzo importante, rendendosi anche l’opinione pubblica conto che, se ciò non avviene, il nostro pianeta così come lo conosciamo potrebbe finire male in tempi non lunghissimi.

Naturalmente i brasiliani si pongono obiettivi ambiziosi, anche perché hanno una risorsa fondamentale per il futuro del pianeta, che è l’Amazzonia, e che va preservata in tutti i modi, perché è da essa che dipende in buona parte il mantenimento di un clima che non porti agli eccessi climatici estremi che stiamo vivendo. Eventi estremi che in passato avvenivano a distanza di anni, mentre invece oggi avvengono con grandissima frequenza, talvolta a distanza di settimane o mesi in differenti parti del mondo. Siamo tutti ormai consapevoli dell’emergenza climatica e pochi sono i Paesi che non riconoscono questo problema.


2. Uno dei cardini di questa Conferenza è la mobilitazione di 1.300 miliardi di dollari l’anno per i Paesi in via di sviluppo entro il 2035.
Secondo lei, il sistema internazionale dispone davvero degli strumenti – politici e finanziari – per rendere credibile un impegno di tale portata? E quale ruolo può giocare l’Italia, anche attraverso la cooperazione e il know-how tecnologico?

Guardi, prima dicevo che gli obiettivi spesso sono molto ambiziosi. Ma questo è molto importante perché l’impegno sia maggiore. Ad esempio, dai 1.300 miliardi discussi a Baku, alla fine del negoziato si è arrivati a 300 miliardi, che peraltro è cifra di tutto rispetto.

Poi è importante monitorare l’effettiva attuazione degli impegni da parte della membership. Non è facile né scontato.

Da parte brasiliana — e questo è condivisibile — è importante anche individuare modalità originali per reperire risorse, attraverso partenariati pubblico-privati, il coinvolgimento più proattivo delle banche di sviluppo, ecc. Per esempio, presso il Padiglione italiano alla COP, si è tenuto a inizio settimana un evento realizzato da Enel, dove è stato illustrato come l’azienda investa nelle energie rinnovabili e alternative in Brasile. Anche Cassa Depositi e Prestiti, in un evento che si è tenuto nei giorni scorsi qui a Belém, sempre nel Padiglione italiano, ha indicato di aver messo a disposizione risorse importanti per finanziare progetti nel settore in varie parti del mondo. Chiaramente, con le risorse che possono essere allocate da uno Stato si crea una massa critica mirata. Questo richiede anche lavoro da parte dei governi per assicurarsi che vi sia coerenza nella loro attuazione.

L’Italia a Belém possiamo dire che è in prima fila come partecipazione di alto livello: la presenza — non scontata — del nostro Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Esteri Tajani al Vertice dei Leader in apertura, e adesso con il Ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin, che sta seguendo passo passo, come nelle precedenti edizioni, i negoziati sul documento finale.

Posso dire che la voce dell’Italia qui è abbastanza ascoltata, e non solo in seno all’Unione Europea: nei giorni scorsi, ad esempio, il Ministro Pichetto Fratin ha firmato un Memorandum d’intenti in materia ambientale con la Ministra dell’Ambiente del Brasile, Marina Silva.


3. Il Brasile, Paese ospitante, ha impostato la COP30 su sei pilastri che intrecciano ambiente, sviluppo umano e finanza verde.
Come si inserisce l’Italia in questa visione? Ci sono ambiti in cui il nostro Paese può essere ponte tra Europa e America Latina, soprattutto in materia di energia e biodiversità?

Come il Brasile, l’Italia insiste molto sull’importanza dei biocarburanti anche in sede europea, essendo una risorsa non inquinante e alternativa ai combustibili fossili. È molto importante, in materia ambientale come in tanti altri settori, non fare passi indietro. Anche un piccolo passo in avanti ha il suo peso. Credo che il Brasile stia cercando di individuare qui a Belém delle chiavi di lettura originali che consentano di avanzare.


4. L’assenza dei leader delle principali potenze inquinanti – Stati Uniti, Cina, India e Russia – pesa come un macigno.
Quanto è difficile negoziare in un contesto in cui mancano i protagonisti decisivi? E cosa può fare la diplomazia europea per evitare che la COP30 si riduca a un forum di buone intenzioni?

È vero che qualche Paese è mancato al vertice, ma a mio avviso la partecipazione è stata cospicua: vi erano più di 50 Paesi rappresentati al massimo livello, come l’Italia con il Vicepresidente del Consiglio. Tra quelli che ha citato, la Cina con il Vice Primo Ministro, l’India, la Russia presente ma a un livello meno rappresentativo per motivi politici. Certo un partner importantissimo, gli Stati Uniti, è assente. Può capitare che un leader non possa partecipare, ma è più raro che il Paese non partecipi al negoziato. È una scelta politica che va accettata, ma indubbiamente impatta negativamente sulle ambizioni della Conferenza, specie se pensiamo al ruolo primario svolto dagli Stati Uniti negli ultimi decenni.

L’Italia invece sostiene questo processo pienamente e siamo perfettamente consapevoli che il problema è serio e va affrontato: le COP sono servite proprio a questo scopo, ossia mantenere alta l’attenzione e l’impegno del nostro come di altri governi.


5. Le tensioni geopolitiche e la crisi energetica hanno ridisegnato le priorità globali.
In questo quadro, è ancora possibile coniugare crescita economica e sostenibilità? Oppure stiamo assistendo a un ritorno al “realismo energetico”, dove l’emergenza prevale sul clima?

Concordo appieno: ogni Paese ha le sue priorità e le tante crisi degli ultimissimi anni distolgono l’attenzione dal tema dell’ambiente. Sta succedendo proprio questo. Ci sono delle priorità e alcune situazioni che sono obiettivamente comprensibili. Fra l’altro, è uno dei motivi per i quali — ad esempio — la Russia tiene un basso profilo, avendo, per così dire, altre priorità di per sé non politicamente e climaticamente corrette. In questo momento geopolitico, caratterizzato da tanti conflitti, è purtroppo chiaro che molti Paesi hanno altre priorità. E questo è un problema.


6. Infine, Ambasciatore, un bilancio personale: dopo anni di conferenze e vertici, crede che la svolta ecologica sarà frutto di decisioni politiche o di una spinta dal basso, sociale e culturale?
E quale contributo può dare l’Italia nel rendere questa transizione non solo verde, ma anche umana?

Assolutamente sì: direi che questa esigenza sul clima provenga anche dal basso. Se i governi si impegnano fortemente in materia ambientale è certamente dovuto alla consapevolezza che è una questione da affrontare con urgenza, ma anche perché è un tema molto caro all’opinione pubblica di quasi tutti i Paesi del mondo.

Dalla mia esperienza di molti anni devo dire che il multilateralismo, il fatto che le Nazioni lavorino insieme per risolvere un problema che non possono risolvere da sole, è fondamentale. Certo, se la questione è europea, i Paesi europei la risolveranno insieme. Quando però il problema è globale e bisogna mettere insieme circa 200 Paesi, lo sforzo è ben più imponente e necessita anche di una spinta dal basso: dalla popolazione alle ONG, dalla società civile al mondo accademico. Ma, per fortuna, la consapevolezza comune ai quasi 200 Paesi dell’emergenza climatica è importante per il multilateralismo e per i fori internazionali come la COP30.


7. Lei è già stato qui per l’incontro del G20 nell’ottobre 2024 e ora nuovamente per la COP30. Quali sono le sue impressioni sulla città di Belém? L’Italia ha donato per la COP30 al Brasile una piattaforma galleggiante bellissima, che come Pavillon Italia ha ospitato vari eventi promossi dal nostro Paese nel corso dell’evento. Come le è sembrata l’accoglienza da parte delle istituzioni brasiliane e in particolare del Pará e di Belém?

Credo che questa sia la quinta volta che vengo a Belém, la prima volta un anno e mezzo fa per la preparazione del G20 e poi sono tornato durante la prima metà di quest’anno per vedere come procedevano i preparativi per la COP30. Quindi ho visto come era la città prima e come è adesso. Devo dire che ho notato il cambiamento e l’aspetto della città è visibilmente migliorato, anche nelle infrastrutture. Certo, l’impatto per una città come Belém di ricevere 50.000 persone tutte assieme è importante, ma mi sembra che l’impatto sia stato ben sostenuto e che le infrastrutture resteranno.

In questo “nuovo look”, il padiglione acquatico AquaPraça portato dall’Italia, una vera e propria piazza fluttuante sulle acque del fiume, opera architettonica molto importante di un’“archistar”, come si dice adesso, Carlo Ratti — che è anche il direttore della Biennale di Venezia di Architettura, dove questa realizzazione è stata varata in settembre — fa ora la sua bella figura di fronte alla Casa das Onze Janelas, un luogo iconico di Belém. Devo dire che l’effetto è eccezionale e in meno di due settimane ci sono stati più di 25.000 visitatori, mentre numerosissimi sono i side events organizzati dall’Italia durante la COP: in una settimana è già stato visitato da oltre 25.000 visitatori (numero record per qualsiasi museo del Pará). Un grande successo italiano di critica e di pubblico.

L’opera, questo padiglione che è un po’ il fiore all’occhiello della presenza italiana alla COP, sarà donata allo Stato del Pará e proprio ieri ci siamo accordati con la Segretaria alla Cultura, Ursula Vidal: abbiamo definito i termini di questa donazione da parte dell’Italia al termine della COP. Quello che voglio sottolineare è che questa è stata sicuramente una situazione win-win: da un lato lasciamo un’opera d’arte architettonica straordinaria, che ormai fa parte integrante del paesaggio di Belém; dall’altro abbiamo mostrato alle autorità brasiliane quanto teniamo al successo della COP. Quindi ha anche un significato molto importante per i rapporti tra i due Paesi ed è il segno della nostra vicinanza storica al Brasile e a Belém, dove nei secoli abbiamo realizzato opere di architetti italiani, come Landi e Coppedè — quest’ultimo molto caro ai romani — che realizzò la bellissima Basilica di Nossa Senhora de Nazaré, una delle più importanti chiese del Paese.

Insomma, 120 anni dopo Coppedè, Ratti ha lasciato un nuovo legato italiano a Belém con AquaPraça.

Paolo Carlucci

Vice-Presidente  ASIB (Ass.Stampa Italiana in Brasile)

https://stampaitalianainbrasile.com.br/

 Foto: P.Carlucci

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Intervista a Giuseppe Massaro https://lagazzetta-online.com/intervista-a-giuseppe-massaro/ https://lagazzetta-online.com/intervista-a-giuseppe-massaro/#respond Mon, 20 Oct 2025 19:26:13 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18322 Il medico Giuseppe Massaro dedica tanta passione anche alla scrittura e alla saggistica storica Giuseppe Massaro – Pino per i familiari e gli amici – è medico e sessuologo, ma al culmine della sua carriera medica ha avvertito l’esigenza di dedicarsi alla scrittura, alla saggistica storica ma anche alla pubblicazione di una specie di “diario intimo” per liberarsi dei suoi assilli personali di natura psicologica. A tal proposito, il vescovo di Cassano all’Jonio, mons. Francesco Savino, nella postfazione di un lavoro di Massaro, annota:< l’autore è riuscito a scoprire e vivere di fede, a trovare la felicità affrontando e superando tutti gli ostacoli che ha incontrato durante il suo cammino>. Scopriamo di più nel corso di questa intervista. 1-Lei è medico, specialista in patologia generale, sessuologia e ostetricia-ginecologia: come mai si è dedicato alla scrittura con tanta passione?      <Necessità di distrarmi dalla mia materia>. 2-Dalla raccolta di poesie giovanili L’altra faccia, 1989 è passato alla ricerca sulla cultura popolare con Ditt’ e Dittate, 1995 e alla saggistica storica: chi o cosa lo ha spinto a indirizzare il suo interesse letterario in tale direzione?      <Esplorando le mie radici, la mia crescita e la curiosità con piacere di scoprire risvolti importanti>. 3-Il suo recente Ricatto Massaro ricostruisce un episodio legato a un suo antenato nel contesto del brigantaggio nella Sibaritide del 1872; si è ispirato soltanto al caso del suo congiunto o intendeva ricostruire il fenomeno del brigantaggio in Calabria?      <Dalla storia familiare con un’analisi più attenta è venuto fuori anche lo studio del fenomeno brigantaggio in Calabria>. 4-Nel volume Ditt’ e Dittate, che vuole essere un omaggio alla saggezza popolare e alle tradizioni della sua terra, la prefatrice -professoressa Pina Basile- osserva che <l’indagine, si snoda, attraverso percorsi di tradizione scritta e orale, tra fonemi dall’etimo greco, latino, arabo, francese e catalano>. In particolare cosa lo ha spinto a condurre una ricerca sulla tradizione popolare orale?      <Mi ha affascinato la continua scoperta di noi stessi attraverso la meravigliosa mescolanza di genti che dà l’effetto dei nostri usi e costumi piacevoli e interessanti>. 5-Con Diadema della Sibaritide, del 1997, continua le sue ricerche storiche pubblicando la monografia storica su Francavilla Marittima: vuole essere soltanto un omaggio alla sua comunità o vi sono altri motivi?      <Sì, la convinzione che le micro storie fanno la STORIA e in più colpito dallo sforzo, dal sacrificio degli antenati>. 6–Squarci di luce, voglia di cambiare, del 2015, è senza meno un diario intimo che contiene riflessioni, paure, incertezze annotate in un arco di tempo abbastanza ragguardevole. <Giuseppe Massaro si racconta con la prospettiva di liberarsi dalle dipendenze, dagli assilli, dalle ossessioni. Il dottor Massaro -continua Filippo Maria Boscia, professore di Fisiopatologia della riproduzione Umana e Bioetica dell’Università di Bari e Consultore pontificio- racconta la “conflittualità interiore” che a lungo non gli ha dato tregua e che ha cercato di superare dapprima con la psicologia, alla ricerca della fiducia in sé stesso, e poi con la religione sublimandola nell’amore cristiano salvifico>. Condivide l’analisi fatta dal professor Boscia?    <Sì, senz’altro. Il percorso, la condivisione dei lettori, vuole appunto giovare a chi è in difficoltà similare, come anche confermato nella postfazione da S.E. Mons. Savino>.                                                                            Martino Zuccaro    

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Il medico Giuseppe Massaro dedica tanta passione anche alla scrittura e alla saggistica storica

Giuseppe Massaro – Pino per i familiari e gli amici – è medico e sessuologo, ma al culmine della sua carriera medica ha avvertito l’esigenza di dedicarsi alla scrittura, alla saggistica storica ma anche alla pubblicazione di una specie di “diario intimo” per liberarsi dei suoi assilli personali di natura psicologica. A tal proposito, il vescovo di Cassano all’Jonio, mons. Francesco Savino, nella postfazione di un lavoro di Massaro, annota:< l’autore è riuscito a scoprire e vivere di fede, a trovare la felicità affrontando e superando tutti gli ostacoli che ha incontrato durante il suo cammino>.

Scopriamo di più nel corso di questa intervista.

1-Lei è medico, specialista in patologia generale, sessuologia e ostetricia-ginecologia: come mai si è dedicato alla scrittura con tanta passione?

     <Necessità di distrarmi dalla mia materia>.

2-Dalla raccolta di poesie giovanili L’altra faccia, 1989 è passato alla ricerca sulla cultura popolare con Ditt’ e Dittate, 1995 e alla saggistica storica: chi o cosa lo ha spinto a indirizzare il suo interesse letterario in tale direzione?

     <Esplorando le mie radici, la mia crescita e la curiosità con piacere di scoprire risvolti importanti>.

3-Il suo recente Ricatto Massaro ricostruisce un episodio legato a un suo antenato nel contesto del brigantaggio nella Sibaritide del 1872; si è ispirato soltanto al caso del suo congiunto o intendeva ricostruire il fenomeno del brigantaggio in Calabria?

     <Dalla storia familiare con un’analisi più attenta è venuto fuori anche lo studio del fenomeno brigantaggio in Calabria>.

4-Nel volume Ditt’ e Dittate, che vuole essere un omaggio alla saggezza popolare e alle tradizioni della sua terra, la prefatrice -professoressa Pina Basile- osserva che <l’indagine, si snoda, attraverso percorsi di tradizione scritta e orale, tra fonemi dall’etimo greco, latino, arabo, francese e catalano>. In particolare cosa lo ha spinto a condurre una ricerca sulla tradizione popolare orale?

     <Mi ha affascinato la continua scoperta di noi stessi attraverso la meravigliosa mescolanza di genti che dà l’effetto dei nostri usi e costumi piacevoli e interessanti>.

5-Con Diadema della Sibaritide, del 1997, continua le sue ricerche storiche pubblicando la monografia storica su Francavilla Marittima: vuole essere soltanto un omaggio alla sua comunità o vi sono altri motivi?

     <Sì, la convinzione che le micro storie fanno la STORIA e in più colpito dallo sforzo, dal sacrificio degli antenati>.

6Squarci di luce, voglia di cambiare, del 2015, è senza meno un diario intimo che contiene riflessioni, paure, incertezze annotate in un arco di tempo abbastanza ragguardevole. <Giuseppe Massaro si racconta con la prospettiva di liberarsi dalle dipendenze, dagli assilli, dalle ossessioni. Il dottor Massaro -continua Filippo Maria Boscia, professore di Fisiopatologia della riproduzione Umana e Bioetica dell’Università di Bari e Consultore pontificio- racconta la “conflittualità interiore” che a lungo non gli ha dato tregua e che ha cercato di superare dapprima con la psicologia, alla ricerca della fiducia in sé stesso, e poi con la religione sublimandola nell’amore cristiano salvifico>. Condivide l’analisi fatta dal professor Boscia?

   <Sì, senz’altro. Il percorso, la condivisione dei lettori, vuole appunto giovare a chi è in difficoltà similare, come anche confermato nella postfazione da S.E. Mons. Savino>.                                                                           

Martino Zuccaro

 

 

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Intervista amarcord di C. Beccalossi https://lagazzetta-online.com/intervista-amarcord-di-c-beccalossi/ https://lagazzetta-online.com/intervista-amarcord-di-c-beccalossi/#respond Sat, 06 Sep 2025 21:57:36 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=17677     Intervista amarcord   Suora cattolica nella Romania comunista. Condannata a 15 anni di galera come “spia del Vaticano”   Bucarest (Romania), febbraio 1993 – Se, per un miracolo biologico o per una capsula del tempo, fosse ancora viva, ora avrebbe ben 113 anni… Era lei che, in genere, nel passato, s’affacciava all’ingresso della Nunziatura apostolica in Romania per accogliere i visitatori. L’“avamposto” dello Stato del Vaticano a Bucarest, in Str. Pictor Stahi 5/7, s’apriva spesso con il sorriso di suor Chiara, al secolo Ecaterina Laszlo, 81 anni (nel 1993, n.d.a.), nata a Bacău, nella Moldavia romena. Dietro la sua dolce affabilità, però, si nascondeva il peso doloroso di ricordi che, ancora, la facevano piangere.    Certo era penoso frugare nel passato della suora, appartenente all’Istituto della Beata Vergine Maria, vittima d’una persecuzione religiosa particolarmente dura in Romania rispetto ad altri Paesi europei asserviti al comunismo. Era, ed è, importante sapere cosa avvenne allora…    Entrata in convento nel 1929 con voti perpetui dati nel ’40, suor Chiara, dal 4 gennaio 1938 al 19 luglio 1950, aveva sempre prestato servizio presso la nunziatura di Bucarest. E di quel 19 luglio la religiosa conservava ben nitidi i particolari.    «Dopo l’espulsione del nunzio (o reggente) mons. Gerald Patrick Aloysius O’Hara, in carica dal 21 maggio 1946 al 1950 – rammentava con palese emozione ed in un buon italiano l’interessata – restai nell’edificio, passato sotto tutela dell’ambasciata svizzera, assieme a tre consorelle. Agenti della Securitate (in italiano “Sicurezza”, sintesi della denominazione ufficiale del Departamentul Securităţii Statului, Dipartimento di Sicurezza dello Stato, servizio segreto della Romania comunista, n.d.a.) c’intimarono d’aprire la porta per cercare all’interno la… “bomba atomica”. Con una candela in una mano ed un’arma nell’altra, perquisirono dappertutto e, abbattuta la porta della cappella, vi scoprirono un vescovo nascosto. Poi, ci dissero di raccogliere indumenti ed oggetti personali sufficienti per un paio di settimane e ci portarono via».    «Ci rinchiusero a due a due in celle della Securitate, a Bucarest. Durante gli interrogatori ci promisero di lasciarci libere a condizione d’abbandonare la vita monacale oppure di diventare monache ortodosse o, ancora, di trasformarci in informatrici spiando preti cattolici. Inutile dire che a simili proposte rispondemmo con un secco rifiuto. Per due settimane rimasi nella prigione di Jilava, vicino a Bucarest, in un deposito di munizioni a venti metri sotto terra».    «I successivi interrogatori per sei mesi presso il ministero degli Interni si svolsero in piccole stanze, davanti a cinque o sei ufficiali intenzionati a confondermi. Pregai dentro di me e mi convinsi a non avere paura perché lo Spirito Santo m’avrebbe aiutato a rispondere. Un capitano, facendomi una serie di domande, mi colpì sulle ginocchia con i suoi speroni di ferro, altri bestemmiarono. Nelle stanze vicine sentivo donne urlare ed un pugno sul petto mi procurò un’emorragia interna che mi fece sputare sangue. Non mi fidai a bere quanto mi portarono e considerai chi mi maltrattava strumenti nelle mani di Dio per purificare la Chiesa. Dissi a chi mi torchiava delle mie preghiere per lui e la sua famiglia e questi mi rispose d’essere passato da credente a torturatore. Replicai che avrebbe dovuto rispondere a Dio».    «Il 5 gennaio 1951 mi vollero ancora interrogare. Mi misero occhiali completamente oscurati per non farmi comprendere dove andavamo. Ricordo d’una stanza di tortura sulla sinistra. Rividi il capitano con un dossier sui miei interrogatori».   «Nel 1952, dopo due anni dall’arresto, durante il venerdì santo ortodosso, venni sottoposta a processo davanti a sette giudici militari ed insieme ad altri tredici imputati. Dichiararono che “il capo bandito Papa di Roma aveva dato denaro al nunzio perché, attraverso i vescovi, finisse nelle mani dei partigiani che combattevano il governo”. Il processo iniziò alle ore 8 e terminò alle 22, senza nessuna parvenza di legalità, anche perché gli eventuali testimoni a favore, compresi gli avvocati difensori, non sarebbero più tornati a casa. Concluso il dibattimento a senso unico, ognuno di noi ebbe diritto di parlare ed il vescovo imputato affermò d’essere contento di venir giudicato il venerdì santo. Tutti fummo condannati come spie del Vaticano a pene che andavano dal minimo di quattro anni all’ergastolo. Io presi 15 anni ed il vescovo il carcere a vita».    «Quattro anni di detenzione li trascorsi in una prigione a Mislea, tra Ploieşti e Sinaia. – riferiva suor Chiara tra le lacrime – Rinchiusa con altre 650 donne, per la maggior parte studentesse. Nel ’56 mi trasferirono due mesi a Timişoara per interrogarmi e ripropormi un ruolo da spia in cambio della libertà e, poi, in un carcere a Miercurea Ciuc. E dal ’63 fino al 15 aprile 1964, data della mia liberazione, rimasi in una prigione di Oradea. Di 15 anni comminati ne scontai 12 più i 2 di segregazione preventiva».    «Scarcerata, entrai in un monastero a Popeşti-Leordeni, presso Bucarest, ma mai mi sarei aspettata di rimettere piede nella nunziatura dopo tanti anni di drammatica lontananza. A rivoluzione contro Ceauşescu ormai conclusa, autorità del Vaticano si recarono a controllare le condizioni dell’ex rappresentanza della Santa Sede. Credo fosse stata adattata a centro per l’addestramento di frange paramilitari di stampo repressivo, dato che vi venne trovata una cella con fili elettrici per probabili torture. La nunziatura venne riconsegnata al Vaticano il 26 giugno 1990. La riprendemmo padre Tataru, padre Vortos ed io. Successivi lavori di restauro permisero l’inaugurazione ufficiale della Nunziatura apostolica il 5 novembre 1992. Dio ha voluto anche il mio ritorno tra le mura da cui, nel ’50, venni trascinata via».      Nota – Le autorità comuniste di Bucarest denunciarono il concordato del 1927 tra la Romania e la Santa Sede il 17 luglio 1948, rompendo unilateralmente le relazioni. Perseguitarono pure i fedeli greco e romano-cattolici del Paese. Suor Chiara assunse il ruolo storico di testimone diretta dell’evacuazione della nunziatura in quanto, all’epoca, amministratrice, contabile. Il modo in cui subì l’arresto le fecero pensare alla cattura di Gesù nell’Orto degli Ulivi. A differenza sua, le religiose prelevate con lei vennero liberate dopo

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Intervista amarcord

 

Suora cattolica nella Romania comunista.

Condannata a 15 anni di galera come “spia del Vaticano”

 

Suor Chiara (al secolo Ecaterina Laszlo)

Bucarest (Romania), febbraio 1993 – Se, per un miracolo biologico o per una capsula del tempo, fosse ancora viva, ora avrebbe ben 113 anni… Era lei che, in genere, nel passato, s’affacciava all’ingresso della Nunziatura apostolica in Romania per accogliere i visitatori. L’“avamposto” dello Stato del Vaticano a Bucarest, in Str. Pictor Stahi 5/7, s’apriva spesso con il sorriso di suor Chiara, al secolo Ecaterina Laszlo, 81 anni (nel 1993, n.d.a.), nata a Bacău, nella Moldavia romena. Dietro la sua dolce affabilità, però, si nascondeva il peso doloroso di ricordi che, ancora, la facevano piangere.

   Certo era penoso frugare nel passato della suora, appartenente all’Istituto della Beata Vergine Maria, vittima d’una persecuzione religiosa particolarmente dura in Romania rispetto ad altri Paesi europei asserviti al comunismo. Era, ed è, importante sapere cosa avvenne allora…

   Entrata in convento nel 1929 con voti perpetui dati nel ’40, suor Chiara, dal 4 gennaio 1938 al 19 luglio 1950, aveva sempre prestato servizio presso la nunziatura di Bucarest. E di quel 19 luglio la religiosa conservava ben nitidi i particolari.

   «Dopo l’espulsione del nunzio (o reggente) mons. Gerald Patrick Aloysius O’Hara, in carica dal 21 maggio 1946 al 1950 – rammentava con palese emozione ed in un buon italiano l’interessata – restai nell’edificio, passato sotto tutela dell’ambasciata svizzera, assieme a tre consorelle. Agenti della Securitate (in italiano “Sicurezza”, sintesi della denominazione ufficiale del Departamentul Securităţii Statului, Dipartimento di Sicurezza dello Stato, servizio segreto della Romania comunista, n.d.a.) c’intimarono d’aprire la porta per cercare all’interno la… “bomba atomica”. Con una candela in una mano ed un’arma nell’altra, perquisirono dappertutto e, abbattuta la porta della cappella, vi scoprirono un vescovo nascosto. Poi, ci dissero di raccogliere indumenti ed oggetti personali sufficienti per un paio di settimane e ci portarono via».

   «Ci rinchiusero a due a due in celle della Securitate, a Bucarest. Durante gli interrogatori ci promisero di lasciarci libere a condizione d’abbandonare la vita monacale oppure di diventare monache ortodosse o, ancora, di trasformarci in informatrici spiando preti cattolici. Inutile dire che a simili proposte rispondemmo con un secco rifiuto. Per due settimane rimasi nella prigione di Jilava, vicino a Bucarest, in un deposito di munizioni a venti metri sotto terra».

   «I successivi interrogatori per sei mesi presso il ministero degli Interni si svolsero in piccole stanze, davanti a cinque o sei ufficiali intenzionati a confondermi. Pregai dentro di me e mi convinsi a non avere paura perché lo Spirito Santo m’avrebbe aiutato a rispondere. Un capitano, facendomi una serie di domande, mi colpì sulle ginocchia con i suoi speroni di ferro, altri bestemmiarono. Nelle stanze vicine sentivo donne urlare ed un pugno sul petto mi procurò un’emorragia interna che mi fece sputare sangue. Non mi fidai a bere quanto mi portarono e considerai chi mi maltrattava strumenti nelle mani di Dio per purificare la Chiesa. Dissi a chi mi torchiava delle mie preghiere per lui e la sua famiglia e questi mi rispose d’essere passato da credente a torturatore. Replicai che avrebbe dovuto rispondere a Dio».

   «Il 5 gennaio 1951 mi vollero ancora interrogare. Mi misero occhiali completamente oscurati per non farmi comprendere dove andavamo. Ricordo d’una stanza di tortura sulla sinistra. Rividi il capitano con un dossier sui miei interrogatori».

Suor Chiara assieme a mons. Mario Zenari

  «Nel 1952, dopo due anni dall’arresto, durante il venerdì santo ortodosso, venni sottoposta a processo davanti a sette giudici militari ed insieme ad altri tredici imputati. Dichiararono che “il capo bandito Papa di Roma aveva dato denaro al nunzio perché, attraverso i vescovi, finisse nelle mani dei partigiani che combattevano il governo”. Il processo iniziò alle ore 8 e terminò alle 22, senza nessuna parvenza di legalità, anche perché gli eventuali testimoni a favore, compresi gli avvocati difensori, non sarebbero più tornati a casa. Concluso il dibattimento a senso unico, ognuno di noi ebbe diritto di parlare ed il vescovo imputato affermò d’essere contento di venir giudicato il venerdì santo. Tutti fummo condannati come spie del Vaticano a pene che andavano dal minimo di quattro anni all’ergastolo. Io presi 15 anni ed il vescovo il carcere a vita».

   «Quattro anni di detenzione li trascorsi in una prigione a Mislea, tra Ploieşti e Sinaia. – riferiva suor Chiara tra le lacrime – Rinchiusa con altre 650 donne, per la maggior parte studentesse. Nel ’56 mi trasferirono due mesi a Timişoara per interrogarmi e ripropormi un ruolo da spia in cambio della libertà e, poi, in un carcere a Miercurea Ciuc. E dal ’63 fino al 15 aprile 1964, data della mia liberazione, rimasi in una prigione di Oradea. Di 15 anni comminati ne scontai 12 più i 2 di segregazione preventiva».

   «Scarcerata, entrai in un monastero a Popeşti-Leordeni, presso Bucarest, ma mai mi sarei aspettata di rimettere piede nella nunziatura dopo tanti anni di drammatica lontananza. A rivoluzione contro Ceauşescu ormai conclusa, autorità del Vaticano si recarono a controllare le condizioni dell’ex rappresentanza della Santa Sede. Credo fosse stata adattata a centro per l’addestramento di frange paramilitari di stampo repressivo, dato che vi venne trovata una cella con fili elettrici per probabili torture. La nunziatura venne riconsegnata al Vaticano il 26 giugno 1990. La riprendemmo padre Tataru, padre Vortos ed io. Successivi lavori di restauro permisero l’inaugurazione ufficiale della Nunziatura apostolica il 5 novembre 1992. Dio ha voluto anche il mio ritorno tra le mura da cui, nel ’50, venni trascinata via».

 

   NotaLe autorità comuniste di Bucarest denunciarono il concordato del 1927 tra la Romania e la Santa Sede il 17 luglio 1948, rompendo unilateralmente le relazioni. Perseguitarono pure i fedeli greco e romano-cattolici del Paese. Suor Chiara assunse il ruolo storico di testimone diretta dell’evacuazione della nunziatura in quanto, all’epoca, amministratrice, contabile. Il modo in cui subì l’arresto le fecero pensare alla cattura di Gesù nell’Orto degli Ulivi. A differenza sua, le religiose prelevate con lei vennero liberate dopo un anno e mezzo di prigionia. Ai tempi dell’intervista, fu coadiutrice di mons. Mario Zenari (Rosegaferro, frazione di Villafranca di Verona, 5 gennaio 1946), allora consigliere di nunziatura in Romania, fatto cardinale della Diaconia di Santa Maria delle Grazie alle Fornaci fuori Porta Cavalleggeri nel concistoro del 19 novembre 2016, nunzio apostolico in Siria.  

 

Servizio e foto di

Claudio Beccalossi

 

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Tania Di Giorgio in intervista https://lagazzetta-online.com/tania-di-giorgio-in-intervista/ https://lagazzetta-online.com/tania-di-giorgio-in-intervista/#respond Sun, 27 Jul 2025 23:49:33 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=17382                TANIA DI GIORGIO                Il dono della voce. Unica     Tania Di Giorgio dotata d’occhi profondi  penetranti  e capelli neri corvini, si muove piena di grazia e leggiadria, nelle vesti di soprano lirico  esibendosi  stavolta nel suono pulsante del rosso rubino a corollario del libro “Il bacio da sfogliare” di Ilaria Guidantoni per “Cinque sensi” editore.Nel corso della sua professione alla RAI,  è stata notata anche da Michele Guardì e voluta appositamente  per: “I fatti vostri” facendo infiammare i telespettatori. D’altronde che è uno splendido puledro, si vede e si ascolta avendo cantato in tutto il mondo in luoghi belli e prestigiosissimi  arrivando a cantare sino ad Ushuaia che si trova in capo al mondo. Non è uno scherzo, decisamente in capo alla terra visto che è una località di villeggiatura argentina  zona nell’arcipelago ‘Terra del Fuoco’ soprannominato ‘ la fine del mondo ‘. Richiesta  persino al ‘Metropolitan’ della “Grande Mela” si distingue anche nel campo della musica barocca in Italia, Europa e Russia, nonché in altre parti del mondo alternando i suoi concerti presso Chiese, Hotel, Pala, Teatri ed appositi spazi musicali. Una della sue ultime esibizioni è stata nella capitale presso la “Sala del Campidoglio” per il Giubileo a Roma, voluta fortemente dal Consigliere Comunale di “Roma Capitale” –  Presidente della “Commissione Giubileo” Dario Nanni,  e dal “CFU – Italia Odv”,  associazione che si occupa della cura  della fibromialgia. Stavolta la  location dell’incontro è  “Hotel Villa Tiziana” presso “Le Focette” Marina di Pietrasanta ed ex cinema. Luogo che colpisce per  l’oasi – giardino respirato nell’immenso spazio del complesso, ove è piacevolissimo essere serviti dall’attento e premuroso staff professionale nel porgere aperitivi e stuzzicherie varie, prima della cena. Il salone colazione, pranzo e cena luminosissimo, offre specialità del territorio locale espresse, accontentando anche altre esigenze dal momento che i fedelissimi clienti da anni ed anni, ritornano nella splendida struttura marina del mare Tirreno vivendo cultura, arte, storia e tradizioni, abbracciati dalle Alpi Apuane. Luogo mondano d’eccellenza, si caratterizza per aver segnato la storia del costume italiano d’anni ’60, per il Carnevale ripetuto ogni mese di febbraio la cui maestria è data dai famosi ‘carristi’, ed ancora per il “Festival Internazionale della Satira” nell’ampio  museo. Sprofondata in una bella poltrona, raggiungiamo la Di Giorgio  mentre racconta di vivere a Roccasecca, provincia di Frosinone. “Luogo che ha dato i natali a Severino Gazzelloni per la musica, nonché a San Tommaso D’Aquino di cui quest’anno ricorrono gli 800 anni della nascita. Logico appuntamenti ed incontri a lui dedicati, con tanto di festeggiamenti in corso. Questo per dire che  è una terra che amo moltissimo nonostante sia nata a Roma.” Studiando al prestigioso “Conservatorio Santa Cecilia”. “Esatto, mio primo passo, continuando poi privatamente poiché avevo famiglia, marito e due  splendidi pargoletti. Districarmi non fu  facile, ma ci riuscii.” Come nasce questo “Bacio da sfogliare?” “Conoscendo Ilaria a Roma presso la “Chiesa degli Artisti” in piazza del Popolo  per una sua presentazione assieme agli editori, entrammo subito in sintonia dando vita a questo duetto lirico e musicale. Perché il bacio “ce sta…ce sta.” Sta bene ed ovunque. Lei moto carina, mi fece  improvvisare qualche aria del mio repertorio musicale, il pubblico fu entusiasta…e da lì è partito tutto. Seguirà replica sempre qui al ‘Tiziana’ il 17 di agosto, per poi proseguire a Napoli , ritorno  ad esibirci in Versilia, e…vedremo! dal momento che piovono richieste.”  “Perché tutto questo  piace molto  lei mi chiede? Perché esiste  una letteratura musicale che parla del ‘Bacio’ affrontato nella musica antica sino ai tempi odierni.” Effettivamente l’esibizione di note romantiche diventano  via via sempre più aggressive, spargendo  nell’aria vibrazioni vitali per il nostro equilibrio psico-fisico. Le mani battono a suon di ritmo, applaudendo poi calorosamente alla fine per ‘ Bèsame Mucho’ di Velàzquez, profondamente   veemente e nostalgica. Seguono  “I te vurria vasà”, note delicatissime che, nel giardino di malvarosa, rievocano l’intimità dei  due  amanti, ed ancora “L’ultimo Bacio” di Francesco Paolo Tosti dalle note stupende, richiamanti anche il film di Muccino. Finito? Quando mai! “Musica proibita” di Gastaldon è come se incorniciasse “i tuoi capelli neri, le labbra tue e gli occhi tuoi severi”, arrivando a gran richiesta “Ave Maria” di Gomez  con chitarra della Giorgio, dedicata a tutte le mamme. Immancabile ‘A’ Vucchella’. Signora Tania, splendida e bellissima in questo raffinato completo con gioielli luccicanti che la riflettono in pieno, ci può fare la genesi della ‘A’ Vucchella’ e perché spunta D’Annunzio? “Fu composta dal grande  Francesco Paolo Tosti, con parole d’annata 1904, del mitico ‘Vate’. Approfitto per osservare che Il prossimo anno, Abruzzo sarà capitale della cultura e, guarda caso, proprio questo grande poeta, era abruzzese. Immaginatevi le celebrazioni in suo onore! Dunque, ‘vucchella’ sta per boccuccia e fu interamente scritta ai tavolini d’un caffè quando D’Annunzio lavorava a Napoli, fine ‘800, collaborando al  ‘Mattino’ e “Il Corriere di Napoli”. Bravo e scellerato, di getto scrisse sul marmo d’un tavolino del Gambrinus, tale storia nata  per accattivarsi l’amore della  bellissima donzella mentre degustava o’caffè. Tavolino conservato poi da quel furbo cameriere di nome ‘Ciccillo’. Ehhh,  mica scemo Ciccillo nella sua saggezza napulitana! “Eh, mentre ‘Ciccillo’ più tardi recuperava il marmo, a D’Annunzio fu intimato di  scriverla in fretta e furia, in napoletano. Proprio  lui che era  abruzzese! Morale? Una operazione audace, dubbiosa assai, con tanto di  scommessa  vinta da parte d’entrambi. Il seguito è questo  brano musicale immortale, richiesto ovunque.” E poi? “E poi  e poi ! Sta di fatto che A’ Vucchella’ lasciò a piedi entrambi!” La risata è all’unisono per questa vecchia edizione della ‘Ricordi’, sempre piacevolissima ascoltarla. “Si comm’a nusciurillo…tu tiene ‘na vucchella’….appassionatella…” e via di seguito. La fantasia adesso  mettetela voi!     Carla Cavicchini –   [email protected] Nelle foto: Tania Di Giorgio 

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TANIA DI GIORGIO

               Il dono della voce. Unica

 

 

Tania Di Giorgio dotata d’occhi profondi  penetranti  e capelli neri corvini, si muove piena di grazia e leggiadria, nelle vesti di soprano lirico  esibendosi  stavolta nel suono pulsante del rosso rubino a corollario del libro “Il bacio da sfogliare” di Ilaria Guidantoni per “Cinque sensi” editore.Nel corso della sua professione alla RAI,  è stata notata anche da Michele Guardì e voluta appositamente  per: “I fatti vostri” facendo infiammare i telespettatori. D’altronde che è uno splendido puledro, si vede e si ascolta avendo cantato in tutto il mondo in luoghi belli e prestigiosissimi  arrivando a cantare sino ad Ushuaia che si trova in capo al mondo. Non è uno scherzo, decisamente in capo alla terra visto che è una località di villeggiatura argentina  zona nell’arcipelago ‘Terra del Fuoco’ soprannominato ‘ la fine del mondo ‘. Richiesta  persino al ‘Metropolitan’ della “Grande Mela” si distingue anche nel campo della musica barocca in Italia, Europa e Russia, nonché in altre parti del mondo alternando i suoi concerti presso Chiese, Hotel, Pala, Teatri ed appositi spazi musicali. Una della sue ultime esibizioni è stata nella capitale presso la “Sala del Campidoglio” per il Giubileo a Roma, voluta fortemente dal Consigliere Comunale di “Roma Capitale” –  Presidente della “Commissione Giubileo” Dario Nanni,  e dal “CFU – Italia Odv”,  associazione che si occupa della cura  della fibromialgia. Stavolta la  location dell’incontro è  “Hotel Villa Tiziana” presso “Le Focette” Marina di Pietrasanta ed ex cinema. Luogo che colpisce per  l’oasi – giardino respirato nell’immenso spazio del complesso, ove è piacevolissimo essere serviti dall’attento e premuroso staff professionale nel porgere aperitivi e stuzzicherie varie, prima della cena. Il salone colazione, pranzo e cena luminosissimo, offre specialità del territorio locale espresse, accontentando anche altre esigenze dal momento che i fedelissimi clienti da anni ed anni, ritornano nella splendida struttura marina del mare Tirreno vivendo cultura, arte, storia e tradizioni, abbracciati dalle Alpi Apuane. Luogo mondano d’eccellenza, si caratterizza per aver segnato la storia del costume italiano d’anni ’60, per il Carnevale ripetuto ogni mese di febbraio la cui maestria è data dai famosi ‘carristi’, ed ancora per il “Festival Internazionale della Satira” nell’ampio  museo. Sprofondata in una bella poltrona, raggiungiamo la Di Giorgio  mentre racconta di vivere a Roccasecca, provincia di Frosinone.

Luogo che ha dato i natali a Severino Gazzelloni per la musica, nonché a San Tommaso D’Aquino di cui quest’anno ricorrono gli 800 anni della nascita. Logico appuntamenti ed incontri a lui dedicati, con tanto di festeggiamenti in corso. Questo per dire che  è una terra che amo moltissimo nonostante sia nata a Roma.”

Studiando al prestigioso “Conservatorio Santa Cecilia”.

Di Giorgio Tania e Dario Nanni

“Esatto, mio primo passo, continuando poi privatamente poiché avevo famiglia, marito e due  splendidi pargoletti. Districarmi non fu  facile, ma ci riuscii.”

Come nasce questo “Bacio da sfogliare?”

“Conoscendo Ilaria a Roma presso la “Chiesa degli Artisti” in piazza del Popolo  per una sua presentazione assieme agli editori, entrammo subito in sintonia dando vita a questo duetto lirico e musicale. Perché il bacio “ce sta…ce sta.” Sta bene ed ovunque. Lei moto carina, mi fece  improvvisare qualche aria del mio repertorio musicale, il pubblico fu entusiasta…e da lì è partito tutto. Seguirà replica sempre qui al ‘Tiziana’ il 17 di agosto, per poi proseguire a Napoli , ritorno  ad esibirci in Versilia, e…vedremo! dal momento che piovono richieste.”

 “Perché tutto questo  piace molto  lei mi chiede? Perché esiste  una letteratura musicale che parla del ‘Bacio’ affrontato nella musica antica sino ai tempi odierni.”

Effettivamente l’esibizione di note romantiche diventano  via via sempre più aggressive, spargendo  nell’aria vibrazioni vitali per il nostro equilibrio psico-fisico. Le mani battono a suon di ritmo, applaudendo poi calorosamente alla fine per ‘ Bèsame Mucho’ di Velàzquez, profondamente   veemente e nostalgica. Seguono  “I te vurria vasà”, note delicatissime che, nel giardino di malvarosa, rievocano l’intimità dei  due  amanti, ed ancora “L’ultimo Bacio” di Francesco Paolo Tosti dalle note stupende, richiamanti anche il film di Muccino. Finito? Quando mai! “Musica proibita” di Gastaldon è come se incorniciasse “i tuoi capelli neri, le labbra tue e gli occhi tuoi severi”, arrivando a gran richiesta “Ave Maria” di Gomez  con chitarra della Giorgio, dedicata a tutte le mamme. Immancabile ‘A’ Vucchella’.

Signora Tania, splendida e bellissima in questo raffinato completo con gioielli luccicanti che la riflettono in pieno, ci può fare la genesi della ‘A’ Vucchella’ e perché spunta D’Annunzio?

“Fu composta dal grande  Francesco Paolo Tosti, con parole d’annata 1904, del mitico ‘Vate’. Approfitto per osservare che Il prossimo anno, Abruzzo sarà capitale della cultura e, guarda caso, proprio questo grande poeta, era abruzzese. Immaginatevi le celebrazioni in suo onore!

Dunque, ‘vucchella’ sta per boccuccia e fu interamente scritta ai tavolini d’un caffè quando D’Annunzio lavorava a Napoli, fine ‘800, collaborando al  ‘Mattino’ e “Il Corriere di Napoli”.

Bravo e scellerato, di getto scrisse sul marmo d’un tavolino del Gambrinus, tale storia nata  per accattivarsi l’amore della  bellissima donzella mentre degustava o’caffè. Tavolino conservato poi da quel furbo cameriere di nome ‘Ciccillo’.

Ehhh,  mica scemo Ciccillo nella sua saggezza napulitana!

“Eh, mentre ‘Ciccillo’ più tardi recuperava il marmo, a D’Annunzio fu intimato di  scriverla in fretta e furia, in napoletano. Proprio  lui che era  abruzzese! Morale? Una operazione audace, dubbiosa assai, con tanto di  scommessa  vinta da parte d’entrambi. Il seguito è questo  brano musicale immortale, richiesto ovunque.”

E poi?

“E poi  e poi ! Sta di fatto che A’ Vucchella’ lasciò a piedi entrambi!”

La risata è all’unisono per questa vecchia edizione della ‘Ricordi’, sempre piacevolissima ascoltarla.

Si comm’a nusciurillo…tu tiene ‘na vucchella’….appassionatella…” e via di seguito.

La fantasia adesso  mettetela voi!

 

 

Carla Cavicchini –   [email protected]

Nelle foto: Tania Di Giorgio 

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Nelle tue mani. le sculture di Matteo Pugliese tra forza, fragilità e trasformazione https://lagazzetta-online.com/nelle-tue-mani-le-sculture-di-matteo-pugliese-tra-forza-fragilita-e-trasformazione/ https://lagazzetta-online.com/nelle-tue-mani-le-sculture-di-matteo-pugliese-tra-forza-fragilita-e-trasformazione/#respond Sat, 14 Jun 2025 17:34:57 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=16978 Intervista a cura di Silvia Gambadoro     Fino al 6 luglio 2025, Palazzo Merulana, sede della Fondazione Elena e Claudio Cerasi, gestita e valorizzata da Coopculture ospita «Nelle tue mani», personale dello scultore Matteo Pugliese, a cura di Carmen Sabbatini. L’esposizione è realizzata con il patrocinio di Roma Capitale e con il contributo di Zurich Bank, sponsor ufficiale. Incontriamo Matteo Pugliese tra le sue opere, nelle sale di Palazzo Merulana. Lo scultore, già protagonista nella collezione permanente del palazzo con Gravitas, presenta la sua mostra personale. La mostra raccoglie opere già esposte in molte città del mondo da New York a Hong Kong. Il percorso espositivo si snoda in quattro sezioni: Extra Moenia, I Custodi, Scarabei, Pachamama, quest’ultima dedicata all’archetipo della Grande Madre. La mostra attraversa vent’anni di lavoro  e racconta un percorso umano prima ancora che artistico. Scultura come memoria, libertà, denuncia e intuizione. Una conversazione in cui forma e pensiero si intrecciano, esattamente come nel suo lavoro.   Cominciamo dal principio. Quando ha capito che l’arte sarebbe diventata la sua strada? Ormai posso dirlo con chiarezza: l’arte è sempre un terreno ambiguo, fragile, e vivere d’arte, ancora oggi, è qualcosa che per molti resta difficile da concepire. Anche nel mio caso è andata così. Da ragazzo desideravo iscrivermi all’Accademia di Belle Arti, volevo studiare, formarmi. Ma i miei genitori mi dissero: “No, non è una strada. Trova un altro lavoro, poi nel fine settimana potrai dedicarti a questa tua passione”. Così mi sono laureato in Lettere Moderne. Una scelta diversa. Ma la verità è che l’arte mi ha sempre richiamato. Una passione costante, ostinata, che mi ha riportato sempre lì, nel mio mondo.   E oggi quel mondo prende forma in una mostra personale. Che significato ha per lei questa esposizione? Esporre in un luogo come Palazzo Merulana ha per me un valore particolare. È un luogo ricco di storia, ma anche vivo, accessibile. Vedere le mie opere accanto all’interesse di tante persone e all’attenzione di una realtà importante come Zurich, che ha sostenuto la mostra, è qualcosa che mi emoziona profondamente. Sento che questo percorso, iniziato quasi per necessità, oggi ha trovato un suo spazio, una sua voce.   Lei non ama spiegare le sue opere. Perché? Perché credo che l’arte non vada spiegata. L’arte va percepita. Se un’opera non trasmette qualcosa da sola, allora forse ho già fallito. Mi viene in mente un episodio che ho sempre amato: Leonard Cohen, grande poeta canadese, era stato invitato in radio per leggere una sua poesia. Quando la conduttrice gli chiese cosa volesse dire con quei versi, lui alzò gli occhi al cielo  e la rilesse. Tutto era già lì. Nessuna spiegazione poteva aggiungere qualcosa. Ecco, la mia visione è simile. La mostra si articola in quattro serie. Ci racconta come sono nate? Ogni serie corrisponde a un momento preciso della mia vita, non solo artistica, ma esistenziale. La prima, Extramoenia   raccoglie sculture nate in un periodo piuttosto tormentato. Le figure cercano una rinascita, si liberano da qualcosa che le opprime. Ero in un momento in cui sentivo il bisogno urgente di uscire da una realtà che non mi apparteneva. Le sculture sono diventate la mia via d’uscita. La seconda serie “I custodi” invece sembra raccontare un momento nuovo…  Sì, è una fase diversa, più leggera. si tratta di figure che hanno una funzione apotropaica, sono armate ma non vogliono essere violente, io le ho immaginate a difesa della nostra casa, del nostro spazio sacro. Ogni religione ha delle figure predisposte per allontanare gli spiriti maligni o proteggere i suoi fedeli. La proporzione classica delle corporature è deformata per trasmettere un’idea di sicurezza.  E sono fatti di materiali diversi, ce n’è una realizzata con migliaia di zip. È una serie in cui emerge un equilibrio nuovo, una certa serenità. E mi piace che possano convivere nella mia opera registri differenti. Siamo esseri complessi, non lineari. Contraddittori. E l’arte, per me, è proprio lo spazio dove questa complessità può trovare forma. Poi arrivano gli scarabei. Un altro cambio di tono. Una serie più giocosa, più ludica, ma non per questo meno intensa. È anche una serie di grande sperimentazione, soprattutto nei materiali. Bronzo, alluminio, argilla, ceramica, resina… Ogni materiale ha un proprio linguaggio. Lo scelgo non solo per un fatto tecnico, ma per ciò che riesce a suggerire, a evocare. La libertà di cambiare materiali, tecniche, approcci è una delle cose che amo di più del mio lavoro. Una delle opere più forti della mostra è ispirata all’Ultima Cena di Leonardo. Ma ha scelto di rappresentarla solo con le mani. Perché? Questa è forse l’opera di cui sono più orgoglioso: le mani sono l’unica forma presente. Abitando a Milano ho avuto la possibilità di vedere più volte il Cenacolo. E mi ha colpito come tutta la drammaticità della scena sia affidata alle mani: mani che si interrogano, si accusano, stringono denari, trattengono rabbia. Ho voluto raccontare tutto questo solo attraverso le mani. È la mia personale lettura di un capolavoro che mi ha sempre affascinato. Alcune opere, invece, sembrano nate per caso. È così? C’è un’opera in particolare che è nata in modo del tutto spontaneo. In studio si erano accatastate delle terre cotte, alcune culture incompiute e frammenti di lavori lasciati lì nel tempo. Un giorno, guardandoli, ho sentito che trasmetteva qualcosa. E’ nata così, spontaneamente, un’opera vera e propria, senza pianificazione, una sorta di “creazione involontaria”.Questo mi ha divertito molto: oggi si parla tanto di arte concettuale, ma a volte le cose più interessanti nascono senza progetto, per forza propria.   C’è anche una scultura che affronta un tema doloroso: la violenza sulle donne. È un’opera volutamente disturbante. E’ una figura classica, sfigurata: il volto è devastato, il corpo è spezzato. Ho voluto congelare quel momento di violenza come fosse una fotografia. E’ una ferita che dobbiamo continuare a guardare, a denunciare.   L’ultima sezione della mostra è dedicata alla Madre Terra. Cosa rappresenta questo tema? È il nucleo più recente del mio lavoro, e probabilmente il più personale, nasce da una

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Intervista a cura di Silvia Gambadoro

 

 

Fino al 6 luglio 2025, Palazzo Merulana, sede della Fondazione Elena e Claudio Cerasi, gestita e valorizzata da Coopculture ospita «Nelle tue mani», personale dello scultore Matteo Pugliese, a cura di Carmen Sabbatini.

L’esposizione è realizzata con il patrocinio di Roma Capitale e con il contributo di Zurich Bank, sponsor ufficiale.

Incontriamo Matteo Pugliese tra le sue opere, nelle sale di Palazzo Merulana. Lo scultore, già protagonista nella collezione permanente del palazzo con Gravitas, presenta la sua mostra personale.

La mostra raccoglie opere già esposte in molte città del mondo da New York a Hong Kong. Il percorso espositivo si snoda in quattro sezioni: Extra Moenia, I Custodi, Scarabei, Pachamama, quest’ultima dedicata all’archetipo della Grande Madre.

La mostra attraversa vent’anni di lavoro  e racconta un percorso umano prima ancora che artistico. Scultura come memoria, libertà, denuncia e intuizione. Una conversazione in cui forma e pensiero si intrecciano, esattamente come nel suo lavoro.

 

Cominciamo dal principio. Quando ha capito che l’arte sarebbe diventata la sua strada?
Ormai posso dirlo con chiarezza: l’arte è sempre un terreno ambiguo, fragile, e vivere d’arte, ancora oggi, è qualcosa che per molti resta difficile da concepire. Anche nel mio caso è andata così.
Da ragazzo desideravo iscrivermi all’Accademia di Belle Arti, volevo studiare, formarmi. Ma i miei genitori mi dissero: “No, non è una strada. Trova un altro lavoro, poi nel fine settimana potrai dedicarti a questa tua passione”. Così mi sono laureato in Lettere Moderne. Una scelta diversa. Ma la verità è che l’arte mi ha sempre richiamato. Una passione costante, ostinata, che mi ha riportato sempre lì, nel mio mondo.

 

E oggi quel mondo prende forma in una mostra personale. Che significato ha per lei questa esposizione?
Esporre in un luogo come Palazzo Merulana ha per me un valore particolare. È un luogo ricco di storia, ma anche vivo, accessibile. Vedere le mie opere accanto all’interesse di tante persone e all’attenzione di una realtà importante come Zurich, che ha sostenuto la mostra, è qualcosa che mi emoziona profondamente. Sento che questo percorso, iniziato quasi per necessità, oggi ha trovato un suo spazio, una sua voce.

 

Lei non ama spiegare le sue opere. Perché?
Perché credo che l’arte non vada spiegata. L’arte va percepita. Se un’opera non trasmette qualcosa da sola, allora forse ho già fallito.
Mi viene in mente un episodio che ho sempre amato: Leonard Cohen, grande poeta canadese, era stato invitato in radio per leggere una sua poesia. Quando la conduttrice gli chiese cosa volesse dire con quei versi, lui alzò gli occhi al cielo  e la rilesse. Tutto era già lì. Nessuna spiegazione poteva aggiungere qualcosa. Ecco, la mia visione è simile.

La mostra si articola in quattro serie. Ci racconta come sono nate?

Ogni serie corrisponde a un momento preciso della mia vita, non solo artistica, ma esistenziale. La prima, Extramoenia   raccoglie sculture nate in un periodo piuttosto tormentato.
Le figure cercano una rinascita, si liberano da qualcosa che le opprime. Ero in un momento in cui sentivo il bisogno urgente di uscire da una realtà che non mi apparteneva. Le sculture sono diventate la mia via d’uscita.

La seconda serie “I custodi” invece sembra raccontare un momento nuovo… 
Sì, è una fase diversa, più leggera. si tratta di figure che hanno una funzione apotropaica, sono armate ma non vogliono essere violente, io le ho immaginate a difesa della nostra casa, del nostro spazio sacro. Ogni religione ha delle figure predisposte per allontanare gli spiriti maligni o proteggere i suoi fedeli. La proporzione classica delle corporature è deformata per trasmettere un’idea di sicurezza.  E sono fatti di materiali diversi, ce n’è una realizzata con migliaia di zip.

È una serie in cui emerge un equilibrio nuovo, una certa serenità. E mi piace che possano convivere nella mia opera registri differenti. Siamo esseri complessi, non lineari. Contraddittori. E l’arte, per me, è proprio lo spazio dove questa complessità può trovare forma.

Poi arrivano gli scarabei. Un altro cambio di tono.
Una serie più giocosa, più ludica, ma non per questo meno intensa. È anche una serie di grande sperimentazione, soprattutto nei materiali. Bronzo, alluminio, argilla, ceramica, resina… Ogni materiale ha un proprio linguaggio.
Lo scelgo non solo per un fatto tecnico, ma per ciò che riesce a suggerire, a evocare. La libertà di cambiare materiali, tecniche, approcci è una delle cose che amo di più del mio lavoro.

Una delle opere più forti della mostra è ispirata all’Ultima Cena di Leonardo. Ma ha scelto di rappresentarla solo con le mani. Perché?

Questa è forse l’opera di cui sono più orgoglioso: le mani sono l’unica forma presente.
Abitando a Milano ho avuto la possibilità di vedere più volte il Cenacolo. E mi ha colpito come tutta la drammaticità della scena sia affidata alle mani: mani che si interrogano, si accusano, stringono denari, trattengono rabbia. Ho voluto raccontare tutto questo solo attraverso le mani. È la mia personale lettura di un capolavoro che mi ha sempre affascinato.

Alcune opere, invece, sembrano nate per caso. È così?
C’è un’opera in particolare che è nata in modo del tutto spontaneo. In studio si erano accatastate delle terre cotte, alcune culture incompiute e frammenti di lavori lasciati lì nel tempo. Un giorno, guardandoli, ho sentito che trasmetteva qualcosa. E’ nata così, spontaneamente, un’opera vera e propria, senza pianificazione, una sorta di “creazione involontaria”.Questo mi ha divertito molto: oggi si parla tanto di arte concettuale, ma a volte le cose più interessanti nascono senza progetto, per forza propria.

 

C’è anche una scultura che affronta un tema doloroso: la violenza sulle donne.
È un’opera volutamente disturbante. E’ una figura classica, sfigurata: il volto è devastato, il corpo è spezzato. Ho voluto congelare quel momento di violenza come fosse una fotografia. E’ una ferita che dobbiamo continuare a guardare, a denunciare.

 

L’ultima sezione della mostra è dedicata alla Madre Terra. Cosa rappresenta questo tema?
È il nucleo più recente del mio lavoro, e probabilmente il più personale, nasce da una forte esigenza di riconnettermi con l’origine, con la natura, con qualcosa di autentico. La “Grande Madre” è venerata in innumerevoli culti, è simbolo di nascita crescita e rinnovamento. Per quest’opera Pacha Mama (che in lingua Quechua significa Madre Terra) ho usato materiali sostenibili, leggeri, scelti per quello che significano, non solo per come appaiono.

Che ruolo ha la libertà nell’arte?
L’espressione artistica per me nasce sempre dall’esigenza di liberare qualcosa. La libertà di cambiare idea, di contraddirmi, di sbagliare. Di abbandonare un’opera e poi riprenderla, oppure di lasciarla così com’è. L’arte è un campo aperto, dove posso permettermi di essere incoerente, e proprio per questo vero.

 

Silvia Gambadoro

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Verso i referendum popolari abrogativi (art. 75 della Costituzione) https://lagazzetta-online.com/verso-i-referendum-popolari-abrogativi-art-75-della-costituzione/ https://lagazzetta-online.com/verso-i-referendum-popolari-abrogativi-art-75-della-costituzione/#respond Sat, 31 May 2025 20:11:53 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=16787      Come tutti sanno (o dovrebbero sapere) l’8 ed il 9 giugno si terrà il referendum abrogativo dai cinque quesiti e dalle altrettante schede, quattro sul tema del lavoro ed il quinto sulla cittadinanza.    L’attualità vede maggioranza ed opposizione divisi, con una sinistra che invita ad andare al voto sottolineandone l’importanza e la controparte che fa propaganda per l’astensionismo.    Va ricordato che la parte dedicata al lavoro è frutto dell’iniziativa del sindacato CGIL, con il segretario Maurizio Landini come protagonista, mentre quella sulla cittadinanza emerge dalla raccolta firme dei vari partiti di sinistra. Sinistra che, per non dare all’occhio, ha inserito l’“intruso” della cittadinanza in mezzo a questioni connesse al lavoro, con la scusa dell’andare a votare tutto nell’interesse dei lavoratori. Anche se ai promotori non interessa tanto quest’ultima categoria ma hanno in testa i due milioni e mezzo di stranieri regolari che, in poco tempo, diventerebbero cittadini italiani ed un futuro cassetto elettorale.    Pertanbto, anche se una percentuale di italiani ritiene abrogabili i quesiti sul lavoro, alla quinta domanda iniziano a storcere il naso, chiedendosi se valga la pena andare a votare per favorire il raggiungimento del quorum (ovvero il 50%+1).    Sintomatiche sono state le risposte date da tre personaggi pubblici incontrati a Firenze, nel corso dell’evento “Spazio cultura. Valorizzare il passato, immaginare il futuro” organizzato dai gruppi parlamentari di Fratelli d’Italia alla Camera ed al Senato, tenutosi presso il Teatro “Niccolini”.    Alla fatidica domanda: «Ma quanta importanza dà a questo referendum?», il presidente del Senato Ignazio La Russa ha subito replicato: «Una piena insufficienza: 3!».    Il direttore responsabile de “Il Tempo”, Tommaso Cerno, ha obiettato: «Il peso di questo referendum è quello d’una bella giornata di sole. Si festeggia un partito che, oltre ad aver governato senza vincere, chiama fascista quello che governa con i voti, ma che passa il tempo a fare e votare delle leggi che non gli piacciono, portando ad un referendum da 140 milioni di euro che paghiamo noi… Per cosa, poi? Semplicemente per vederli litigare tra loro? Ma se devono fare il congresso del Partito democratico non se lo possono pagare da soli?»    Pietro Senaldi, condirettore di “Libero”, ha drasticamente ribattuto: «Il referendum è la sinistra che si conta. Se otterrà tanti consensi è successo, Landini dichiarerà d’essere il vero capo della sinistra perché penserà d’essere quello che ha unito la gente. Se, invece, dovesse risultare un flop, nessuno si prenderà le responsabilità del fallimento».    Il conduttore, giornalista ed opinionista Giuseppe Cruciani ed il conduttore televisivo, giornalista e saggista Mario Giordano, interpellati nel corso del Festival letterario “Soave Città del libro”, hanno reagito all’interrogativo: «La destra che chiama all’astensione dimostra un atteggiamento antidemocratico od una semplice libertà d’espressione?».    «È una facoltà assolutamente legittima. – ha affermato Cruciani – L’hanno sempre fatto tutti, da sinistra a destra, indistintamente. L’astensione è una delle opzioni possibili, perciò perché criticare più di tanto?»    D – Ed il valore di questo referendum?    «Bah… Io, sinceramente, non penso d’andare a votare. Il sistema del referendum è una di quelle cose che, nel corso del tempo, s’è persa totalmente, quasi a spegnersi. Non siamo più ai tempi di Pannella. Concludo pronosticando che questo referendum non raggiungerà il quorum».    «Una delle modalità di voto è l’astensione. – ha rimarcato a sua volta Mario Giordano – Lo hanno fatto tutti, esponenti sia di sinistra e sia di destra, invitando i cittadini all’astensione. Non si tratta assolutamente d’antidemocrazia, ma di scelta d’una delle modalità previste»    «La portata di questo referendum? È uno strumento di democrazia diretta, per cui ciascuno decide quanta rilevanza dare. La fortuna è quella di rivolgersi direttamente ai cittadini. Per quanto mi riguarda, appoggio la linea del non andare a votare. Quattro referendum sul lavoro, a mio avviso, non sono incisivi e quello sulla cittadinanza è negativo. Perciò io, personalmente, non andrò a votare. Poi, ognuno è libero di pensarla come vuole». Servizio e foto di Alessandro Beccalossi

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   Come tutti sanno (o dovrebbero sapere) l’8 ed il 9 giugno si terrà il referendum abrogativo dai cinque quesiti e dalle altrettante schede, quattro sul tema del lavoro ed il quinto sulla cittadinanza.

   L’attualità vede maggioranza ed opposizione divisi, con una sinistra che invita ad andare al voto sottolineandone l’importanza e la controparte che fa propaganda per l’astensionismo.

   Va ricordato che la parte dedicata al lavoro è frutto dell’iniziativa del sindacato CGIL, con il segretario Maurizio Landini come protagonista, mentre quella sulla cittadinanza emerge dalla raccolta firme dei vari partiti di sinistra. Sinistra che, per non dare all’occhio, ha inserito l’“intruso” della cittadinanza in mezzo a questioni connesse al lavoro, con la scusa dell’andare a votare tutto nell’interesse dei lavoratori. Anche se ai promotori non interessa tanto quest’ultima categoria ma hanno in testa i due milioni e mezzo di stranieri regolari che, in poco tempo, diventerebbero cittadini italiani ed un futuro cassetto elettorale.

   Pertanbto, anche se una percentuale di italiani ritiene abrogabili i quesiti sul lavoro, alla quinta domanda iniziano a storcere il naso, chiedendosi se valga la pena andare a votare per favorire il raggiungimento del quorum (ovvero il 50%+1).

   Sintomatiche sono state le risposte date da tre personaggi pubblici incontrati a Firenze, nel corso dell’evento “Spazio cultura. Valorizzare il passato, immaginare il futuro” organizzato dai gruppi parlamentari di Fratelli d’Italia alla Camera ed al Senato, tenutosi presso il Teatro “Niccolini”.

   Alla fatidica domanda: «Ma quanta importanza dà a questo referendum?», il presidente del Senato Ignazio La Russa ha subito replicato: «Una piena insufficienza: 3!».

   Il direttore responsabile de “Il Tempo”, Tommaso Cerno, ha obiettato: «Il peso di questo referendum è quello d’una bella giornata di sole. Si festeggia un partito che, oltre ad aver governato senza vincere, chiama fascista quello che governa con i voti, ma che passa il tempo a fare e votare delle leggi che non gli piacciono, portando ad un referendum da 140 milioni di euro che paghiamo noi… Per cosa, poi? Semplicemente per vederli litigare tra loro? Ma se devono fare il congresso del Partito democratico non se lo possono pagare da soli?»

   Pietro Senaldi, condirettore di “Libero”, ha drasticamente ribattuto: «Il referendum è la sinistra che si conta. Se otterrà tanti consensi è successo, Landini dichiarerà d’essere il vero capo della sinistra perché penserà d’essere quello che ha unito la gente. Se, invece, dovesse risultare un flop, nessuno si prenderà le responsabilità del fallimento».

   Il conduttore, giornalista ed opinionista Giuseppe Cruciani ed il conduttore televisivo, giornalista e saggista Mario Giordano, interpellati nel corso del Festival letterario “Soave Città del libro”, hanno reagito all’interrogativo: «La destra che chiama all’astensione dimostra un atteggiamento antidemocratico od una semplice libertà d’espressione?».

   «È una facoltà assolutamente legittima. – ha affermato Cruciani – L’hanno sempre fatto tutti, da sinistra a destra, indistintamente. L’astensione è una delle opzioni possibili, perciò perché criticare più di tanto?»

   D – Ed il valore di questo referendum?

   «Bah… Io, sinceramente, non penso d’andare a votare. Il sistema del referendum è una di quelle cose che, nel corso del tempo, s’è persa totalmente, quasi a spegnersi. Non siamo più ai tempi di Pannella. Concludo pronosticando che questo referendum non raggiungerà il quorum».

   «Una delle modalità di voto è l’astensione. – ha rimarcato a sua volta Mario Giordano – Lo hanno fatto tutti, esponenti sia di sinistra e sia di destra, invitando i cittadini all’astensione. Non si tratta assolutamente d’antidemocrazia, ma di scelta d’una delle modalità previste»

   «La portata di questo referendum? È uno strumento di democrazia diretta, per cui ciascuno decide quanta rilevanza dare. La fortuna è quella di rivolgersi direttamente ai cittadini. Per quanto mi riguarda, appoggio la linea del non andare a votare. Quattro referendum sul lavoro, a mio avviso, non sono incisivi e quello sulla cittadinanza è negativo. Perciò io, personalmente, non andrò a votare. Poi, ognuno è libero di pensarla come vuole».

Servizio e foto di

Alessandro Beccalossi

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METTI UNA SERA AL SANTUARIO https://lagazzetta-online.com/metti-una-sera-al-santuario/ https://lagazzetta-online.com/metti-una-sera-al-santuario/#respond Mon, 19 May 2025 19:28:19 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=16522 Le varie  eccellenze artistiche a Partenope   Veri e propri incontri graditissimi, hanno siglato “Metti una sera al Santuario “, splendido momento  d’arte musica e teatro, nell’  affascinante ‘Napule’ presso il Santuario dell’Immacolata a Chiaia di Via F.lli Magnoni. Grazie alla partecipazione straordinaria del soprano Tania Di Giorgio che ha condotto l’incontro insieme alla pianista Monica Vanin, sul palco sono saliti ospiti illustri quali Patrizio Oliva, Luciano Ceriello, Alessandro Maugeri, Pasquale Severino, Elisa Cantagallo, Carla Cavicchini,  Chloe Zang, Anna, Oledzka, Annarita Garofalo, Martina De Rosa, Chiara De Rosa, Carmen De Rosa, Domenico Di Conza, ricevendo  il prestigioso  premio “La palma d’oro.” L’evento unico e straordinario svolto in uno dei luoghi più iconici del culto mariano, uno  tra i più belli nella città del sole, ci  ha fatto immergere nella grande cultura locale e non solo grazie a  personaggi distinti per meriti vari, con sguardo attento nei confronti del sociale. Il risultato? Un forte messaggio d’amore e di pace in questo momento storico travagliato assai, colpito da guerre, riscaldamento globale  e disastri ambientali, con forte speranza di rinascita per un futuro migliore.      Patrizio Oliva non ha bisogno di molte presentazione mentre di fronte al folto pubblico racconta d’essere senz’altro  napoletano, con provenienza tuttavia di genitori calabresi. “La mia vita attuale? Direi decisamente intensa! Quella precedente? Beh…presumo interessante visto che nel mese di giugno la Rai inizierà le riprese del mio vissuto.” Simpatico e solare come tutte le persone del sud coi suoi capelli brizzolati  ben scolpiti, gli domandiamo del suo pugilato e di quello in generale, dal momento che lo considera altamente formativo. “Eh, certo, come no! Quando un ragazzino…parliamo d’un tredicenne circa visto che si inizia a quell’età… ha il coraggio di salire sul ring trovandosi solo e puntando tutto su se stesso, ecco! ecco che in quel momento avviene la  crescita, quella straordinaria  scuola di  vita  che ti fa di ragionare da vincente, in ogni settore. Un esempio? Ai miei 4 figli ho fatto fare sport non a livello agonistico, bensì a livello educativo. Devi sapere che Alessandra, la prima che tirava di boxe con me, doveva fare uno dei concorsi più difficili in Italia: quello da diplomatico. Arrivo: “Figlia mia, adesso suona il gong, papà tuo scende e ti ritrovi sola col tuo avversario. Ecco, in  questo momento, devi puntare solamente sulle tue capacità, su come ti sei allenata e su  come ti sei comportata, dal momento  che il ring rappresenta la vita. E ricorda, non sperare mai che qualcuno ti aiuti, poiché questo non succederà mai! Parole interessanti e formative le sue come uno sprone maggiore, che porta ulteriormente  ad affinare noi stessi. “Esatto, sai come è andata a finire? Che ad Alessandra nel  mentre tutte le amiche la incitavano a smettere nella carriera diplomatica  pensando ai figli,  lei stessa, forte dei valori acquisiti, facendo  tutto di testa sua,  studia, studia ed ancora studia,  beh, oggi è console a New York. “ Che bello…ma è fantastico! L’orgoglio di papà suo sarà alle stelle!!! Sorrise adesso  Patrizio Oliva non nascondendo gli occhi lucidi del fiero, fierissimo papà Bene, ultima domanda visto che altre persone ti attendono per premiarti: oggigiorno sono molte le donne boxeur? “Si, decisamente, un numero che aumenta sempre più. Donne toste ancor più aggressive di noi uomini . Sai una cosa Carla? Personalmente ho visto un sacco di pugili paurosi sul ring, e mai, dico mai, una donna piena di paura! Addirittura si sfidano a volto aperto senza nemmeno darsi il buongiorno! Hai avuto modo anche di lavorare  anche con Cassius Clay? “No, l’ho conosciuto, però  essendo di due epoche diverse, lui del ’38, io del ’59…capisci. L’incontrai  a Milano in un programma di Gianni Minà assieme a Nino Benvenuti e credimi, trovarmi difronte a due veri e propri fari del pugilato…ho   già detto tutto. Una vera e propria fonte d’ispirazione. “ Incalzato più  tardi  da Tania Di Giorgio sui  suoi  trascorsi di quando era bimbo e poi fanciullo, racconta d’essere venuto dalle macerie dell’infanzia con seguito dello   sport ‘salvavita’ “ Oggi mi dedico ai ragazzi che hanno bisogno d’aiuto morale, psicologico e fisico e ricevere questo premio nella mia città,  mi fa estremamente piacere visto che la mia carriera è stata e continua ad essere un esempio per tanti giovani capaci di credere che la strada del successo sia quella veloce e comoda. Niente di più sbagliato, così si cresce senza carattere e senza spina dorsale. E’ basilare pertanto formare  una gioventù forte, capace d’accettare le proprie debolezze,  trasformandole in punti di forza. Oggigiorno esistono troppi ragazzi allo sbando, una vera e propria emergenza sociale dal momento che già a 13, 14 anni, delinquono senza provare emozioni. Le cause sono molteplici: in primis metterei la mancanza di una sana guida familiare, ed ancora questa scuola che dovrebbe prodigarsi maggiormente. Quello che avviene è molto pericoloso, così facendo perdi la propria identità verso un percorso estremamente superficiale mentre l’affetto, ‘ragà’, non si compra  con i soldi, bensì coi valori giusti!” E’ il momento della pausa musicale con Tania  elegantissima e magistrale come sempre, che  accorda le note della chitarra sino a trovarne l’intonazione. Seduta sulla sedia flette  regalmente il busto cantando  ora l’Ave Maria di Gomez, ora  Fratello Sole, Sorella Luna di Ritz Ortolani, ora Gabriel’s oboe di Ennio Morricone. A’ Vucchella’  di Francesco Paolo Tosti su parole di D’annunzio, è richiestissima facendo scrosciare letteralmente d’appalusi  il Santuario dell’Immacolata a Chiaia come del resto accade anche per Imagine di John Lennon. Beh…cavalli di razza si nasce!     Prosegue più tarda Patrizio  Oliva avvolto nel suo bel completo casual e raffinato, osservando che il lavoro degli insegnanti dovrebbe essere pagato molto ed ancora molto di più, “ dal momento che parliamo di educatori, e che la loro missione è anche quella di far ben crescere i fanciulli. D’obbligo il ritorno allo sport che, imponendo il rispetto delle regole, della solidarietà, tolleranza e disciplina  nei confronti dell’avversario,  attua automaticamente  quella forma di  educazione civica nei confronti di leggi, ambiente e persona in generale, con

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Le varie  eccellenze artistiche a Partenope

 

Veri e propri incontri graditissimi, hanno siglato Metti una sera al Santuario “, splendido momento  d’arte musica e teatro, nell’  affascinante ‘Napule’ presso il Santuario dell’Immacolata a Chiaia di Via F.lli Magnoni.

Grazie alla partecipazione straordinaria del soprano Tania Di Giorgio che ha condotto l’incontro insieme alla pianista Monica Vanin, sul palco sono saliti ospiti illustri quali Patrizio Oliva, Luciano Ceriello, Alessandro Maugeri, Pasquale Severino, Elisa Cantagallo, Carla Cavicchini,  Chloe Zang, Anna, Oledzka, Annarita Garofalo, Martina De Rosa, Chiara De Rosa, Carmen De Rosa, Domenico Di Conza, ricevendo  il prestigioso  premio “La palma d’oro.”

L’evento unico e straordinario svolto in uno dei luoghi più iconici del culto mariano, uno  tra i più belli nella città del sole, ci  ha fatto immergere nella grande cultura locale e non solo grazie a  personaggi distinti per meriti vari, con sguardo attento nei confronti del sociale. Il risultato? Un forte messaggio d’amore e di pace in questo momento storico travagliato assai, colpito da guerre, riscaldamento globale  e disastri ambientali, con forte speranza di rinascita per un futuro migliore. 

 

 

Patrizio Oliva non ha bisogno di molte presentazione mentre di fronte al folto pubblico racconta d’essere senz’altro  napoletano, con provenienza tuttavia di genitori calabresi.

“La mia vita attuale? Direi decisamente intensa! Quella precedente? Beh…presumo interessante visto che nel mese di giugno la Rai inizierà le riprese del mio vissuto.”

Simpatico e solare come tutte le persone del sud coi suoi capelli brizzolati  ben scolpiti, gli domandiamo del suo pugilato e di quello in generale, dal momento che lo considera altamente formativo.

Eh, certo, come no! Quando un ragazzino…parliamo d’un tredicenne circa visto che si inizia a quell’età… ha il coraggio di salire sul ring trovandosi solo e puntando tutto su se stesso, ecco! ecco che in quel momento avviene la  crescita, quella straordinaria  scuola di  vita  che ti fa di ragionare da vincente, in ogni settore. Un esempio? Ai miei 4 figli ho fatto fare sport non a livello agonistico, bensì a livello educativo. Devi sapere che Alessandra, la prima che tirava di boxe con me, doveva fare uno dei concorsi più difficili in Italia: quello da diplomatico. Arrivo: “Figlia mia, adesso suona il gong, papà tuo scende e ti ritrovi sola col tuo avversario. Ecco, in  questo momento, devi puntare solamente sulle tue capacità, su come ti sei allenata e su  come ti sei comportata, dal momento  che il ring rappresenta la vita. E ricorda, non sperare mai che qualcuno ti aiuti, poiché questo non succederà mai!

Parole interessanti e formative le sue come uno sprone maggiore, che porta ulteriormente  ad affinare noi stessi.

“Esatto, sai come è andata a finire? Che ad Alessandra nel  mentre tutte le amiche la incitavano a smettere nella carriera diplomatica  pensando ai figli,  lei stessa, forte dei valori acquisiti, facendo  tutto di testa sua,  studia, studia ed ancora studia,  beh, oggi è console a New York. “

Che bello…ma è fantastico! L’orgoglio di papà suo sarà alle stelle!!!

Sorrise adesso  Patrizio Oliva non nascondendo gli occhi lucidi del fiero, fierissimo papà

Bene, ultima domanda visto che altre persone ti attendono per premiarti: oggigiorno sono molte le donne boxeur?

Si, decisamente, un numero che aumenta sempre più. Donne toste ancor più aggressive di noi uomini . Sai una cosa Carla? Personalmente ho visto un sacco di pugili paurosi sul ring, e mai, dico mai, una donna piena di paura! Addirittura si sfidano a volto aperto senza nemmeno darsi il buongiorno!

Hai avuto modo anche di lavorare  anche con Cassius Clay?

No, l’ho conosciuto, però  essendo di due epoche diverse, lui del ’38, io del ’59…capisci. L’incontrai  a Milano in un programma di Gianni Minà assieme a Nino Benvenuti e credimi, trovarmi difronte a due veri e propri fari del pugilato…ho   già detto tutto. Una vera e propria fonte d’ispirazione. “

Incalzato più  tardi  da Tania Di Giorgio sui  suoi  trascorsi di quando era bimbo e poi fanciullo, racconta d’essere venuto dalle macerie dell’infanzia con seguito dello   sport ‘salvavita’

Oggi mi dedico ai ragazzi che hanno bisogno d’aiuto morale, psicologico e fisico e ricevere questo premio nella mia città,  mi fa estremamente piacere visto che la mia carriera è stata e continua ad essere un esempio per tanti giovani capaci di credere che la strada del successo sia quella veloce e comoda. Niente di più sbagliato, così si cresce senza carattere e senza spina dorsale.

E’ basilare pertanto formare  una gioventù forte, capace d’accettare le proprie debolezze,  trasformandole in punti di forza. Oggigiorno esistono troppi ragazzi allo sbando, una vera e propria emergenza sociale dal momento che già a 13, 14 anni, delinquono senza provare emozioni. Le cause sono molteplici: in primis metterei la mancanza di una sana guida familiare, ed ancora questa scuola che dovrebbe prodigarsi maggiormente. Quello che avviene è molto pericoloso, così facendo perdi la propria identità verso un percorso estremamente superficiale mentre l’affetto, ‘ragà’, non si compra  con i soldi, bensì coi valori giusti!”

E’ il momento della pausa musicale con Tania  elegantissima e magistrale come sempre, che  accorda le note della chitarra sino a trovarne l’intonazione. Seduta sulla sedia flette  regalmente il busto cantando  ora l’Ave Maria di Gomez, ora  Fratello Sole, Sorella Luna di Ritz Ortolani, ora Gabriel’s oboe di Ennio Morricone.

A’ Vucchella’  di Francesco Paolo Tosti su parole di D’annunzio, è richiestissima facendo scrosciare letteralmente d’appalusi  il Santuario dell’Immacolata a Chiaia come del resto accade anche per Imagine di John Lennon. Beh…cavalli di razza si nasce!    

Prosegue più tarda Patrizio  Oliva avvolto nel suo bel completo casual e raffinato, osservando che il lavoro degli insegnanti dovrebbe essere pagato molto ed ancora molto di più, “ dal momento che parliamo di educatori, e che la loro missione è anche quella di far ben crescere i fanciulli. D’obbligo il ritorno allo sport che, imponendo il rispetto delle regole, della solidarietà, tolleranza e disciplina  nei confronti dell’avversario,  attua automaticamente  quella forma di  educazione civica nei confronti di leggi, ambiente e persona in generale, con risultato di cittadini decisamente  superiori.”

Prima  ha parlato di ‘Milleculture’…cos’è esattamente?

“Milleculture è una società – palestra   nata  con Diego Occhiuzzi, bravissimo schermitore olimpico, che  accoglie gratuitamente i bisognosi facendo fare loro sport gratis. E con un pizzico d’orgoglio, preciso che tale struttura pur essendo veramente molto bella ed organizzata,  le persone  pagano rette decisamente basse, praticando discipline svariate assai quali pugilato, karatè, danza artistica, corpo libero,  judò ed ancora molto altro, in compagnia di buon fitness.

E quindi ti chiedo: lo sport è o non è un diritto di tutti? “

 Carla Cavicchini

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Intervista con Giuseppe Bellantonio https://lagazzetta-online.com/intervista-con-giuseppe-bellantonio/ https://lagazzetta-online.com/intervista-con-giuseppe-bellantonio/#respond Thu, 20 Mar 2025 18:08:31 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=16038 La Massoneria in Italia, 2 intervista a Giuseppe Bellantonio, Presidente della Comunione di Piazza del Gesù Interviste & Opinioni Albero della vita Di Redazione Del 20 Marzo 2025 alle ore 13:19 Notizie e curiosità, al pari di eventi di cronaca spicciola, richiamano con frequenza alla Massoneria, ai suoi contenuti storici, filosofici, etici e morali, ma anche a tutta una serie di interrogativi che sembrano renderne il futuro ancorché prossimo quantomeno incerto e contrassegnato da ostacoli. Oggi pubblichiamo in esclusiva nazionale su questo quotidiano, ‘Il Corriere Nazionale, la seconda parte di una intervista a Giuseppe Bellantonio di Torradrano, Presidente della storica “Comunione di Piazza del Gesù” oltre che dell’ “Accademia di Alta Cultura” e Gran Maestro della ”Serenissima Gran Loggia Nazionale Italiana degli Antichi Liberi ed Accettati Massoni”. Prima intervista al seguente link Lo scopo del nostro Network è quello di offrire elementi chiari di lettura non solo ai curiosi e agli studiosi, ma soprattutto a quanti – già inseriti nei più diversi contesti che alla Libera Muratorìa possano più o meno esplicitamente richiamarsi – hanno visioni incomplete quando non confliggenti e persino parcellizzate da bizantinismi interpretativi o applicativi. (seconda e ultima parte) D: Può darci alcuni chiarimenti specifici? È noto che nel 1717, a Londra, quattro Logge si riunirono – come usava allora – nella birreria ‘The Goose and Gridiron’ decidendo di fondare la Gran Loggia di Londra. Questo è l’atto di nascita della massoneria speculativa ‘moderna’ ben distinta dalla tradizionale libera muratorìa medievale (quella degli operativi, dei costruttori). Questa Gran Loggia divenne il modello di immediato riferimento non solo per la Massoneria inglese ma, con grande rapidità per la Massoneria europea. E non solo, se pensiamo alla costituzione del Supremo Consiglio degli Stati Uniti d’America nel 1801 a Charleston: dalla sera alla mattina, nottetempo, spuntarono SGIG 33°  Il 1717 non sta a indicare soltanto la nascita della c.d. ‘Massoneria Moderna’, eminentemente speculativa, determinata sotto l’egida operativa della Royal Society e quindi sotto la diretta protezione e il sostegno, della Corona Inglese, come lo è tuttora. La data è anche storica tanto per la nascita della Gran Loggia di Londra, ma anche per il rapido avvio del c.d.  sistema delle Grandi Logge, saldatosi nel 1813 con la nascita della United Grand Lodge of England grazie all’unione dei ‘Moderns’ e degli Antients’. Fin qui tutte cose ben note. Meno noto è che con il sistema delle Grandi Logge, le Logge che vi confluivano – e che fino allora avevano goduto di Autonomia, Libertà, Indipendenza e Sovranità – persero tali prerogative, divenute così mere citazioni del tutto simboliche quanto inconcrete (come spesso ho sostenuto, forzando la mano, soldatini in ordine e bella uniforme, con il fuciletto sulle spalle. Ma con il turacciolo sulla punta). Le Logge, in barba alle loro singole prerogative, divennero così ‘sottomesse e obbedienti’ a una Gran Loggia e ai suoi vari organi dirigenti (Gran Maestranza e Gran Loggia di amministrazione), come pure vennero sottoposte a un insieme di tariffazioni, per cui tutto diveniva ‘concessione’ a fronte della quale andava corrisposto un qualche contributo. Faccio un esempio personale quanto banale: se il mio percorso all’interno della struttura è proficuo, così da meritare il riconoscimento di un qualche grado, perché al conferimento di questo devo pagare? Ossia, ‘tu’ mi premi e io devo pagare? Ecco, uno dei mali attuali: l’iscritto, l’aderente, alla fin fine è un utile soggetto pagante che, spesso, non trova contropartite di qualità. Uno degli strumenti utilizzati per sostenere queste dinamiche, sono stati i famosi (o famigerati…) ‘riconoscimenti’ per perseguire i quali si acconsentiva ad accettare la sudditanza da un soggetto che era riuscito a triangolare riconoscimenti e amicizie disciplinate da trattai ufficiali (ma, guarda caso, non tutti i Trattati sono buoni…). Sudditanza che è collocata fermamente all’opposto delle originarie autonomie di libertà, autonomia, indipendenza, sovranità. Cedute a una qualche Gran Loggia dalla quale poi dipendere non solo amministrativamente ma anche ritualisticamente. Ma le storture sono anche altre: torniamo al pratico adeguarsi a uno standard stabilito altrove, come pure ‘beandoci’ indirettamente di un qualche ‘riconoscimento’ in capo alla struttura cui la mia Loggia fa vertice. Mi segua, per favore: mi iscrivo a una Loggia Italiana; il suo capo è denominato presidente o venerabile; la Loggia inizia a operare autonomamente godendo delle prerogative e autonomie sopra indicate, sotto il coordinamento del presidente/venerabile; un bel giorno, questa struttura decide di aderire a una struttura più grande e organizzata, una Grande Loggia, ‘facendo vertice’ sulla stessa; i meccanismi standard comunemente seguiti prevedono una specifica richiesta dell’aderente e una nota di corredo sottoscritta da tutti i componenti che esprimono obbedienza e sottomissione al legale rappresentate di detta Gran Loggia e alla Gran Loggia stessa, accettandone ogni norma vigente. Seguendo la trafila – sempre basandoci su una semplice unità, la Loggia – abbiamo: sette Fratelli costituiscono una Loggia regolare; tra di loro designano un Presidente/Venerabile per coordinarli e dirigerli nel pieno dei loro diritti e delle loro prerogative; a un certo punto, rinunciandovi, fanno vertice su una Gran Loggia, il cui GM diventa il loro vertice sacrificando anche parte dell’autorità del Venerabile; se questa Gran Loggia è legata al sistema (ambito…) dei ‘riconoscimenti’ la stessa fa chapeau! All’ente da cui viene riconosciuta, dal quale inizierà a prendere disposizioni e quindi agendo in conformità; scavalcata l’autorità del Venerabile a favore del GM e scavalcato questo dagli accordi spesso vincolanti con l’ente estero che rilascia il ‘riconoscimento’, il semplice Fratello membro di quella Loggia ed elemento portante delle stessa si trova ad avere come proprio punto apicale di riferimento un Gentile Dignitario straniero. Che con l’iniziale energia propulsiva costituente la Loggia, non c’entra proprio. Io ho iniziato il mio percorso su questo Mondo chiamato Terra – anche se posso sentirmi ‘cittadino di un più ampio Universo’ – e francamente di appartenere a una sorta di ‘catena’ che alla fine si scappella davanti al Princeps Venusiano sol perché costui mi dà la formula dei friarielli intergalattici sempre croccanti, facendomi entrare nel novero dei miracolati detentori di tale succulenta formula, ce ne corre e molto. Attenzione, Direttore, non sto ‘dissacrando’, sto solo semplificando e di molto architetture che nel tempo hanno determinato

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La Massoneria in Italia, 2 intervista a Giuseppe Bellantonio, Presidente della Comunione di Piazza del Gesù

Interviste & Opinioni

Di 

Notizie e curiosità, al pari di eventi di cronaca spicciola, richiamano con frequenza alla Massoneria, ai suoi contenuti storici, filosofici, etici e morali, ma anche a tutta una serie di interrogativi che sembrano renderne il futuro ancorché prossimo quantomeno incerto e contrassegnato da ostacoli.

Oggi pubblichiamo in esclusiva nazionale su questo quotidiano, ‘Il Corriere Nazionale, la seconda parte di una intervista a Giuseppe Bellantonio di Torradrano, Presidente della storica “Comunione di Piazza del Gesù” oltre che dell’ “Accademia di Alta Cultura” e Gran Maestro della ”Serenissima Gran Loggia Nazionale Italiana degli Antichi Liberi ed Accettati Massoni”.

Prima intervista al seguente link

Lo scopo del nostro Network è quello di offrire elementi chiari di lettura non solo ai curiosi e agli studiosi, ma soprattutto a quanti – già inseriti nei più diversi contesti che alla Libera Muratorìa possano più o meno esplicitamente richiamarsi – hanno visioni incomplete quando non confliggenti e persino parcellizzate da bizantinismi interpretativi o applicativi.

(seconda e ultima parte)

D: Può darci alcuni chiarimenti specifici?

È noto che nel 1717, a Londra, quattro Logge si riunirono – come usava allora – nella birreria ‘The Goose and Gridiron’ decidendo di fondare la Gran Loggia di Londra.

Questo è l’atto di nascita della massoneria speculativa ‘moderna’ ben distinta dalla tradizionale libera muratorìa medievale (quella degli operativi, dei costruttori). Questa Gran Loggia divenne il modello di immediato riferimento non solo per la Massoneria inglese ma, con grande rapidità per la Massoneria europea. E non solo, se pensiamo alla costituzione del Supremo Consiglio degli Stati Uniti d’America nel 1801 a Charleston: dalla sera alla mattina, nottetempo, spuntarono SGIG 33°  Il 1717 non sta a indicare soltanto la nascita della c.d. ‘Massoneria Moderna’, eminentemente speculativa, determinata sotto l’egida operativa della Royal Society e quindi sotto la diretta protezione e il sostegno, della Corona Inglese, come lo è tuttora. La data è anche storica tanto per la nascita della Gran Loggia di Londra, ma anche per il rapido avvio del c.d.  sistema delle Grandi Logge, saldatosi nel 1813 con la nascita della United Grand Lodge of England grazie all’unione dei ‘Moderns’ e degli Antients’. Fin qui tutte cose ben note.

Meno noto è che con il sistema delle Grandi Logge, le Logge che vi confluivano – e che fino allora avevano goduto di AutonomiaLibertàIndipendenza e Sovranità – persero tali prerogative, divenute così mere citazioni del tutto simboliche quanto inconcrete (come spesso ho sostenuto, forzando la mano, soldatini in ordine e bella uniforme, con il fuciletto sulle spalle. Ma con il turacciolo sulla punta). Le Logge, in barba alle loro singole prerogative, divennero così ‘sottomesse e obbedienti’ a una Gran Loggia e ai suoi vari organi dirigenti (Gran Maestranza e Gran Loggia di amministrazione), come pure vennero sottoposte a un insieme di tariffazioni, per cui tutto diveniva ‘concessione’ a fronte della quale andava corrisposto un qualche contributo. Faccio un esempio personale quanto banale: se il mio percorso all’interno della struttura è proficuo, così da meritare il riconoscimento di un qualche grado, perché al conferimento di questo devo pagare? Ossia, ‘tu’ mi premi e io devo pagare? Ecco, uno dei mali attuali: l’iscritto, l’aderente, alla fin fine è un utile soggetto pagante che, spesso, non trova contropartite di qualità.

Uno degli strumenti utilizzati per sostenere queste dinamiche, sono stati i famosi (o famigerati…) ‘riconoscimenti’ per perseguire i quali si acconsentiva ad accettare la sudditanza da un soggetto che era riuscito a triangolare riconoscimenti e amicizie disciplinate da trattai ufficiali (ma, guarda caso, non tutti i Trattati sono buoni…). Sudditanza che è collocata fermamente all’opposto delle originarie autonomie di libertà, autonomia, indipendenza, sovranità. Cedute a una qualche Gran Loggia dalla quale poi dipendere non solo amministrativamente ma anche ritualisticamente. Ma le storture sono anche altre: torniamo al pratico adeguarsi a uno standard stabilito altrove, come pure ‘beandoci’ indirettamente di un qualche ‘riconoscimento’ in capo alla struttura cui la mia Loggia fa vertice. Mi segua, per favore: mi iscrivo a una Loggia Italiana; il suo capo è denominato presidente o venerabile; la Loggia inizia a operare autonomamente godendo delle prerogative e autonomie sopra indicate, sotto il coordinamento del presidente/venerabile; un bel giorno, questa struttura decide di aderire a una struttura più grande e organizzata, una Grande Loggia, ‘facendo vertice’ sulla stessa; i meccanismi standard comunemente seguiti prevedono una specifica richiesta dell’aderente e una nota di corredo sottoscritta da tutti i componenti che esprimono obbedienza e sottomissione al legale rappresentate di detta Gran Loggia e alla Gran Loggia stessa, accettandone ogni norma vigente. Seguendo la trafila – sempre basandoci su una semplice unità, la Loggia – abbiamo: sette Fratelli costituiscono una Loggia regolare; tra di loro designano un Presidente/Venerabile per coordinarli e dirigerli nel pieno dei loro diritti e delle loro prerogative; a un certo punto, rinunciandovi, fanno vertice su una Gran Loggia, il cui GM diventa il loro vertice sacrificando anche parte dell’autorità del Venerabile; se questa Gran Loggia è legata al sistema (ambito…) dei ‘riconoscimenti’ la stessa fa chapeau! All’ente da cui viene riconosciuta, dal quale inizierà a prendere disposizioni e quindi agendo in conformità; scavalcata l’autorità del Venerabile a favore del GM e scavalcato questo dagli accordi spesso vincolanti con l’ente estero che rilascia il ‘riconoscimento’, il semplice Fratello membro di quella Loggia ed elemento portante delle stessa si trova ad avere come proprio punto apicale di riferimento un Gentile Dignitario straniero.

Che con l’iniziale energia propulsiva costituente la Loggia, non c’entra proprio. Io ho iniziato il mio percorso su questo Mondo chiamato Terra – anche se posso sentirmi ‘cittadino di un più ampio Universo’ – e francamente di appartenere a una sorta di ‘catena’ che alla fine si scappella davanti al Princeps Venusiano sol perché costui mi dà la formula dei friarielli intergalattici sempre croccanti, facendomi entrare nel novero dei miracolati detentori di tale succulenta formula, ce ne corre e molto.

Attenzione, Direttore, non sto ‘dissacrando’, sto solo semplificando e di molto architetture che nel tempo hanno determinato la corrosione delle vere, autentiche, radici di quell’Albero Iniziatico della Vita a noi tanto caro. In sintesi estrema, di fronte a episodi/situazioni spiacevoli – di fronte alle quali con rammarico si deve prendere atto che non sussistono più i presupposti a fronte dell’originaria adesione a una Gran Loggia – la Loggia, nel pieno della propria insindacabile autorevolezza, comunica in debita forma che essa riprende il proprio autonomo percorso iniziatico e amministrativo.  È il modo legale e rituale perché delle Logge non più consenzienti si possano riappropriare delle proprie autonomie e prerogative, opponendosi alle prepotenze gestionali e alle trasgressioni ritualistico-amministrative: nel più corretto e deciso dei modi. Massonicamente. Vorrei spendere una parola nell’interesse di quei Fratelli che, pur regolarmente Iniziati, non sono ancora aggregati.

Tre Fratelli Maestri possono costituire il nerbo di una Loggia: ossia, un Triangolo. Da 4 a 5 Fratelli possono costituire una Loggia Imperfetta. Minimo 7 Fratelli, titolari dei Gradi simbolici – 1,2,3 – richiesti, possono costituire una Loggia Perfetta o ‘costituita in debita forma’, Anche corrente con l’acronimo R.L. ossia Regolare Loggia. Qualcuno che ha operato in tal senso, si è sentito dire da altre Logge: non puoi operare se io (stiamo parlando di Logge…) che già opero non ti riconosco ufficialmente come regolarmente operante. Con realismo, dico: BAGGIANATE! La Loggia neocostituitasi non ha bisogno di alcunché, salvo la necessaria documentazione costitutiva prevista (ricognizioni, verbali, ecc.) e, ovviamente, deve operare secondo le norme di Legge.

Una volta costituitasi è opportuno che assuma veste legale censendosi con Atto notarile ovvero con Registrazione alla AA.EE. ricevendo un regolare contrassegno fiscalmente utile. Tutto ciò ci pone davanti a una Loggia, costituita sotto forma di associazione, regolarmente presente e regolarmente operante: esiste, ed è vitale. Vogliamo parlare allora dei sofismi legati al concetto di REGOLARITA’ MASSONICA?  L’assunto è essenziale: è regolare chi operi regolarmente, ossia seguendo le prescrizioni previste (e non da oggi). Non c’è Supremo Consiglio (specie di RSAA) che possa operare senza una base simbolica, mentre un Ordine può tranquillamente operare senza doversi poi riferire a un Rito. Ordine e Rito sono Corpi tra di loro autonomi e indipendenti, così che non possa esservi ‘confusione’ di attribuzioni tra di loro. Un Gran Maestro non può ricoprire contemporaneamente anche un ruolo apicale nel Supremo Consiglio di riferimento, e viceversa. Tra Ordine e Rito è opportuno un Protocollo di Relazioni che disciplini i rapporti tra le parti: a scanso di equivoci. Il disciplinare più preciso è quello che riguarda l’operatività del Corpo Azzurro degli ALAM: se si è ‘scozzesi’, ossia si pratica il RSAA, non si può che operare – nell’Ordine – se non seguendo il percorso degli ALAM, con tutte le sue prescrizioni operativo-ritualistiche.

D: Lei parla sempre di Fratelli, e mai di Sorelle. C’è un motivo?

R: La Fratellanza massonica è complessivamente costituita dai Fratelli. Ma ove operino delle Sorelle congiuntamente ai Fratelli, ci troviamo lo stesso al cospetto di una… Fratellanza! Si parla di Sorellanza (Sorority in inglese) solo quando il contesto è unicamente femminile. Quindi, parlare di Fratelli e Fratellanza, include e non esclude l’universo massonico femminile. Attribuisco molta importanza al mondo iniziatico femminile, che negli ultimi anni ha ottenuto riconoscimenti significativi anche da parte di chi, come la UGLE, ha emendato i tanti divieti che per 300 anni l’hanno condizionata e hanno condizionato la vera universalità massonica. Un cambio di posizione molto importante, ma discutibile nelle modalità, essendosi preferito allinearla a questioni ‘moderne e contemporanee’ legate al genere piuttosto che non alle capacità e al notevolissimo contributo anche esperienziale che dal quel contesto ci giunge con forza e passione.  

D: Il panorama appare molto complesso, frastagliato, talvolta quasi indecifrabile e preda di una confusione dai tratti inconcreti e non di rado biliosi… Lei può aiutare i nostri Lettori a meglio comprendere questa incresciosa situazione?

R: Pregiatissimo Direttore… mi permetta di non entrare nella specificità di questo o quel contesto, ma di proseguire per linee generali e in via strettamente personale, basandomi unicamente su elementi storici, rapidamente verificabili da ciascun interessato. Sì: in Italia, nella Massoneria Italiana, stanno accadendo – e non da oggi – cose sgradevoli: solo apparentemente fatti episodici, ma in realtà un fluire e un sovrapporsi di situazioni che hanno determinato guasti consistenti, persino irreversibili a mio avviso. Tali, pur nella loro complessità, che posso sostenere che – nello smarrimento e scoramento dei più – di Nobili Ideali, di Antiche Tradizioni, di Alti Valori, di Spiritualità, di Generosità, di Amore Fraterno, di libera capacità analitica e valutativa, di Sensibilità Spirituale, ne è rimasta solo ben labile traccia.

Doti e qualità, quelle poco sopra citate, che fanno indiscutibilmente e necessariamente parte del bagaglio iniziatico e umano di ogni autentico Libero Muratore. E sottolineo il termine autentico, poiché è lì la chiave di volta di quella che Steiner definiva – e oggi avrebbe continuato a definire, con maggior enfasi – “degenerescenza della massoneria”. Tesserati, iscritti e quant’altro li possiamo trovare in cento, mille, associazioni o altre formule aggregative: ma Persone che dentro di loro abbiamo bene evidenti e scolpiti principi, stili di vita e modi di essere – poiché essere massoni, è un modo d’essere: con certe particolare energie, si nasce – attraverso i quali perseguire sì un luminoso percorso di crescita, ma mettendolo a disposizione del progresso dell’umanità. Mi creda: sembra un concetto pomposo, ma in realtà è semplice e sontuoso nella sua macro-valenza.  Oggi è sotto gli occhi di tutti come le più belle possibilità, le più dignitose intenzioni, sono state sopraffatte da materialità, chiacchiericcio, risentimenti e rancori profondi, volgarità, violazioni dello spirito e della lettera di norme e disposizioni che fanno parte della Tradizione Massonica in generale: così violata e violentata. Interessi particolari si sono fatti largo con prepotenza… tentando di far credere che dei semplici polli possano assurgere alla maestosità di una possente aquila.

La cosa che sgomenta è la ridda di interventi che, anche con le migliori intenzioni si susseguono, ma che nel loro pur articolato complesso hanno un difetto che trascende la buona volontà dei soggetti coinvolti. Mi riferisco alla scarsa conoscenza di norme, regole, riti e soprattutto di procedure pratiche tra le quali muoversi in modo capace e non temerario. Faccio l’esempio con i codici che regolano il Diritto in Italia: civile, penale, procedura civile, procedura penale, amministrativo, commerciale, della strada… Ecco, anche la Massoneria ha i suoi codici, i suoi percorsi – scritti e, talvolta, non -, ‘procedure massoniche’ le chiamerei, e sono gli standard normativi e comportamentali acquisiti nel tempo: proprio disciplinati dal 1700 in poi (visto che quanto esisteva prima andò distrutto nel corso di più ‘misteriosi’ incendi che afflissero Londra). Parto nuovamente da un normale contesto massonico: come nasce questo? In modo solenne, con un Atto registrato tramite notaio o con deposito a una AAEE.

Legalmente è questo l’Atto di nascita dell’ente/associazione, in adesione alle specifiche Leggi che regolano tali formule associative. Così che qualunque associazione, anche massonica, che sia conforme a tali prescrizioni, è di per sé stessa “legale e regolare”. E questo è un primo punto. Il secondo è quello che costituzioni e regolamenti interni tendono a sviluppare e disciplinare al proprio interno le norme di cui allo Statuto Sociale, in parte adattandole a schemi antichi al fine di non smarrire il nesso casuale tra passato e presente, specie quanto qualcuno possa fare riferimento storico-successorio a un pregresso spesso nebuloso, irreale, fittizio: perché se la Massoneria è la ‘mamma’, i ‘papà’ sono invero tanti, e le operazioni di fecondazione artificiale, più o meno assistita, non sono mai mancate. Al pari di quelle vere e proprie creature ‘mostruose’ nate da interventi ‘irregolari se non illeciti’. Il contesto, in verità, è storicamente segnato dai molti ‘aborti’ più o meno spontanei: ma sono tutti aborti che hanno visto l’assoluto spreco di mezzi e risorse umane; poi, è ovvio che ciascuno può andare dove crede, dove lui ritenga di star bene. Nel conteso delle richiamate norme, c’è una certezza e c’è anche una falla. La certezza è che le norme generali prevedono che si sia rispettosi e fedeli – tanto per la forma che per la sostanza – alle Leggi dello Stato in cui si opera. Ma non di rado, qualcuno, furbescamente, agisce cicero pro domo sua: modificando qui e là, depotenziando questa o quell’altra norma di Legge. Nel ginepraio che ne può derivare è bene orientarsi sul terreno delle certezze. Vado a concludere, Direttore.

Parlando di Ordine e Rito, nei nostri contesti più densi di storia vera e non di storielle compiacenti e farlocche, è uso trattare di un Ordine e di un Rito che fanno riferimento a un unico gruppo, più o meno coeso: ossia, un Ordine e un Rito, concorsuali l’un l’altro, nati da uno stesso ‘utero’. Andando in punta di quella ‘regolarità’ sopra richiamata ricavata nel tempo nella gestione dei rapporti con ‘potenze’ estere, a un Ordine che si fregi di un riconoscimento (ovviamente quello della londinese UGLE) nello stesso contesto c’è un Rito che si avvale di un altro e diverso riconoscimento (quello, per intenderci, del Supremo Consiglio del RSAA di Washington). Fin qui, credo che ci siamo: due Corpi autonomi, sovrani e indipendenti pur se frutto di uno stesso utero, cui molti ‘padri’ hanno messo del loro nel tempo, anche redigendo il famoso quanto necessario Protocollo di Relazioni (senza il quale tutto sarebbe lasciato al caso).

Abbiamo detto che un Ordine senza Rito può esistere benissimo, così com’è chiaro – la casistica ne è colma – di Ordini che si avvalgono di questo ‘potere’ per segare i rapporti con il proprio Rito, qui esulando dalle motivazioni. In questo giochino perpetrato da un Ordine che si sente forte anche del famigerato ‘riconoscimento’, al Rito viene così a mancare il terreno sotto i piedi: decretandone, salvo altri tipi di operatività, la ‘morte’ per incompletezza, irregolarità, irritualità qualora questo rito-zoppo intendesse operare privo di una base simbolica. Ma… E il ma è grande come una casa! Ho detto che nell’ipotesi qui richiamata, e ce ne possono essere altre, tanto un Rito che un Ordine godono di rispettivi, autonomi riconoscimenti. Ma partendo dall’antico assunto che “chi pecora si fa, il lupo se la mangia”, riflettendo dico: ma dov’è scritto che un Rito – regolarmente operante e qualora possa ritenersi vittima di un qualcosa – non possa denunciare il Protocollo di Relazioni (se esistente) anche di fronte alle Potenze Estere (per intenderci, quelle che rilasciano quei documenti che si incorniciano a bella posta, chiamati ‘riconoscimenti’), enunciando e denunciando che l’Ordine tal dei tali, per gravi motivi (presumendo che ve ne siano) non è più quello concorrente alla formazione della propria Piramide Scozzese.

Agendo sempre con regolarità procedurale e ritualistica si potrà sollecitare quindi una immediata ricognizione da parte dell’ente normatore di Washington, ma si interesserà anche l’ente normativo dell’Ordine, per coinvolgerlo comunque nella situazione. Per non decadere il Supremo Consiglio dovrà necessariamente appoggiarsi ad altro ordine regolare (attenzione: le norme sono chiare nell’indicare ‘regolare’ piuttosto che non ‘riconosciuto’): anche in questo caso la soluzione è nelle Sacre Carte della storia. Si costituisce su ispirazione del Supremo Consiglio un Ordine Simbolico Temporaneo che agisca attraverso le Logge e le Camere Superiori che intendano proseguire a riferirsi a ‘quel’ Supremo Consiglio, a quel Rito, attraverso un SGIG anziano Delegato a un’azione di coordinamento quale Gran Maestro Provvisorio o Temporaneo il cui mandato sia quello di convocare una Gran Loggia di Amministrazione utile a dare forza e vigore al rapporto con un Ordine di riferimento diretto. Così consentendo al Supremo Consiglio (in carica e ‘riconosciuto’) di portare a compimento la propria missione a favore dei Fratelli Scozzesi. Nel contempo, fine degli abusi, cessazione delle litigiosità e quant’altro: rubano tempo, denaro ed energie preziose.

Quelle che si dovrebbero indirizzare e canalizzare verso gli interessi comuni espressi nel contesto della società civile. Così interessandosi in concreto delle tematiche e delle problematiche che attanagliano i Cittadini, riponendo evanescenze e qualunquismi.

D: Gran Maestro, lei sembra sicuro e persino tranquillizzante: offrendo soluzioni che comprendere le quali forse non tutti sono all’altezza.

R: Se ci sono dei problemi, vanno ricercate delle soluzioni. Non affrontare dei problemi per quello che sono, porta a soluzioni posticce: le famose ‘pezze a colori’. Bisogna avere il coraggio e la determinazione di affondare lo specillo nelle piaghe, se si mira alla guarigione.

Direttore, parlo anche per esperienze del mio vissuto diretto, anche e soprattutto a fianco di mio Padre Francesco Bellantonio, figura insigne e luminosa della Massoneria Italiana, ancora ben ricordato anche all’estero. Ci fu un momento in cui il Sovrano Vittorio Colao – a capo del Supremo Consiglio di casa GOI, e recando con sé la maggioranza dei membri Effettivi – non riconoscendosi più nei modi in cui quell’Ordine (che era di suo riferimento) operava, decise di chiedere alla Serenissima Gran Loggia Nazionale degli ALAM della Comunione di Piazza del Gesù, e quindi al Gran Maestro Francesco Bellantonio, di essere la base simbolica di riferimento.

E da Londra e Washington non si alzarono certo grida e nessuno si strappò le vesti! Anzi, tutt’altro. Purtroppo, dopo non molto tempo un tragico appuntamento con il destino, portò a prematura morte il Gran Maestro Francesco Bellantonio e – non molti mesi dopo – il Sovrano Vittorio Colao – ricordo: allora insediato come Sovrano del Supremo Consiglio in capo alla Comunione di Piazza del Gesù – lo seguì all’Oriente Eterno. Ma questa è altra pagina di una Storia che, alla Comunione di Piazza del Gesù, moltissimo ha offerto e moltissimo ha sottratto.

E il suo è stato un lungo percorso: il percorso stesso della Massoneria Italiana.  Egregio Direttore, mi auguro che i suoi Lettori possano trarre da questa intervista elementi per loro utili, e, nel ringraziarla, resto a sua disposizione: tanto per eventuali chiarimenti ove si rendessero necessari, anche in pubblico contraddittorio, che per organizzare – così come da lei proposto – convegni conoscitivi e divulgativi (ma per favore, lo dico con il sorriso: parliamo di cose utili e forse ‘nuove’, evitando di incancrenirci ulteriormente sul tema ’Chiesa e Massoneria’, ormai setacciato in ogni sua minima piega. Al netto della Storia e del suo scorrere, oggi ogni paragone è improponibile, non essendo la Massoneria una Chiesa, un’Assemblea di religiosi e di fedeli; due ambiti del tutto diversi specie operativamente, circa i quali potremo solo filosofeggiare e discettare davanti a un ottimo thè).

D: Ma c’è un obiettivo nella sua presenza e nella sua azione?

R: Si certo… Nel nostro ambito si va seguendo orme e percorsi antichi e quindi certi, adeguandoli e contestualizzandoli. Quindi ciò che di buono è stato fatto, non può essere certo gettato alle ortiche per colpa di incapaci e mestieranti (un po’ come il discorso del ‘gettare il bambino e l’acqua sporca’): e lei mi insegna che se c’è qualcosa che può smuovere le montagne, è la forza degli Ideali e la saldezza delle idee.  Il nostro ‘punto di svolta’ è il ricondurci al pensiero pratico della Schola Italica pitagorica, trasfusa e attualizzata alla realtà odierna nel cui contesto sosteniamo i Valori e le Tradizioni di migliaia e migliaia di anni di Civiltà e di Progresso: ma facciamo ciò sostenendo il senso di RINASCITA con rimodulazione e aggiornamenti che giovino a guardare con fiducia al futuro.

Siamo perennemente in marcia su questo sentiero, un percorso RIGENERANTE di RINASCITA che ci aiuti a prendere quota, a svettare, dalle ceneri. Obiettivo: ridare significato al valore dell’ARTE REALE, rimboccandoci le maniche e operando con costanza e fermezza. Tornando nuovamente Operai, Liberi Muratori Operativi nell’ambito di una nuova Grande Opera.  Qualcuno potrà sorprendersi: ma è questa la Massoneria? Sicuramente no: il suo messaggio può essere chiaro, ma essa “non è per tutti”; in linea di principio tutti possono pilotare un aereo, ma non tutti hanno le capacità e le competenze per pilotare un aereo. E questa non è certo discriminazione.

Grazie Direttore!

^^^^^^

Giuseppe Bellantonio – ®Tutti i diritti riservati, divieto di riproduzione e copia anche parziale.  A nome del nostro Network ringraziamo il Gran Maestro Bellantonio, rendendoci fin da ora disponibili a lanciare tutta una serie di incontri, dibattiti, tavole rotonde, utili a valorizzare e nobilitare quel prestigioso concetto di ARTE REALE che potrà riprendere la propria più corretta dimensione. Contesti ai quali favoriremo la più ampia partecipazione.

Antonio Peragine

[email protected]

 http://www.stampaparlamento.it

 

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Mimma Cucinotta intervista il regista Fabrizio Catalano https://lagazzetta-online.com/mimma-cucinotta-intervista-il-regista-fabrizio-catalano/ https://lagazzetta-online.com/mimma-cucinotta-intervista-il-regista-fabrizio-catalano/#respond Sat, 15 Mar 2025 16:32:27 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=15985 Verità e denuncia di Leonardo Sciascia: il regista Fabrizio Catalano prosegue l’opera del nonno Intrervista a cura di Mimma Cucinotta – direttore responsabile Paeseitaliapress.it Sommario: Una incursione nel mondo esplorativo e di denuncia di Sciascia.  L’indagine anche se in una mutazione di genere  è ancora in corso nella versione artistica in Italia e all’estero. La scomparsa di Majorana a Teatro e Todo Modo per la regia di Fabrizio Catalano brillante autore cinematografico, di saggi  spazi di opinione. Una delle poche, autentiche voci scomode rimaste.  Un sopravvissuto. Un irregolare. Sul filo  della intelligibilità densa e netta  di Leonardo Sciascia. Che di Fabrizio Catalano fu il nonno. Da un processo che guarda alla verità all’interno di una indagine di superamento del  pensare monolitico e pacificatore, esaltando le differenze  in una logica dialettica, Dunque quello di Sciascia, un viaggio verso la verità. Per la verità.  Uno scavo nel dubbio e nel mistero anche sfidando la scienza tra i massimi interpreti che con chirurgico preveggente spirito critico è senz’altro Leonardo Sciascia un viaggio verso la verità. Per la verità.  Uno scavo nel dubbio e nel mistero anche sfidando la scienza. Al centro il tragico. In un processo esplorativo nella storia della civiltà, la tessitura di costruzioni sociali e storiche sviluppa una trama che intreccia teorie del potere ad analisi trascinanti nel captare particolari minimi e grandi della realtà. Presentato nei suoi tratti fondamentali l’esame ridefinisce il “ritratto” contro costruzioni di verità surrogate intorno a dinamiche spesso accolte come certe, capaci di porre in essere un oscuramento della consapevolezza. Meccanismo  tendente  all’annullamento della ragione che diviene ostaggio della rappresentazione scenica di grande suggestione. Rappresentazione che azzera il dubbio. Interrogarsi  sulle pratiche di costruzione della verità restituisce valore al dubbio elemento fondante di ricerca infinita della verità. Verità come esperienza di indagine. Si pone chiaramente un approccio epistemologico alla questione.  Tra formulazione affermazione e analisi della realtà da un lato e, dall’altro una fenomelogia del mistero o appunto del dubbio legata al processo antropologico  del concetto di verità.  Ovvero un processo che guarda alla verità all’interno di una indagine conoscitiva di superamento del  pensare monolitico e pacificatore, esaltando le differenze  in una logica dialettica. Da cui il mondo delle emozioni, delle relazioni, della mente intesa non solo come ragione e, il mondo spirituale dell’uomo interagiscono dall’alto ad una verità generale. Diversamente da certa “conoscenza scientifica” che si afferma universale pretendendo essere riconosciuta tale,citando Raimon Panikkar Alemany (Barcellona, 2 novembre 1918 – Tavertet, 26 agosto 2010), filosofo, teologo, presbitero e scrittore spagnolo, di cultura indiana e spagnola. Noi “stiamo sopra”, a un livello sovrastante la realtà, secondo cui diversi orientamenti di pensiero possono accedere a distinte fonti intelligibili e concorrere alla comprensione della verità. Sosteneva così Panikkar mistico e teorico del pluralismo della verità.  La filosofia di un metodo per giungere alla verità da confluenze di studi epistemologici.  Un campo che ha suscitato fascinazione tra filosofi, letterati, poeti, scrittori  di tutte le epoche anche se non per tutti è emerso quel modo di percepire alcuni  aspetti dell’esistere e del morire per i quali fantasia, intuizione si traducono in immagini e vicende. Il cerchio della vita nel senso tragico della morte.  All’interno del concetto di anthrôpos l’ indagine filosofica dell’esistenza in un intreccio tra dubbio e verità. Il nastro si riavvolge intorno al processo esplorativo e primordiale delle civiltà. Indagine che non sottrae spazio alla denuncia negli attraversamenti di ogni epoca, secondo codici filosofico-sociologici, letterari o razionali. Analisi coincidenti si trovano negli attraversamenti filosofici di Pierfranco  Bruni, l’antropologo dallo sguardo epistemologico graffiante nei confronti della società, lungo una prospettiva di denuncia della verità  sul  piano esistenziale e metafisico. Citando (Arthur Schopenhauer 1788 – 1860) ” Chi ha giuste intuizioni in mezzo a cervelli confusi si trova come uno che abbia un orologio che funziona in una città dove tutti i campanili hanno orologi che vanno male. Lui solo conosce l’ora esatta, ma a che gli giova? Tutti si regolano secondo gli orologi della città che indicano l’ora sbagliata, persino chi è al corrente che solo il suo orologio segna l’ora giusta.” Nella nostra contemporaneità tra i massimi interpreti dei processi antropo-sociologici che coniugando letteratura e ragione ha analizzato profondamente la società del Novecento, con chirurgico preveggente spirito critico è senz’altro Leonardo Sciascia (Racalmuto, 8 gennaio 1921 – Palermo, 20 novembre 1989) scrittore, giornalista, saggista, drammaturgo, poeta, politico e critico d’arte italiano. Per il quale la rappresentazione della verità legata inscindilbilmente al senso del dubbio e quindi del mistero, afferma il potere della  ragione e della bellezza, in ragione del proprio temperamento schietto e avulso da ogni meccanismo sociale  mascherato e contradditorio. Male avverso alla società sfidato da Sciascia con rara capacità esplorativa dove l’intuizione, nel superamento del realismo critico si fonda al senso innato di giustezza proprio dello scrittore siciliano di Racalmuto. Il contrasto di Leonardo Sciascia, alla “proiezione scenica” di azzeramento del dubbio, fu di rilevante costanza e coerenza.  Nel 1988 un anno prima di morire dichiarò : ” Io ho dovuto fare i conti da trent’anni a questa parte, prima con coloro che non credevano o non volevano credere all’esistenza della mafia e ora con coloro che non vedono altro che mafia. Di volta in volta sono stato accusato di diffamare la Sicilia o di difenderla troppo; i fisici mi hanno accusato di vilipendere la scienza… Non sono infallibile; ma credo di aver detto qualche inoppugnabile verità. Ho sessantasette anni, ho da rimproverarmi e da rimpiangere tante cose; ma nessuna che abbia a che fare con la malafede, la vanità e gli interessi particolari. Non ho, lo riconosco, il dono dell’opportunità e della prudenza. Ma si è come si è.” Dunque quello di Sciascia, un viaggio verso la verità. Per la verità.  Uno scavo nel dubbio e nel mistero anche sfidando la scienza. Al centro il tragico.  “La scomparsa di Majorana”. Il dramma interiore dello scienziato svanito nel nulla nel 1938 a pochi mesi dallo  scoppio della  seconda Guerra Mondiale. Una scomparsa finora irrisolta all’interno di un conflitto psicologico vissuto da Ettore Majorana, fisico siciliano facente parte della equipe scientifica che scoprì l’arma più micidiale al mondo. La bomba atomica. Alla sparizione di Majorana, tradotta da molti in suicidio, Leonardo Sciascia

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Verità e denuncia di Leonardo Sciascia: il regista Fabrizio Catalano prosegue l’opera del nonno

Intrervista a cura di Mimma Cucinotta – direttore responsabile Paeseitaliapress.it

Sommario:
Una incursione nel mondo esplorativo e di denuncia di Sciascia.  L’indagine anche se in una mutazione di genere  è ancora in corso nella versione artistica in Italia e all’estero. La scomparsa di Majorana a Teatro e Todo Modo per la regia di Fabrizio Catalano brillante autore cinematografico, di saggi  spazi di opinione. Una delle poche, autentiche voci scomode rimaste.  Un sopravvissuto. Un irregolare. Sul filo  della intelligibilità densa e netta  di Leonardo Sciascia. Che di Fabrizio Catalano fu il nonno.

Da un processo che guarda alla verità all’interno di una indagine di superamento del  pensare monolitico e pacificatore, esaltando le differenze  in una logica dialettica,
Dunque quello di Sciascia, un viaggio verso la verità. Per la verità.  Uno scavo nel dubbio e nel mistero anche sfidando la scienza
tra i massimi interpreti che con chirurgico preveggente spirito critico è senz’altro Leonardo Sciascia un viaggio verso la verità. Per la verità.  Uno scavo nel dubbio e nel mistero anche sfidando la scienza. Al centro il tragico.

In un processo esplorativo nella storia della civiltà, la tessitura di costruzioni sociali e storiche sviluppa una trama che intreccia teorie del potere ad analisi trascinanti nel captare particolari minimi e grandi della realtà. Presentato nei suoi tratti fondamentali l’esame ridefinisce il “ritratto” contro costruzioni di verità surrogate intorno a dinamiche spesso accolte come certe, capaci di porre in essere un oscuramento della consapevolezza. Meccanismo  tendente  all’annullamento della ragione che diviene ostaggio della rappresentazione scenica di grande suggestione.
Rappresentazione che azzera il dubbio.

Interrogarsi  sulle pratiche di costruzione della verità restituisce valore al dubbio elemento fondante di ricerca infinita della verità.

Verità come esperienza di indagine.

Si pone chiaramente un approccio epistemologico alla questione.  Tra formulazione affermazione e analisi della realtà da un lato e, dall’altro una fenomelogia del mistero o appunto del dubbio legata al processo antropologico  del concetto di verità.  Ovvero un processo che guarda alla verità all’interno di una indagine conoscitiva di superamento del  pensare monolitico e pacificatore, esaltando le differenze  in una logica dialettica. Da cui il mondo delle emozioni, delle relazioni, della mente intesa non solo come ragione e, il mondo spirituale dell’uomo interagiscono dall’alto ad una verità generale.
Diversamente da certa “conoscenza scientifica” che si afferma universale pretendendo essere riconosciuta tale,citando Raimon Panikkar Alemany (Barcellona, 2 novembre 1918 – Tavertet, 26 agosto 2010), filosofo, teologo, presbitero e scrittore spagnolo, di cultura indiana e spagnola.
Noi “stiamo sopra”, a un livello sovrastante la realtà, secondo cui diversi orientamenti di pensiero possono accedere a distinte fonti intelligibili e concorrere alla comprensione della verità. Sosteneva così Panikkar mistico e teorico del pluralismo della verità. 
La filosofia di un metodo per giungere alla verità da confluenze di studi epistemologici. 
Un campo che ha suscitato fascinazione tra filosofi, letterati, poeti, scrittori  di tutte le epoche anche se non per tutti è emerso quel modo di percepire alcuni  aspetti dell’esistere e del morire per i quali fantasia, intuizione si traducono in immagini e vicende.

Il cerchio della vita nel senso tragico della morte.  All’interno del concetto di anthrôpos l’ indagine filosofica dell’esistenza in un intreccio tra dubbio e verità. Il nastro si riavvolge intorno al processo esplorativo e primordiale delle civiltà. Indagine che non sottrae spazio alla denuncia negli attraversamenti di ogni epoca, secondo codici filosofico-sociologici, letterari o razionali.

Analisi coincidenti si trovano negli attraversamenti filosofici di Pierfranco  Bruni, l’antropologo dallo sguardo epistemologico graffiante nei confronti della società, lungo una prospettiva di denuncia della verità  sul  piano esistenziale e metafisico.

Citando (Arthur Schopenhauer 1788 – 1860)

Chi ha giuste intuizioni in mezzo a cervelli confusi si trova come uno che abbia un orologio che funziona in una città dove tutti i campanili hanno orologi che vanno male. Lui solo conosce l’ora esatta, ma a che gli giova? Tutti si regolano secondo gli orologi della città che indicano l’ora sbagliata, persino chi è al corrente che solo il suo orologio segna l’ora giusta.”

Nella nostra contemporaneità tra i massimi interpreti dei processi antropo-sociologici che coniugando letteratura e ragione ha analizzato profondamente la società del Novecento, con chirurgico preveggente spirito critico è senz’altro Leonardo Sciascia (Racalmuto, 8 gennaio 1921 – Palermo, 20 novembre 1989) scrittore, giornalista, saggista, drammaturgo, poeta, politico e critico d’arte italiano.
Per il quale la rappresentazione della verità legata inscindilbilmente al senso del dubbio e quindi del mistero, afferma il potere della  ragione e della bellezza, in ragione del proprio temperamento schietto e avulso da ogni meccanismo sociale  mascherato e contradditorio. Male avverso alla società sfidato da Sciascia con rara capacità esplorativa dove l’intuizione, nel superamento del realismo critico si fonda al senso innato di giustezza proprio dello scrittore siciliano di Racalmuto.

Il contrasto di Leonardo Sciascia, alla “proiezione scenica” di azzeramento del dubbio, fu di rilevante costanza e coerenza.  Nel 1988 un anno prima di morire dichiarò : ” Io ho dovuto fare i conti da trent’anni a questa parte, prima con coloro che non credevano o non volevano credere all’esistenza della mafia e ora con coloro che non vedono altro che mafia. Di volta in volta sono stato accusato di diffamare la Sicilia o di difenderla troppo; i fisici mi hanno accusato di vilipendere la scienza…
Non sono infallibile; ma credo di aver detto qualche inoppugnabile verità. Ho sessantasette anni, ho da rimproverarmi e da rimpiangere tante cose; ma nessuna che abbia a che fare con la malafede, la vanità e gli interessi particolari. Non ho, lo riconosco, il dono dell’opportunità e della prudenza. Ma si è come si è.”

Dunque quello di Sciascia, un viaggio verso la verità. Per la verità.  Uno scavo nel dubbio e nel mistero anche sfidando la scienza. Al centro il tragico.  “La scomparsa di Majorana”. Il dramma interiore dello scienziato svanito nel nulla nel 1938 a pochi mesi dallo  scoppio della  seconda Guerra Mondiale. Una scomparsa finora irrisolta all’interno di un conflitto psicologico vissuto da Ettore Majorana, fisico siciliano facente parte della equipe scientifica che scoprì l’arma più micidiale al mondo. La bomba atomica. Alla sparizione di Majorana, tradotta da molti in suicidio, Leonardo Sciascia dedica una delle opere documentate più illuminanti della propria produzione letteraria e di inchiesta.
L’indagine anche se in una mutazione di genere  è ancora in corso nella versione artistica di recente in tournée per i teatri d’Italia.  Sta andando in scena fortemente ispirato al senso della vicenda di Majorana indagato da Sciascia, uno spettacolo teatrale secondo i principi di Sciascia:   non c’è futuro per l’umanità senza l’etica, senza la sincerità, senza la poesia.
La scomparsa di Majorana a Teatro,  per la regia di Fabrizio Catalano brillante autore di saggi e spazi di opinione sull’onda della intelligibilità  densa netta e carismatica di Leonardo Sciascia. Che di Fabrizio Catalano fu il nonno.
Fabrizio, che ha ormai alle spalle una trentennale e poliedrica carriera tra regie teatrali e cinematografiche, studioso del medievista francese analista del senso del tragico, Philippe Ariès  Philippe Ariès (1914 – 1984),
con incursioni nella letteratura, nella saggistica e nella traduzione dal francese di opere di  Georges Rodenbach, Émile Verhaeren, Auguste de Villers de l’Isle-Adam. Per la divulgazione della letteratura simbolista ha tradotto per la prima volta in italiano La canzone di Eva, opera classica mistica e sensoriale  scritta nel 1904 da Charles Van Lerberghes e musicata da Gabriel Fauré.  Todo modo,   tra le opere drammaturgiche di denuncia più espressive portate in scena da Catalano. Interpretata da nove attori,  l’irrefrenabile psicosi del potere, spietata  manifestazione degenerativa della società. Uno spettacolo imponente  compiutanemente in linea  alle premonizioni diremmo divinatorie di Sciascia nel suo romanzo giallo sullo sfondo delle controverse dinamiche socio-politiche e finanziarie che attraversarono l’italia degli anni di piombo.  Todo Modo edito da Einaudi nel 1974.

Ed ancora, una docufiction, “Irregular” sulle derive della società contemporanea girata in Bolivia. Un paese dal  “realismo magico e dimensione spirituale dell’esistenza negli accadimenti quotidiani…  in Bolivia  Fabrizio Catalano ha trovato una dimensione umana possibile …”. Così in un saggio densamente articolato uscito il 29 febbraio 2022  su Buttanissima Sicilia giornale irriverente, la giornalista Maria Pia Farinella nel delineare in punta di penna la figura del regista Catalano e il rapporto con un nonno “cosi speciale e così normale” che fu Leonardo Sciascia.

La pellicola rientra  tra  i lavori fortemente critici diretti da Fabrizio Catalano, una delle poche, autentiche voci scomode rimaste in Italia e in Europa. Un sopravvissuto. Appunto, un irregolare.

OGGI PIÙ CHE MAI, NON CI PUÒ ESSERE SCIENZA SENZA COSCIENZA.

A ottantasette anni dalla sparizione  di Ettore Majorana, fisico siciliano partito in nave da Palermo nel 1938 ma apparentemente mai giunto a Napoli, l’inchiesta di Leonardo Sciascia nel libro “La scomparsa di Majorana”  resta la tesi piu convincente .

Leonardo Sciascia
UN’IDEA MORTA PRODUCE PIÙ FANATISMO DI UN’IDEA VIVA

Chiediamo a Fabrizio Catalano regista dello spettacolo teatrale La scomparsa di Majorana tratto dall’omonimo romanzo di Sciascia in che modo dubbio mistero e verità riportano sulla scena il principio sociale oltre che culturale della questione  ?

FC. Per una serie di fattori, che vanno dalla paura di perdere il lavoro all’ansia di conservare piccole posizioni privilegiate, dal servilismo alla mancanza di contatto con la realtà, che è peraltro uno dei tratti caratteristici della società contemporanea, il teatro italiano sembra aver perso qualunque capacità di parlare di libertà e di giustizia, e di denunciare le pericolose contraddizioni del mondo in cui viviamo. Nessuno o quasi sembra voler correre il rischio di trattare argomenti che potrebbero risultare indigesti al Potere – ammesso che in Italia ve ne sia davvero uno – o semplicemente che squarcino il velo dell’omologazione e della passività. In questo quadro, da diversi anni, a noi – pronome che non uso a caso, dato che la compagnia è realmente una squadra coesa – è parso opportuno provare a raccontare il dramma umano di Ettore Majorana. Il tormento struggente di un individuo che vorrebbe salvare il pianeta dalla catastrofe. E lo abbiamo fatto all’interno di genere – il giallo – in uno spettacolo che è al contempo un susseguirsi di emozioni e un monito per l’avvenire.

La tesi di Sciascia, che noi abbiamo sposato, è che questo giovane e promettente fisico siciliano, chiuso in se stesso e concentrato su studi di cui non parlava con nessuno, avesse intuito prima d’ogni altro la strada per la creazione di una devastante arma nucleare; e ne fosse rimasto atterrito, e avesse voluto dileguarsi prima che il pianeta precipitasse nel baratro dell’era atomica. Era atomica che adesso incombe su di noi. Abbiamo iniziato a rappresentare questo spettacolo nel marzo 2019: allora il pericolo nucleare e la scienza senza etica sembravano relativamente lontani; dal 2020, invece, sono diventati doloroso pane quotidiano.

In scena quattro personaggi si fondono in un’azione da brivido in una interminabile notte. Quali i passaggi chiave dello spettacolo?

FC. Questo spettacolo è un’indagine poliziesca, un thriller ad orologeria, in cui una recitazione naturalistica si fonde in un’atmosfera vagamente onirica, tutto ambientato in una notte d’agosto del 1945, in una località italiana che non viene mai definita, ancora dominata dal caos e dalle rappresaglie. I personaggi, in ordine di apparizione, sono quattro: una donna (Giada Colonna) che, dopo aver ucciso da partigiana, è tornata a indossare il camice bianco: per medicare, per guarire. Un uomo (Alessio Caruso), avvolto in una tunica da certosino, che rifiuta di rivelare la propria identità. Un commissario di. pubblica sicurezza (Roberto Negri) che crede di riconoscere, nei tratti del monaco, quelli di Ettore Majorana, al quale invano ha dato la caccia per tanto tempo. Laura Fermi (Loredana Cannata), la moglie di un illustre premio Nobel con qualche conto in sospeso con l’etica, chiamata a identificare il giovane scienziato sparito nel nulla.

Per sapere cosa produrrà l’incontro fra questi quattro personaggi, bisognerà cercare lo spettacolo in giro per l’Italia (o anche altrove, visto che lo abbiamo rappresentato pure in Canada, in Serbia e in Polonia). Come da tradizione, meglio non svelare snodi narrativi e finale. Del resto, a volte, più che la ricostruzione di eventi e dettagli, conta il senso delle cose. E il senso della vicenda di Majorana è che non c’è futuro per l’umanità senza l’etica, senza la sincerità, senza la poesia.

Qui è possibile vedere il trailer dello spettacolo: https://youtu.be/u6Adqjqe2yE.

LAROS di Gino Caudai  

Presenta

Dall’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia

Loredana Cannata

Alessio Caruso

Roberto Negri Giada Colonna

Scene e costumi di Katia Titolo

Musiche di Fabio Lombardi

Trasposizione teatrale e regia di Fabrizio Catalano

(Fonte Paeseitaliapress.it)

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