Editoriali Archives - Rivista La Gazzetta https://lagazzetta-online.com/category/editoriali/ Portale di Notizie Fri, 27 Feb 2026 15:49:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9 https://lagazzetta-online.com/wp-content/uploads/2021/10/logo-1-150x90.png Editoriali Archives - Rivista La Gazzetta https://lagazzetta-online.com/category/editoriali/ 32 32 La terra trema, noi strepitiamo https://lagazzetta-online.com/la-terra-trema-noi-strepitiamo/ https://lagazzetta-online.com/la-terra-trema-noi-strepitiamo/#respond Fri, 27 Feb 2026 15:38:03 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18935 Quando il sisma è geologico, ma la caciara è tutta umana Il Centro Italia trema ancora. E subito partono le interpretazioni: c’è chi vede la fine del mondo, chi la fine del Paese e chi, più modestamente, un ultimatum alle Istituzioni. Una sorta di comunicato tellurico: “Se non la finite con questa caciara politico-giudiziaria-opposizionista, provvedo io a un ripulisti selettivo”. Un’esegesi ardita, certo. Ma di questi tempi l’ardire non manca. Siamo diventati esegeti del bradisismo e commentatori del magma, mentre fatichiamo a interpretare una norma scritta in italiano corrente. Socrate, prima di bere la cicuta, ricordò a Critone: “Siamo debitori di un gallo ad Asclepio”. Ringraziava il dio della medicina per la guarigione dalla vita, considerata malattia dell’anima. Noi, più prosaicamente, sembriamo debitori di un gallo a qualche divinità della moderazione. Ma il pollaio è rumoroso e nessuno sente più nessuno. Viene presentata una bozza di riforma elettorale e, apriti cielo, si evocano i numi tutelari della Prima Repubblica: Giulio Andreotti e Bettino Craxi avrebbero votato “Sì” al referendum sulla Giustizia, assicurano i figli. Basta questo per scatenare reazioni a catena, analisi medianiche, scomuniche preventive. Nel frattempo il Cpr in Albania “funziona”, un sondaggio manda in tilt i Cinque Stelle, e ogni giorno offre il suo bravo incendio da spegnere con benzina fresca. Il diritto di critica è sacrosanto, anzi, è ossigeno costituzionale. Ma l’ossigeno, se saturo di veleni, diventa smog. Un’opposizione che si limiti al “no” perpetuo non è ortodossa: è monotona. E la monotonia, in politica, è più pericolosa dell’errore. Poi ci sono le sentenze creative, quelle dubitative, quelle che fanno discutere più per l’estro che per la toga. La magistratura è pilastro della Repubblica; ma anche i pilastri, se oscillano troppo, fanno venire il mal di mare ai cittadini. Nessun contrappasso dantesco nel nostro caso, per carità: solo un volo pindarico, nato da uno scarto di memoria liceale. Però la sensazione è che ognuno scrolli la responsabilità sull’altro, come se la colpa fosse un soprabito fuori stagione. E allora torniamo al sisma. Le spiegazioni geologiche e vulcanologiche esistono, solide e verificabili. Il resto è metafora. A noi piace immaginare la Terra come un cane che si scrolla: un “shake off” planetario. Un gesto istintivo per liberarsi dallo stress, per ripulirsi da un eccesso di tensione. Di tensioni, alla Madre Terra, ne abbiamo regalate una vagonata. Ingrati e litigiosi, trasformiamo il paradiso in un talk show permanente. E poi ci stupiamo se trema. La Terra resta un paradiso. L’inferno, semmai, è non accorgersene. E se proprio il sisma fosse un messaggio, non sarebbe un avvertimento apocalittico ma una lezione elementare: meno strepito, più sostanza. Perché i terremoti passano; le macerie morali, se non le sgomberiamo noi, restano. E non c’è Protezione Civile che tenga. Giuseppe Arnò * Immagine originale: https://www.ingv.it/

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Quando il sisma è geologico, ma la caciara è tutta umana

Il Centro Italia trema ancora. E subito partono le interpretazioni: c’è chi vede la fine del mondo, chi la fine del Paese e chi, più modestamente, un ultimatum alle Istituzioni. Una sorta di comunicato tellurico: “Se non la finite con questa caciara politico-giudiziaria-opposizionista, provvedo io a un ripulisti selettivo”.

Un’esegesi ardita, certo. Ma di questi tempi l’ardire non manca. Siamo diventati esegeti del bradisismo e commentatori del magma, mentre fatichiamo a interpretare una norma scritta in italiano corrente.

Socrate, prima di bere la cicuta, ricordò a Critone: “Siamo debitori di un gallo ad Asclepio”. Ringraziava il dio della medicina per la guarigione dalla vita, considerata malattia dell’anima. Noi, più prosaicamente, sembriamo debitori di un gallo a qualche divinità della moderazione. Ma il pollaio è rumoroso e nessuno sente più nessuno.

Viene presentata una bozza di riforma elettorale e, apriti cielo, si evocano i numi tutelari della Prima Repubblica: Giulio Andreotti e Bettino Craxi avrebbero votato “Sì” al referendum sulla Giustizia, assicurano i figli. Basta questo per scatenare reazioni a catena, analisi medianiche, scomuniche preventive.

Nel frattempo il Cpr in Albania “funziona”, un sondaggio manda in tilt i Cinque Stelle, e ogni giorno offre il suo bravo incendio da spegnere con benzina fresca. Il diritto di critica è sacrosanto, anzi, è ossigeno costituzionale. Ma l’ossigeno, se saturo di veleni, diventa smog. Un’opposizione che si limiti al “no” perpetuo non è ortodossa: è monotona. E la monotonia, in politica, è più pericolosa dell’errore.

Poi ci sono le sentenze creative, quelle dubitative, quelle che fanno discutere più per l’estro che per la toga. La magistratura è pilastro della Repubblica; ma anche i pilastri, se oscillano troppo, fanno venire il mal di mare ai cittadini. Nessun contrappasso dantesco nel nostro caso, per carità: solo un volo pindarico, nato da uno scarto di memoria liceale. Però la sensazione è che ognuno scrolli la responsabilità sull’altro, come se la colpa fosse un soprabito fuori stagione.

E allora torniamo al sisma. Le spiegazioni geologiche e vulcanologiche esistono, solide e verificabili. Il resto è metafora. A noi piace immaginare la Terra come un cane che si scrolla: un “shake off” planetario. Un gesto istintivo per liberarsi dallo stress, per ripulirsi da un eccesso di tensione.

Di tensioni, alla Madre Terra, ne abbiamo regalate una vagonata. Ingrati e litigiosi, trasformiamo il paradiso in un talk show permanente. E poi ci stupiamo se trema.

La Terra resta un paradiso. L’inferno, semmai, è non accorgersene.

E se proprio il sisma fosse un messaggio, non sarebbe un avvertimento apocalittico ma una lezione elementare: meno strepito, più sostanza. Perché i terremoti passano; le macerie morali, se non le sgomberiamo noi, restano.

E non c’è Protezione Civile che tenga.

Giuseppe Arnò

*

Immagine originale: https://www.ingv.it/

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EDITORIALE FEBBRAIO 2026 https://lagazzetta-online.com/matrimonio-senza-amore-amore-senza-matrimonio/ https://lagazzetta-online.com/matrimonio-senza-amore-amore-senza-matrimonio/#comments Sat, 31 Jan 2026 21:23:06 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18830 Matrimonio senza amore, amore senza matrimonio La Francia abolisce il dovere coniugale. E allora, per coerenza, liberiamo anche il marito dal peccato della coerenza Matrimonio come contratto commerciale. Bene. Ma l’amore? Secondo accurati sondaggi, oggi in Francia un uomo su quattro ritiene normale che una donna abbia rapporti sessuali per dovere matrimoniale e non per desiderio. Dato allarmante, si dirà. E infatti la République, che quando fiuta un principio morale non resiste alla tentazione di trasformarlo in norma, ha deciso di intervenire. L’Assemblea Nazionale ha approvato all’unanimità una legge che sancisce la fine del cosiddetto dovere coniugale. Coautore del testo è il deputato di centrodestra Paul Christophe (Horizons); ora la palla passa al Senato, chiamato a chiarire un quid iuris che da secoli inquieta giuristi, teologi e mariti: se la convivenza implichi o meno la comunione del letto. La risposta è netta: no. “La convivenza non crea alcun obbligo di rapporti sessuali”, stabilisce il nuovo dettato, smarcandosi da una giurisprudenza che aveva spesso assimilato la comunione di vita a una comunione di lenzuola. Un equivoco, a quanto pare, durato troppo a lungo. Secondo la coautrice della legge, Marie-Charlotte Garin, lasciare in vita l’idea di un dovere coniugale significherebbe avallare “un sistema di dominio e di predazione del marito nei confronti della moglie”. E sia: la lotta femminista, quando è necessaria, va combattuta fino in fondo. Anche a colpi di codice civile. Resta però una domanda, fastidiosa come una zanzara in una stanza buia: e l’amore? Se il matrimonio è ridotto a contratto di mutua assistenza logistica, se il letto diventa territorio neutro e l’intimità un’opzione facoltativa, che cosa resta? Un’assemblea condominiale con benefici fiscali. Colpisce la scala delle priorità. Il mondo oscilla tra guerre nucleari e catastrofi naturali, ma la Francia, con encomiabile zelo, mette ordine tra piumoni e cuscini. Non è difficile immaginare che presto qualche illustre onorevole, per non restare indietro, proponga una norma analoga anche da noi. O che sia Bruxelles a occuparsene, magari precisando che per fare l’amore in ambito coniugale sarà necessario un consenso scritto, con firma autenticata, valido solo nei giorni feriali e previo preavviso di quarantotto ore. Del resto l’Europa ha solide basi teoriche. Basterà rispolverare Tommaso Campanella e la sua Città del Sole, dove la generazione è sottoposta a regole ferree, accoppiamenti giudiziosi, orari stabiliti dall’astrologia e una netta distinzione tra amore e sessualità. L’atto generativo è cosa seria, i sentimenti un dettaglio trascurabile. La delizia, se concessa, è subordinata alla necessità. E il gusto, si rassicura, non manca a nessuno. Ma se la signora non ci sta? Se accusa l’eterna emicrania, se rifiuta la sessualità tanto per delizia quanto per necessità? Qui la legge tace. E allora, per coerenza giuridica e igiene mentale, sarebbe cosa buona e giusta che un prode legislatore proponesse una norma complementare: l’esonero da ogni infamia per il marito che, al reiterato diniego coniugale, eserciti i propri desideri fuori le mura domestiche. Non per licenza, ma per logica. Se il matrimonio non crea alcun obbligo di rapporti sessuali, non sarà lecito dolersene. Né pretendere fedeltà fondata su ciò che la legge ha dichiarato inesistente. Come recita un vecchio adagio: a rendere felici non è l’amare, ma l’essere amati. E quando l’amore diventa facoltativo, anche la fedeltà rischia di finire tra le clausole vessatorie. E giustizia, finalmente, sia fatta. Giuseppe Arnò

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Matrimonio senza amore, amore senza matrimonio

La Francia abolisce il dovere coniugale. E allora, per coerenza, liberiamo anche il marito dal peccato della coerenza

Matrimonio come contratto commerciale. Bene. Ma l’amore?

Secondo accurati sondaggi, oggi in Francia un uomo su quattro ritiene normale che una donna abbia rapporti sessuali per dovere matrimoniale e non per desiderio. Dato allarmante, si dirà. E infatti la République, che quando fiuta un principio morale non resiste alla tentazione di trasformarlo in norma, ha deciso di intervenire.

L’Assemblea Nazionale ha approvato all’unanimità una legge che sancisce la fine del cosiddetto dovere coniugale. Coautore del testo è il deputato di centrodestra Paul Christophe (Horizons); ora la palla passa al Senato, chiamato a chiarire un quid iuris che da secoli inquieta giuristi, teologi e mariti: se la convivenza implichi o meno la comunione del letto.

La risposta è netta: no.
“La convivenza non crea alcun obbligo di rapporti sessuali”, stabilisce il nuovo dettato, smarcandosi da una giurisprudenza che aveva spesso assimilato la comunione di vita a una comunione di lenzuola. Un equivoco, a quanto pare, durato troppo a lungo.

Secondo la coautrice della legge, Marie-Charlotte Garin, lasciare in vita l’idea di un dovere coniugale significherebbe avallare “un sistema di dominio e di predazione del marito nei confronti della moglie”. E sia: la lotta femminista, quando è necessaria, va combattuta fino in fondo. Anche a colpi di codice civile.

Resta però una domanda, fastidiosa come una zanzara in una stanza buia: e l’amore?
Se il matrimonio è ridotto a contratto di mutua assistenza logistica, se il letto diventa territorio neutro e l’intimità un’opzione facoltativa, che cosa resta? Un’assemblea condominiale con benefici fiscali.

Colpisce la scala delle priorità. Il mondo oscilla tra guerre nucleari e catastrofi naturali, ma la Francia, con encomiabile zelo, mette ordine tra piumoni e cuscini. Non è difficile immaginare che presto qualche illustre onorevole, per non restare indietro, proponga una norma analoga anche da noi. O che sia Bruxelles a occuparsene, magari precisando che per fare l’amore in ambito coniugale sarà necessario un consenso scritto, con firma autenticata, valido solo nei giorni feriali e previo preavviso di quarantotto ore.

Del resto l’Europa ha solide basi teoriche. Basterà rispolverare Tommaso Campanella e la sua Città del Sole, dove la generazione è sottoposta a regole ferree, accoppiamenti giudiziosi, orari stabiliti dall’astrologia e una netta distinzione tra amore e sessualità. L’atto generativo è cosa seria, i sentimenti un dettaglio trascurabile. La delizia, se concessa, è subordinata alla necessità. E il gusto, si rassicura, non manca a nessuno.

Ma se la signora non ci sta?
Se accusa l’eterna emicrania, se rifiuta la sessualità tanto per delizia quanto per necessità? Qui la legge tace. E allora, per coerenza giuridica e igiene mentale, sarebbe cosa buona e giusta che un prode legislatore proponesse una norma complementare: l’esonero da ogni infamia per il marito che, al reiterato diniego coniugale, eserciti i propri desideri fuori le mura domestiche.

Non per licenza, ma per logica.
Se il matrimonio non crea alcun obbligo di rapporti sessuali, non sarà lecito dolersene. Né pretendere fedeltà fondata su ciò che la legge ha dichiarato inesistente.

Come recita un vecchio adagio: a rendere felici non è l’amare, ma l’essere amati.
E quando l’amore diventa facoltativo, anche la fedeltà rischia di finire tra le clausole vessatorie.

E giustizia, finalmente, sia fatta.

Giuseppe Arnò

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EDITORIALE GENNAIO 2026 https://lagazzetta-online.com/editoriale-gennaio-2026/ https://lagazzetta-online.com/editoriale-gennaio-2026/#comments Tue, 30 Dec 2025 18:33:56 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18650 Si spengono le luci (e qualcuno resta al buio)     Il 2025 se ne va tra divorzi geopolitici, Giubilei chiusi, coscienze aperte a metà e un’umanità che continua a litigare sul ponte mentre la nave imbarca acqua. Si spengono le luci. E non è solo una suggestione letteraria: è proprio la trama, degna del romanzo di Jay McInerney, che torna d’attualità. Il “matrimonio” tra Stati Uniti ed Europa scricchiola come quello di Russell e Corinne: non c’è un vero litigio, ma una distanza che cresce, fatta di silenzi, calcoli e reciproca sopportazione.Donald Trump, tornato a pensare il mondo come un grande mercato con bandiere opzionali, pratica una filosofia a metà tra l’empirico e il cervellotico: soggettiva, muscolare, spesso incomprensibile persino a se stessa. L’Europa, Ucraina compresa, per lui è un partner commerciale tra tanti, non un’alleanza sentimentale. Con la Russia vale lo stesso principio: la guerra può finire domani o dopodomani, purché torni utile ai conti. Il vero chiodo fisso resta la Cina. È lì che si gioca l’egemonia economico-militare di un’America che teme di non essere più eterna. Il resto è contorno. Bruxelles compresa. E tuttavia, miracolo dei miracoli, l’Europa pare aver capito. Prima l’antifona, poi la realtà. Si è desta, anche se con la lentezza tipica di chi si sveglia convinto che sia ancora presto. Rafforzerà la propria difesa, finalmente comune, perché nazionale non basta più, investirà in tecnologia per smettere di dipendere da chi la tratta come un cliente distratto, e comincerà a decidere aggirando l’ossessione dell’unanimità, che ha spesso funzionato come un elegante freno a mano tirato. Gli strumenti, in fondo, li ha sempre avuti. Ora, finalmente, sta provando a usarli. Chiuso il capitolo 2025, si apre quello del 2026. O la va o la spacca. E questa volta non è una figura retorica. Intanto si chiude anche un Giubileo. A Bologna, nella Basilica di San Petronio, l’arcivescovo Matteo Zuppi abbassa il sipario liturgico ma invita a lasciare aperte porte ben più difficili: quelle delle case, delle comunità, delle coscienze. Porte che non fanno rumore, ma resistono. Le sue parole, speranza, pace, alleanza sociale, vicinanza agli ultimi, suonano come una nota fuori spartito in un mondo che discute di missili e dazi con la stessa naturalezza con cui una volta parlava di raccolti. La speranza, viene da augurarsi, è che quell’omelia riesca a superare le mura più spesse: non quelle delle basiliche, ma quelle dei cuori duri di chi si contende il dominio del mondo come fosse una partita a risiko. Il 2025, del resto, non sarà ricordato con nostalgia. È stato un anno di addii pesanti: alla cultura, allo spettacolo, allo sport, alla pace, con la scomparsa di figure che tenevano insieme l’immaginario collettivo meglio di molti trattati internazionali. Alcune guerre finiscono, altre iniziano, come se l’umanità non sapesse fare altro che cambiare campo di battaglia. I dazi diventano strumenti morali, le catastrofi naturali presentano il conto, e il pianeta, già malandato, osserva in silenzio la gara a chi lo distrugge più in fretta. Sul fronte interno, scandali e corruzione restano protagonisti ovunque. L’Italia, come spesso accade, non manca l’appuntamento. Titoli che sembrano barzellette (“Noi con Hannoun”), consiglieri che mettono in imbarazzo i partiti e pretendono di mettere il bavaglio ai giornalisti: il tutto dà l’impressione di una corsa in discesa senza paracadute. Governo e opposizione, ciascuno a modo suo, faticano: il primo perché non ha davanti un’opposizione costruttiva ma solo polemica; la seconda perché non riesce a ricordarsi quale sia il suo mestiere. E non va molto meglio altrove, se in Francia destra e sinistra riescono a dividersi perfino su un omaggio nazionale a Brigitte Bardot. Eppure, in questo mare agitato, qualche dato va riconosciuto. Il governo italiano porta a casa risultati non trascurabili, soprattutto sul piano internazionale. L’Italia viene osservata come una possibile guida dell’Unione. Non è poco, in tempi in cui scarseggiano le teste pensanti e ce ne vorrebbero il doppio solo per capire da dove cominciare. Che cosa ci porterà il 2026?La risposta migliore resta quella di un vecchio signore inglese che di crisi se ne intendeva: «Il politico diventa uomo di Stato quando inizia a pensare alle prossime generazioni invece che alle prossime elezioni». Il problema, semmai, è capire quanti siano ancora interessati a diventarlo. Buon anno 2026. Con moderata speranza, lucida ironia e la cautela di chi ha imparato che le luci si spengono in fretta, ma il conto resta acceso. Giuseppe Arnò

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Si spengono le luci (e qualcuno resta al buio)

 

 

Il 2025 se ne va tra divorzi geopolitici, Giubilei chiusi, coscienze aperte a metà e un’umanità che continua a litigare sul ponte mentre la nave imbarca acqua.

Si spengono le luci. E non è solo una suggestione letteraria: è proprio la trama, degna del romanzo di Jay McInerney, che torna d’attualità. Il “matrimonio” tra Stati Uniti ed Europa scricchiola come quello di Russell e Corinne: non c’è un vero litigio, ma una distanza che cresce, fatta di silenzi, calcoli e reciproca sopportazione.
Donald Trump, tornato a pensare il mondo come un grande mercato con bandiere opzionali, pratica una filosofia a metà tra l’empirico e il cervellotico: soggettiva, muscolare, spesso incomprensibile persino a se stessa. L’Europa, Ucraina compresa, per lui è un partner commerciale tra tanti, non un’alleanza sentimentale. Con la Russia vale lo stesso principio: la guerra può finire domani o dopodomani, purché torni utile ai conti.

Il vero chiodo fisso resta la Cina. È lì che si gioca l’egemonia economico-militare di un’America che teme di non essere più eterna. Il resto è contorno. Bruxelles compresa.

E tuttavia, miracolo dei miracoli, l’Europa pare aver capito. Prima l’antifona, poi la realtà. Si è desta, anche se con la lentezza tipica di chi si sveglia convinto che sia ancora presto. Rafforzerà la propria difesa, finalmente comune, perché nazionale non basta più, investirà in tecnologia per smettere di dipendere da chi la tratta come un cliente distratto, e comincerà a decidere aggirando l’ossessione dell’unanimità, che ha spesso funzionato come un elegante freno a mano tirato. Gli strumenti, in fondo, li ha sempre avuti. Ora, finalmente, sta provando a usarli.

Chiuso il capitolo 2025, si apre quello del 2026. O la va o la spacca. E questa volta non è una figura retorica.

Intanto si chiude anche un Giubileo. A Bologna, nella Basilica di San Petronio, l’arcivescovo Matteo Zuppi abbassa il sipario liturgico ma invita a lasciare aperte porte ben più difficili: quelle delle case, delle comunità, delle coscienze. Porte che non fanno rumore, ma resistono. Le sue parole, speranza, pace, alleanza sociale, vicinanza agli ultimi, suonano come una nota fuori spartito in un mondo che discute di missili e dazi con la stessa naturalezza con cui una volta parlava di raccolti. La speranza, viene da augurarsi, è che quell’omelia riesca a superare le mura più spesse: non quelle delle basiliche, ma quelle dei cuori duri di chi si contende il dominio del mondo come fosse una partita a risiko.

Il 2025, del resto, non sarà ricordato con nostalgia. È stato un anno di addii pesanti: alla cultura, allo spettacolo, allo sport, alla pace, con la scomparsa di figure che tenevano insieme l’immaginario collettivo meglio di molti trattati internazionali. Alcune guerre finiscono, altre iniziano, come se l’umanità non sapesse fare altro che cambiare campo di battaglia. I dazi diventano strumenti morali, le catastrofi naturali presentano il conto, e il pianeta, già malandato, osserva in silenzio la gara a chi lo distrugge più in fretta.

Sul fronte interno, scandali e corruzione restano protagonisti ovunque. L’Italia, come spesso accade, non manca l’appuntamento. Titoli che sembrano barzellette (“Noi con Hannoun”), consiglieri che mettono in imbarazzo i partiti e pretendono di mettere il bavaglio ai giornalisti: il tutto dà l’impressione di una corsa in discesa senza paracadute. Governo e opposizione, ciascuno a modo suo, faticano: il primo perché non ha davanti un’opposizione costruttiva ma solo polemica; la seconda perché non riesce a ricordarsi quale sia il suo mestiere. E non va molto meglio altrove, se in Francia destra e sinistra riescono a dividersi perfino su un omaggio nazionale a Brigitte Bardot.

Eppure, in questo mare agitato, qualche dato va riconosciuto. Il governo italiano porta a casa risultati non trascurabili, soprattutto sul piano internazionale. L’Italia viene osservata come una possibile guida dell’Unione. Non è poco, in tempi in cui scarseggiano le teste pensanti e ce ne vorrebbero il doppio solo per capire da dove cominciare.

Che cosa ci porterà il 2026?
La risposta migliore resta quella di un vecchio signore inglese che di crisi se ne intendeva: «Il politico diventa uomo di Stato quando inizia a pensare alle prossime generazioni invece che alle prossime elezioni».

Il problema, semmai, è capire quanti siano ancora interessati a diventarlo.

Buon anno 2026. Con moderata speranza, lucida ironia e la cautela di chi ha imparato che le luci si spengono in fretta, ma il conto resta acceso.

Giuseppe Arnò

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EDITORIALE DICEMBRE 2025 https://lagazzetta-online.com/editoriale-dicembre-2025/ https://lagazzetta-online.com/editoriale-dicembre-2025/#respond Mon, 01 Dec 2025 03:22:57 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18493 ATTENTI A QUEI TRE L’Europa gioca col fuoco mentre gli italiani giocano… con le notizie del giorno     C’è un’Italia che si accapiglia, ma sempre per le cose sbagliate. È l’Italia che si straccia le vesti per risultati regionali tanto prevedibili che li avrebbero indovinati perfino i segni zodiacali; che discute ancora dello “storico” sciopero del 28 novembre, già evaporato dalla memoria collettiva come le promesse elettorali di mezza Europa. E poi c’è l’altra Italia: quella che almeno un motivo per sorridere ce l’ha davvero. Si chiama Coppa Davis, terza consecutiva, e si chiama Sinner, che ormai rischia di diventare non un semplice atleta, ma un nuovo argomento d’esame di qualche università più sveglia della media. Sono queste, insieme al consueto brusio di cronachette e indignazioni usa-e-getta, le “grandi emergenze” di un Paese che si lascia distrarre con facilità infantile dal chiacchiericcio politico-mediatico. Lo sport, almeno, mette tutti d’accordo: tifano uniti persino coloro che non riescono a mettersi d’accordo nemmeno su cosa si debba votare. L’Europa al capezzale dei negoziati Intanto, lontano da piazze e bar che hanno già ripiegato gli striscioni del 28, a Ginevra si negozia. Non c’è ancora l’accordo per Kyiv, ma la diplomazia europea si è svegliata quel tanto che basta per presentare una controproposta. “Progressi significativi”, dicono. In politichese, è l’equivalente del medico che ti rassicura: “La ferita è profonda, ma abbiamo cambiato il cerotto”. Sul fronte ucraino, intanto, Zelensky cambia pezzi dello staff come un allenatore che sostituisce giocatori al 90°. Segno che qualcosa si muove, certo; o forse segno che il palazzo comincia a scricchiolare. In ogni caso, non è mai un buon segnale quando la rotazione riguarda più gli uomini che le idee. La Russia arranca, l’economia traballa, e questo potrebbe spingere a compromessi più rapidi. Potrebbe, sì. Ma tra “si potrebbe” e “si farà” ci sta di mezzo il Cremlino, dove il condizionale è una filosofia di vita e la coerenza politica un optional di lusso. E la vecchia Europa? Eccola, la nostra Europa: lenta, stanca, appesantita da se stessa e dimagrita nella credibilità. Ha lasciato correre i colossi cinesi per mesi, poi finalmente si è accorta che forse, e sottolineiamo forse, sarebbe ora di fare qualcosa. Nel frattempo gli investimenti del Dragone superano i 9 miliardi e Bruxelles si limita a sollevare un sopracciglio. E gli Stati Uniti? Alleati, amici, compagni di viaggio. Sì, ma sempre più stufi di pagare il conto della difesa europea. E ora il loro presidente, Donald Trump, ci rassicura: “Nessuna invasione imminente del Venezuela”. Che è un po’ come quando un vicino ti bussa alla porta e ti dice: “Tranquillo, non ho alcuna intenzione di prestare attenzione a quello che tieni in cassaforte”. Chiedersi perché lo stia dicendo diventa inevitabile. La nuova serie TV che nessuno vorrebbe vedere E allora sì, ci stanno tutti: Cina, Russia, Stati Uniti. I tre protagonisti di una serie geopolitica più inquietante di qualsiasi thriller di Netflix, con l’Europa nel ruolo della comparsa che tenta disperatamente di sedersi al tavolo dei protagonisti senza essere chiamata sul set. Il paradosso? Mentre nel mondo cambiano staff, equilibri, confini, minacce e dichiarazioni improvvide, in Italia si continua a discutere di chi vinca in Puglia, chi perda in Veneto, e se lo sciopero del 28 sia stato “storico”, “ordinario” o “di riscaldamento”. Guardiamo il dito, sempre. La luna, intanto, rischia di staccarsi dall’orbita. Riassumento E così, mentre il continente affronta dilemmi da manuale di geopolitica, una parte del Paese continua a litigare su quisquilie tanto effimere quanto rumorose. Non che la politica non serva, ci mancherebbe. Ma se continuiamo a fissare i granelli di sabbia mentre la marea sale, non lamentiamoci poi se ci ritroviamo con i pantaloni bagnati. Del resto, per dirla alla Montanelli, gli italiani sono un popolo geniale: quando finalmente avrebbero qualcosa di serio da guardare, preferiscono cambiare canale. E quando il mondo si spegne, chiedono pure chi abbia dimenticato di pagare la bolletta. Giuseppe Arnò

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ATTENTI A QUEI TRE

L’Europa gioca col fuoco mentre gli italiani giocano… con le notizie del giorno

 

 

C’è un’Italia che si accapiglia, ma sempre per le cose sbagliate. È l’Italia che si straccia le vesti per risultati regionali tanto prevedibili che li avrebbero indovinati perfino i segni zodiacali; che discute ancora dello “storico” sciopero del 28 novembre, già evaporato dalla memoria collettiva come le promesse elettorali di mezza Europa.
E poi c’è l’altra Italia: quella che almeno un motivo per sorridere ce l’ha davvero. Si chiama Coppa Davis, terza consecutiva, e si chiama Sinner, che ormai rischia di diventare non un semplice atleta, ma un nuovo argomento d’esame di qualche università più sveglia della media.

Sono queste, insieme al consueto brusio di cronachette e indignazioni usa-e-getta, le “grandi emergenze” di un Paese che si lascia distrarre con facilità infantile dal chiacchiericcio politico-mediatico. Lo sport, almeno, mette tutti d’accordo: tifano uniti persino coloro che non riescono a mettersi d’accordo nemmeno su cosa si debba votare.

L’Europa al capezzale dei negoziati

Intanto, lontano da piazze e bar che hanno già ripiegato gli striscioni del 28, a Ginevra si negozia.
Non c’è ancora l’accordo per Kyiv, ma la diplomazia europea si è svegliata quel tanto che basta per presentare una controproposta. “Progressi significativi”, dicono.
In politichese, è l’equivalente del medico che ti rassicura: “La ferita è profonda, ma abbiamo cambiato il cerotto”.

Sul fronte ucraino, intanto, Zelensky cambia pezzi dello staff come un allenatore che sostituisce giocatori al 90°. Segno che qualcosa si muove, certo; o forse segno che il palazzo comincia a scricchiolare. In ogni caso, non è mai un buon segnale quando la rotazione riguarda più gli uomini che le idee.

La Russia arranca, l’economia traballa, e questo potrebbe spingere a compromessi più rapidi.
Potrebbe, sì. Ma tra “si potrebbe” e “si farà” ci sta di mezzo il Cremlino, dove il condizionale è una filosofia di vita e la coerenza politica un optional di lusso.

E la vecchia Europa?

Eccola, la nostra Europa: lenta, stanca, appesantita da se stessa e dimagrita nella credibilità. Ha lasciato correre i colossi cinesi per mesi, poi finalmente si è accorta che forse, e sottolineiamo forse, sarebbe ora di fare qualcosa. Nel frattempo gli investimenti del Dragone superano i 9 miliardi e Bruxelles si limita a sollevare un sopracciglio.

E gli Stati Uniti?
Alleati, amici, compagni di viaggio.
Sì, ma sempre più stufi di pagare il conto della difesa europea.

E ora il loro presidente, Donald Trump, ci rassicura: “Nessuna invasione imminente del Venezuela”.
Che è un po’ come quando un vicino ti bussa alla porta e ti dice: “Tranquillo, non ho alcuna intenzione di prestare attenzione a quello che tieni in cassaforte”.
Chiedersi perché lo stia dicendo diventa inevitabile.

La nuova serie TV che nessuno vorrebbe vedere

E allora sì, ci stanno tutti: Cina, Russia, Stati Uniti.
I tre protagonisti di una serie geopolitica più inquietante di qualsiasi thriller di Netflix, con l’Europa nel ruolo della comparsa che tenta disperatamente di sedersi al tavolo dei protagonisti senza essere chiamata sul set.

Il paradosso?

Mentre nel mondo cambiano staff, equilibri, confini, minacce e dichiarazioni improvvide, in Italia si continua a discutere di chi vinca in Puglia, chi perda in Veneto, e se lo sciopero del 28 sia stato “storico”, “ordinario” o “di riscaldamento”.

Guardiamo il dito, sempre.
La luna, intanto, rischia di staccarsi dall’orbita.

Riassumento

E così, mentre il continente affronta dilemmi da manuale di geopolitica, una parte del Paese continua a litigare su quisquilie tanto effimere quanto rumorose.
Non che la politica non serva, ci mancherebbe.
Ma se continuiamo a fissare i granelli di sabbia mentre la marea sale, non lamentiamoci poi se ci ritroviamo con i pantaloni bagnati.

Del resto, per dirla alla Montanelli, gli italiani sono un popolo geniale: quando finalmente avrebbero qualcosa di serio da guardare, preferiscono cambiare canale.
E quando il mondo si spegne, chiedono pure chi abbia dimenticato di pagare la bolletta.

Giuseppe Arnò

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EDITORIALE NOVEMBRE 2025 https://lagazzetta-online.com/editoriale-novembre-2025/ https://lagazzetta-online.com/editoriale-novembre-2025/#comments Fri, 31 Oct 2025 02:43:44 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=18372 Giustizia è (finalmente) fattaSeparazione delle carriere, fine dell’equivoco: la riforma che restituisce equilibrio tra chi accusa e chi giudica a a C´è voluto quasi mezzo secolo, una sfilza di governi, un cimitero di buone intenzioni e, per non farci mancare nulla, 88 processi al povero Berlusconi, di cui alcuni hanno avuto più udienze che puntate di Beautiful,  ma alla fine ce l’abbiamo fatta. L’Italia ha approvato la riforma della giustizia che introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, principio di civiltà giuridica che in qualsiasi altro Paese europeo sarebbe sembrato… ovvio. Da noi, invece, è stata una rivoluzione copernicana, un po’ come scoprire che il sole non gira attorno al PM. “Traguardo storico”, ha detto la premier Meloni. E ha ragione. Dopo decenni in cui le toghe si sono abituate a passare con disinvoltura dal ruolo dell’accusa a quello del giudice, come se bastasse cambiare toga per cambiare prospettiva, si ripristina finalmente quel confine invisibile ma fondamentale tra chi indaga e chi giudica. Una linea che tutela non solo gli imputati, ma anche la credibilità della magistratura stessa, che da troppo tempo paga la confusione dei ruoli e la tentazione, talvolta irresistibile, di “fare politica” invece di applicare la legge. Un Paese in cui il giudice decide anche il destino del Parlamento E che fosse ora, lo dimostra l’ultimo episodio: la Corte dei Conti che boccia la delibera sul Ponte sullo Stretto. Non un dibattito tecnico, non un rilievo contabile, ma un vero e proprio veto politico, come se la sovranità popolare dovesse chiedere il permesso per attraversare lo Stretto. Ecco l’ennesimo esempio di come la giurisdizione, quando smette di controllare e inizia a sostituirsi al legislatore, smarrisce la sua funzione e diventa una scorciatoia pericolosa, e inquietante, per chi pretende di “difendere la democrazia” togliendo potere a chi ne è la fonte: il popolo. Il fantasma del Cavaliere Qualcuno, lassù, oggi sorride.Silvio Berlusconi, che della riforma della giustizia fece la sua crociata personale, probabilmente brinda nell’aldilà con più soddisfazione di quanta ne ebbe in vita, tra un rinvio a giudizio e una sentenza d’appello. Gli avevano dato del perseguitato e del visionario: ebbene, oggi la sua “visione” è scritta nella Costituzione. Marina Berlusconi lo ha detto con semplicità: “È la vittoria di papà”. E in effetti lo è. Ma, più ancora, è la vittoria del buon senso, che ha impiegato solo settant’anni per arrivare in aula. Addio alle correnti, bentornato merito La riforma istituisce due Consigli Superiori della Magistratura, uno per chi giudica e uno per chi accusa, più un’Alta Corte disciplinare che, almeno sulla carta, dovrebbe servire a rendere la magistratura più responsabile e meno corporativa. E qui entra in scena un’altra parola magica: sorteggio. I membri laici e togati saranno estratti a sorte: un’idea che scandalizza solo chi, finora, preferiva la cooptazione di corrente. Il caso, insomma, come antidoto al cerchio magico delle toghe. Naturalmente, l’Associazione Nazionale Magistrati ha gridato allo scandalo: “Si altera l’equilibrio dei poteri”. In effetti sì: si riequilibra un sistema che da tempo pendeva tutto da una parte. Dopo quarant’anni di “autogoverno”, con carriere decise da correnti e logiche interne più da gruppo di potere che da organo costituzionale, un po’ d’aria fresca non guasta. La paura dei “pieni poteri” Le opposizioni, prevedibilmente, hanno agitato il solito spauracchio: “Meloni vuole i pieni poteri!”. Già sentita, e non fa più effetto. In realtà, ciò che la riforma toglie sono i poteri opachi di un potere non eletto, che nel tempo si è allargato fino a mettere becco nelle scelte del Parlamento, del Governo, e talvolta perfino dell’economia.Chiamatela come volete, ma questa non è la resa dello Stato di diritto: è la sua rinascita. Ora la parola agli italiani Il prossimo passo sarà il referendum confermativo: niente quorum, solo il giudizio dei cittadini. E qui la domanda sarà semplice, quasi disarmante:volete una giustizia che torni ai cittadini, o vi accontentate di lasciarla ai magistrati? Chi pensa che tutto vada bene così com’è, tra processi infiniti, sentenze che smentiscono le urne e toghe che scambiano la toga per un microfono,  voterà No.Chi crede invece che una giustizia più chiara, più efficiente e meno politicizzata sia il primo passo verso una democrazia adulta, voterà Sì. Concludendo:Per settant’anni abbiamo avuto una giustizia che “funzionava” così bene da farci diventare campioni europei di prescrizioni e risarcimenti per errori giudiziari. Adesso, forse, cominceremo ad avere una giustizia che funziona e basta. E se a qualcuno manca la toga con i superpoteri, beh… c’è sempre Halloween. Giuseppe Arnò

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Giustizia è (finalmente) fatta
Separazione delle carriere, fine dell’equivoco: la riforma che restituisce equilibrio tra chi accusa e chi giudica

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C´è voluto quasi mezzo secolo, una sfilza di governi, un cimitero di buone intenzioni e, per non farci mancare nulla, 88 processi al povero Berlusconi, di cui alcuni hanno avuto più udienze che puntate di Beautiful,  ma alla fine ce l’abbiamo fatta. L’Italia ha approvato la riforma della giustizia che introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, principio di civiltà giuridica che in qualsiasi altro Paese europeo sarebbe sembrato… ovvio. Da noi, invece, è stata una rivoluzione copernicana, un po’ come scoprire che il sole non gira attorno al PM.

“Traguardo storico”, ha detto la premier Meloni. E ha ragione. Dopo decenni in cui le toghe si sono abituate a passare con disinvoltura dal ruolo dell’accusa a quello del giudice, come se bastasse cambiare toga per cambiare prospettiva, si ripristina finalmente quel confine invisibile ma fondamentale tra chi indaga e chi giudica. Una linea che tutela non solo gli imputati, ma anche la credibilità della magistratura stessa, che da troppo tempo paga la confusione dei ruoli e la tentazione, talvolta irresistibile, di “fare politica” invece di applicare la legge.


Un Paese in cui il giudice decide anche il destino del Parlamento

E che fosse ora, lo dimostra l’ultimo episodio: la Corte dei Conti che boccia la delibera sul Ponte sullo Stretto. Non un dibattito tecnico, non un rilievo contabile, ma un vero e proprio veto politico, come se la sovranità popolare dovesse chiedere il permesso per attraversare lo Stretto. Ecco l’ennesimo esempio di come la giurisdizione, quando smette di controllare e inizia a sostituirsi al legislatore, smarrisce la sua funzione e diventa una scorciatoia pericolosa, e inquietante, per chi pretende di “difendere la democrazia” togliendo potere a chi ne è la fonte: il popolo.


Il fantasma del Cavaliere

Qualcuno, lassù, oggi sorride.
Silvio Berlusconi, che della riforma della giustizia fece la sua crociata personale, probabilmente brinda nell’aldilà con più soddisfazione di quanta ne ebbe in vita, tra un rinvio a giudizio e una sentenza d’appello. Gli avevano dato del perseguitato e del visionario: ebbene, oggi la sua “visione” è scritta nella Costituzione. Marina Berlusconi lo ha detto con semplicità: “È la vittoria di papà”. E in effetti lo è. Ma, più ancora, è la vittoria del buon senso, che ha impiegato solo settant’anni per arrivare in aula.


Addio alle correnti, bentornato merito

La riforma istituisce due Consigli Superiori della Magistratura, uno per chi giudica e uno per chi accusa, più un’Alta Corte disciplinare che, almeno sulla carta, dovrebbe servire a rendere la magistratura più responsabile e meno corporativa. E qui entra in scena un’altra parola magica: sorteggio. I membri laici e togati saranno estratti a sorte: un’idea che scandalizza solo chi, finora, preferiva la cooptazione di corrente. Il caso, insomma, come antidoto al cerchio magico delle toghe.

Naturalmente, l’Associazione Nazionale Magistrati ha gridato allo scandalo: “Si altera l’equilibrio dei poteri”. In effetti sì: si riequilibra un sistema che da tempo pendeva tutto da una parte. Dopo quarant’anni di “autogoverno”, con carriere decise da correnti e logiche interne più da gruppo di potere che da organo costituzionale, un po’ d’aria fresca non guasta.


La paura dei “pieni poteri”

Le opposizioni, prevedibilmente, hanno agitato il solito spauracchio: “Meloni vuole i pieni poteri!”. Già sentita, e non fa più effetto. In realtà, ciò che la riforma toglie sono i poteri opachi di un potere non eletto, che nel tempo si è allargato fino a mettere becco nelle scelte del Parlamento, del Governo, e talvolta perfino dell’economia.
Chiamatela come volete, ma questa non è la resa dello Stato di diritto: è la sua rinascita.


Ora la parola agli italiani

Il prossimo passo sarà il referendum confermativo: niente quorum, solo il giudizio dei cittadini. E qui la domanda sarà semplice, quasi disarmante:
volete una giustizia che torni ai cittadini, o vi accontentate di lasciarla ai magistrati?

Chi pensa che tutto vada bene così com’è, tra processi infiniti, sentenze che smentiscono le urne e toghe che scambiano la toga per un microfono,  voterà No.
Chi crede invece che una giustizia più chiara, più efficiente e meno politicizzata sia il primo passo verso una democrazia adulta, voterà Sì.


Concludendo:
Per settant’anni abbiamo avuto una giustizia che “funzionava” così bene da farci diventare campioni europei di prescrizioni e risarcimenti per errori giudiziari. Adesso, forse, cominceremo ad avere una giustizia che funziona e basta. E se a qualcuno manca la toga con i superpoteri, beh… c’è sempre Halloween.

Giuseppe Arnò

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EDITORIALE OTTOBRE 2025 https://lagazzetta-online.com/editoriale-ottobre-2025/ https://lagazzetta-online.com/editoriale-ottobre-2025/#comments Mon, 29 Sep 2025 19:09:23 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=17832   La flottiglia dei buoni sentimenti   Vele spiegate verso Gaza, tra illusioni romantiche e realtà che non fa sconti. C’è sempre una parte d’Italia, e d’Europa, che, quando sente odore di avventura, non resiste. La chiamano solidarietà internazionale, ma somiglia molto a un turismo dell’indignazione. Così la Global Sumud Flotilla è partita: un’armata Brancaleone in barca a vela che gioca con il diritto internazionale come fosse la tombola di Natale. Gli avvertimenti erano chiari: Mattarella, Meloni, Tajani hanno parlato. Ma per questi orecchi, avvezzi solo al suono del vento, erano parole al… vento. Alla linea di confine delle acque israeliane non li attende la gloria, bensì l’avviso di dantesca memoria: “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate.” E magari un drone, più eloquente di mille sermoni. È un po’ come se un gruppo di suffragette si spingesse oltre il fronte russo in Ucraina con l’intento di portare conforto. Lodevole, certo. Anche eroico. Ma soprattutto inutile. Perché la realtà, crudele com’è, non ha tempo da perdere con i gesti simbolici. E allora ci siamo: nei prossimi giorni la storia avrà il suo epilogo. Giro di boa e ritorno a casa, con annesso racconto epico davanti alle telecamere, oppure arresto e rispedizione al mittente. In ogni caso, un nulla di fatto. Nel frattempo, alle porte d’Europa, Putin si diverte a farci sudare con i suoi droni e i suoi missili. E noi, invece di preoccuparci del serio, stiamo dietro a chi confonde la geopolitica, con rispetto parlando, con la Barcolana. Poveri noi. G.& G. ARNÒ

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La flottiglia dei buoni sentimenti

 

Vele spiegate verso Gaza, tra illusioni romantiche e realtà che non fa sconti.

C’è sempre una parte d’Italia, e d’Europa, che, quando sente odore di avventura, non resiste. La chiamano solidarietà internazionale, ma somiglia molto a un turismo dell’indignazione. Così la Global Sumud Flotilla è partita: un’armata Brancaleone in barca a vela che gioca con il diritto internazionale come fosse la tombola di Natale.

Gli avvertimenti erano chiari: Mattarella, Meloni, Tajani hanno parlato. Ma per questi orecchi, avvezzi solo al suono del vento, erano parole al… vento. Alla linea di confine delle acque israeliane non li attende la gloria, bensì l’avviso di dantesca memoria: “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate.” E magari un drone, più eloquente di mille sermoni.

È un po’ come se un gruppo di suffragette si spingesse oltre il fronte russo in Ucraina con l’intento di portare conforto. Lodevole, certo. Anche eroico. Ma soprattutto inutile. Perché la realtà, crudele com’è, non ha tempo da perdere con i gesti simbolici.

E allora ci siamo: nei prossimi giorni la storia avrà il suo epilogo. Giro di boa e ritorno a casa, con annesso racconto epico davanti alle telecamere, oppure arresto e rispedizione al mittente. In ogni caso, un nulla di fatto.

Nel frattempo, alle porte d’Europa, Putin si diverte a farci sudare con i suoi droni e i suoi missili. E noi, invece di preoccuparci del serio, stiamo dietro a chi confonde la geopolitica, con rispetto parlando, con la Barcolana.

Poveri noi.

G.& G. ARNÒ

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EDITORIALE SETTEMBRE 2025 https://lagazzetta-online.com/editoriale-settembre-2025/ https://lagazzetta-online.com/editoriale-settembre-2025/#comments Sat, 30 Aug 2025 15:38:15 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=17597 Corte Penale Internazionale: la Giustizia con l’Optional   Una Corte nata per fermare genocidi e tiranni, finita per rilasciare comunicati stampa     Nata per giudicare tutti, ma obbligata a guardare dall’altra parte quando perfino gli Stati aderenti si rifiutano di collaborare. La trovata era geniale, ammettiamolo: un Tribunale Penale Internazionale per mettere fine all’impunità dei criminali più efferati del pianeta. Genocidi, guerre, aggressioni, torture: finalmente la giustizia mondiale avrebbe alzato la voce contro chi si credeva intoccabile. Poi, come spesso accade, dal sogno all’incubo il passo è stato breve. La Corte è nata con una missione titanica ma senza muscoli: emette sentenze che nessuno è obbligato a far rispettare, i mandati d’arresto restano carta da parati negli uffici dell’Aia e i potenti della Terra, quelli della lista dei “wanted”, continuano a sfilare sorridenti nei summit internazionali. “La Giustizia non è di questo mondo, ma dell’altro”, diceva Papa Pio VII nel Marchese del Grillo. Mai battuta fu più profetica. Perché se davvero la giustizia terrena dovesse incarnarsi nella Corte dell’Aja, allora si capisce bene perché i santi abbiano preferito attendere quella divina. In effetti, di giustizia internazionale se ne vede ben poca. Si processano leader africani  in pensione o dittatori di Paesi senza voce in capitolo, mentre i grandi della Terra siedono indisturbati sul trono della geopolitica, osservando con aria divertita. La selettività delle accuse è così evidente che non serve scomodare grandi teorie complottiste: basta aprire l’elenco dei processi per capire chi comanda. Ma del resto, sarebbe ingenuo aspettarsi altro. Ci sono Paesi in cui la Giustizia si occupa solo di giustizia, ma con il sottofondo politico inevitabile, come musica d’ascensore. Altri in cui la Giustizia fa apertamente politica. E altri ancora in cui Giustizia e Politica coincidono del tutto, al punto che nessuno distingue più il giudice dall’onorevole. In ognuno di questi scenari resta centrale il tema della giustizia giusta, l’epicheia. Essa richiede prudenza, saggezza e rigore, quasi a combinare nell’esercizio della giustizia le altre virtù cardinali, come ricordavano Sant’Agostino e San Gregorio Magno. Ma di questa giustizia giusta si è persa la traccia. Pretenderla nelle sentenze internazionali? Utopia pura. E qui sta il nodo: come si può pretendere che la CPI si liberi dal peso della politica, quando, come ricordava Aristotele, l’uomo è per natura un animale politico? La giustizia nasce dall’uomo, e dunque dalla politica: impossibile separare madre e figlia senza generare un mostro. Le regole, comunque, erano chiare sin dall’inizio: Stati Uniti, Russia, Israele e Cina non hanno mai ratificato lo Statuto di Roma. Non perché amanti della guerra, ma perché allergici a farsi giudicare. Chi governa il mondo non gradisce che un tribunale internazionale ficchi il naso nelle sue operazioni “umanitarie”. Così, mentre il cittadino comune deve rispondere della multa per divieto di sosta, i leader globali possono bombardare, invadere, deportare senza troppe ansie giudiziarie. A rendere il tutto più pittoresco, le indagini preliminari della CPI talvolta si basano anche sulle notizie stampa. Ma davvero qualcuno pensa che la stampa sia indipendente e immune da pressioni? In questi casi, la Corte finisce per assomigliare più a un osservatorio mediatico che a un tribunale. Il Consiglio di Sicurezza ONU, poi, completa l’opera: ha il potere di bloccare le indagini del Procuratore per un anno. Basta che uno dei membri permanenti, guarda caso gli stessi che non hanno ratificato lo Statuto, alzi il ditino, e la giustizia internazionale entra in pausa. Come Netflix. Alla fine, la CPI è rimasta un simulacro di giustizia: forte con i deboli, inesistente con i forti. Perfetta per processare miliziani africani o satrapi in pensione, ma incapace di sfiorare i veri colossi della geopolitica. Risultato: i popoli vedono che i potenti la fanno franca, la fiducia nel diritto crolla, e la Corte diventa più uno strumento geopolitico che un tribunale. La soluzione? Qualcuno propone sanzioni economiche o l’esclusione dai contesti internazionali per chi ignora i mandati. Ma finché chi decide le sanzioni coincide con chi dovrebbe subirle, la Corte resterà un nobile esperimento… con valore puramente decorativo. Così la Corte Penale Internazionale rimane sospesa tra il sogno e la caricatura: tribunale universale solo sulla carta, tribunale selettivo nella pratica. Un’istituzione che promette imparzialità assoluta, ma che troppo spesso si rivela lo specchio deformato dei rapporti di forza globali. E allora, con un filo di sarcasmo e un pizzico di rassegnazione, non resta che ripetere la domanda finale:Esiste giustizia giusta in questo mondo? Forse aveva ragione Giolitti, che con il suo cinismo lucido spiegava il diritto meglio di mille trattati:“Per i nemici le leggi si applicano, per gli amici si interpretano, per qualcuno si eludono.” La CPI, più che una Corte, sembra l’ufficio traduzioni di questa massima immortale. G. & G. Arnò

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Corte Penale Internazionale:

la Giustizia con l’Optional

 


Una Corte nata per fermare genocidi e tiranni, finita per rilasciare comunicati stampa

 

 

Nata per giudicare tutti, ma obbligata a guardare dall’altra parte quando perfino gli Stati aderenti si rifiutano di collaborare.

La trovata era geniale, ammettiamolo: un Tribunale Penale Internazionale per mettere fine all’impunità dei criminali più efferati del pianeta. Genocidi, guerre, aggressioni, torture: finalmente la giustizia mondiale avrebbe alzato la voce contro chi si credeva intoccabile.

Poi, come spesso accade, dal sogno all’incubo il passo è stato breve. La Corte è nata con una missione titanica ma senza muscoli: emette sentenze che nessuno è obbligato a far rispettare, i mandati d’arresto restano carta da parati negli uffici dell’Aia e i potenti della Terra, quelli della lista dei “wanted”, continuano a sfilare sorridenti nei summit internazionali.

La Giustizia non è di questo mondo, ma dell’altro”, diceva Papa Pio VII nel Marchese del Grillo. Mai battuta fu più profetica. Perché se davvero la giustizia terrena dovesse incarnarsi nella Corte dell’Aja, allora si capisce bene perché i santi abbiano preferito attendere quella divina.

In effetti, di giustizia internazionale se ne vede ben poca. Si processano leader africani  in pensione o dittatori di Paesi senza voce in capitolo, mentre i grandi della Terra siedono indisturbati sul trono della geopolitica, osservando con aria divertita. La selettività delle accuse è così evidente che non serve scomodare grandi teorie complottiste: basta aprire l’elenco dei processi per capire chi comanda.

Ma del resto, sarebbe ingenuo aspettarsi altro. Ci sono Paesi in cui la Giustizia si occupa solo di giustizia, ma con il sottofondo politico inevitabile, come musica d’ascensore. Altri in cui la Giustizia fa apertamente politica. E altri ancora in cui Giustizia e Politica coincidono del tutto, al punto che nessuno distingue più il giudice dall’onorevole.

In ognuno di questi scenari resta centrale il tema della giustizia giusta, l’epicheia. Essa richiede prudenza, saggezza e rigore, quasi a combinare nell’esercizio della giustizia le altre virtù cardinali, come ricordavano Sant’Agostino e San Gregorio Magno. Ma di questa giustizia giusta si è persa la traccia. Pretenderla nelle sentenze internazionali? Utopia pura.

E qui sta il nodo: come si può pretendere che la CPI si liberi dal peso della politica, quando, come ricordava Aristotele, l’uomo è per natura un animale politico? La giustizia nasce dall’uomo, e dunque dalla politica: impossibile separare madre e figlia senza generare un mostro.

Le regole, comunque, erano chiare sin dall’inizio: Stati Uniti, Russia, Israele e Cina non hanno mai ratificato lo Statuto di Roma. Non perché amanti della guerra, ma perché allergici a farsi giudicare. Chi governa il mondo non gradisce che un tribunale internazionale ficchi il naso nelle sue operazioni “umanitarie”. Così, mentre il cittadino comune deve rispondere della multa per divieto di sosta, i leader globali possono bombardare, invadere, deportare senza troppe ansie giudiziarie.

A rendere il tutto più pittoresco, le indagini preliminari della CPI talvolta si basano anche sulle notizie stampa. Ma davvero qualcuno pensa che la stampa sia indipendente e immune da pressioni? In questi casi, la Corte finisce per assomigliare più a un osservatorio mediatico che a un tribunale.

Il Consiglio di Sicurezza ONU, poi, completa l’opera: ha il potere di bloccare le indagini del Procuratore per un anno. Basta che uno dei membri permanenti, guarda caso gli stessi che non hanno ratificato lo Statuto, alzi il ditino, e la giustizia internazionale entra in pausa. Come Netflix.

Alla fine, la CPI è rimasta un simulacro di giustizia: forte con i deboli, inesistente con i forti. Perfetta per processare miliziani africani o satrapi in pensione, ma incapace di sfiorare i veri colossi della geopolitica. Risultato: i popoli vedono che i potenti la fanno franca, la fiducia nel diritto crolla, e la Corte diventa più uno strumento geopolitico che un tribunale.

La soluzione? Qualcuno propone sanzioni economiche o l’esclusione dai contesti internazionali per chi ignora i mandati. Ma finché chi decide le sanzioni coincide con chi dovrebbe subirle, la Corte resterà un nobile esperimento… con valore puramente decorativo.

Così la Corte Penale Internazionale rimane sospesa tra il sogno e la caricatura: tribunale universale solo sulla carta, tribunale selettivo nella pratica. Un’istituzione che promette imparzialità assoluta, ma che troppo spesso si rivela lo specchio deformato dei rapporti di forza globali.

E allora, con un filo di sarcasmo e un pizzico di rassegnazione, non resta che ripetere la domanda finale:
Esiste giustizia giusta in questo mondo?

Forse aveva ragione Giolitti, che con il suo cinismo lucido spiegava il diritto meglio di mille trattati:
Per i nemici le leggi si applicano, per gli amici si interpretano, per qualcuno si eludono.”

La CPI, più che una Corte, sembra l’ufficio traduzioni di questa massima immortale.

G. & G. Arnò

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EDITORIALE AGOSTO 2025 https://lagazzetta-online.com/editoriale-agosto-2025/ https://lagazzetta-online.com/editoriale-agosto-2025/#respond Thu, 31 Jul 2025 10:28:04 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=17402 Europa, unita sì… ma solo per lo sconto doganale     Raggiunto l’accordo tra UE e USA per calmierare i dazi al 15%: l’unica politica estera europea che funziona è quella al supermercato. Chi ci guadagna? Tutti, ma a patto di non chiedere troppi dettagli.   Ma quale politica estera europea! Ci prendiamo in giro? L’Unione Europea come attore internazionale? Solo se si parla di tariffe. Il recentissimo accordo con gli Stati Uniti sui dazi, fissati al 15% per una serie di prodotti chiave, sembra essere l’unico caso in cui Bruxelles riesce a parlare con una voce sola. Miracolo? No, interesse economico. Perché, come sempre, quando c’è di mezzo il portafogli, l’unità si ritrova. Altro che Palestina, Africa o Ucraina. Nel frattempo, sullo scacchiere internazionale ogni Stato membro continua a giocare per conto proprio, con mosse da solista che metterebbero in crisi anche un maestro di scacchi cieco. L’uscita di Macron sul riconoscimento della Palestina, le iniziative di Spagna, Irlanda e perfino della Norvegia (ospite fissa senza diritto di voto), ci ricordano che il coordinamento europeo è più una fantasia erotica che una strategia geopolitica. Il termine “politica estera europea” ormai suona come uno di quei vecchi slogan pubblicitari tipo “consegna in 24 ore” o “offerta limitata”: tutti sanno che non è vero, ma fa ancora scena. Coordinamento europeo? Al massimo c’è coordinamento per la stampa dei volantini. In compenso, a Bruxelles continuano a parlare con entusiasmo della “voce unica dell’Europa nel mondo”, ma si tratta evidentemente di un problema di udito. Più che una voce, si sente un coro stonato in cui ogni Paese canta la sua parte, spesso anche fuori tempo. L’Italia, come sempre, partecipa con entusiasmo, ma dimentica il testo. Un accordo doganale e mezzo miracolo: ecco la vera Unione Eppure, attenzione: l’accordo commerciale raggiunto con Washington è stato salutato da molti politici ed economisti come una prova di maturità dell’Europa. O almeno del suo istinto di conservazione. Perché se da un lato dimostra che si può ancora negoziare in blocco, dall’altro ci ricorda che l’unico tema su cui si può contare su Bruxelles è il commercio. Meglio se si parla di acciaio, formaggi o chip e non di diritti umani, difesa o sanzioni. Von der Leyen l’ha definito “il più grande accordo commerciale mai raggiunto”. Forse anche perché è l’unico vero che si possa presentare con orgoglio in una conferenza stampa senza che qualcuno faccia una domanda imbarazzante. Ma chi ci guadagna davvero? Apparentemente tutti. Gli europei tirano un sospiro di sollievo sull’agroalimentare e l’industria automobilistica. Gli americani mantengono la barra del protezionismo moderato e portano a casa un bel messaggio elettorale. I cinesi osservano e prendono appunti. E i britannici? Probabilmente si sono persi l’email. Interesse nazionale, 1 – Europa unita, 0 In questa Europa che riesce a unirsi solo davanti a una minaccia doganale, resta comunque evidente il punto: non esiste un’identità strategica condivisa. Ognuno continua a ballare da solo, tranne quando arriva la musica dei dollari. A quel punto, improvvisamente, ci si ritrova tutti a fare la stessa coreografia, magari goffa, ma almeno coordinata. Macron, sempre più acrobata tra l’europeismo e la grandeur francese, lo sa bene: si può essere paladini dell’Unione la mattina e portabandiera dell’interesse nazionale il pomeriggio. È il nuovo stile continentale: elastico, adattabile, altamente performativo. Un po’ come certi tessuti tecnici. Considerazioni finali (senza dazi): Alla fine, la politica estera europea esiste. Ma è una specie particolare: compare solo in presenza di minacce economiche, di preferenza in forma di Excel. Per il resto, resta sospesa tra i sogni di Altiero Spinelli e le risatine ciniche di chi osserva come ogni Stato vada per conto suo con la disinvoltura di chi sa che nessuno lo fermerà. Che ci sia bisogno di cambiare testa, norme, ambizioni e forse anche abitudini alimentari è fuori discussione. Ma nel frattempo, consoliamoci: l’accordo sui dazi dimostra che, se stimolati nel modo giusto (cioè sul punto giusto), gli europei riescono ancora a fare qualcosa di buono e insieme. Peccato che la geopolitica non si possa pagare con la carta fedeltà. G.& G. ARNÒ

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Europa, unita sì… ma solo per lo sconto doganale

 

 

Raggiunto l’accordo tra UE e USA per calmierare i dazi al 15%: l’unica politica estera europea che funziona è quella al supermercato. Chi ci guadagna? Tutti, ma a patto di non chiedere troppi dettagli.

 


Ma quale politica estera europea! Ci prendiamo in giro?

L’Unione Europea come attore internazionale? Solo se si parla di tariffe. Il recentissimo accordo con gli Stati Uniti sui dazi, fissati al 15% per una serie di prodotti chiave, sembra essere l’unico caso in cui Bruxelles riesce a parlare con una voce sola. Miracolo? No, interesse economico. Perché, come sempre, quando c’è di mezzo il portafogli, l’unità si ritrova. Altro che Palestina, Africa o Ucraina.

Nel frattempo, sullo scacchiere internazionale ogni Stato membro continua a giocare per conto proprio, con mosse da solista che metterebbero in crisi anche un maestro di scacchi cieco. L’uscita di Macron sul riconoscimento della Palestina, le iniziative di Spagna, Irlanda e perfino della Norvegia (ospite fissa senza diritto di voto), ci ricordano che il coordinamento europeo è più una fantasia erotica che una strategia geopolitica.

Il termine “politica estera europea” ormai suona come uno di quei vecchi slogan pubblicitari tipo “consegna in 24 ore” o “offerta limitata”: tutti sanno che non è vero, ma fa ancora scena.

Coordinamento europeo? Al massimo c’è coordinamento per la stampa dei volantini.

In compenso, a Bruxelles continuano a parlare con entusiasmo della “voce unica dell’Europa nel mondo”, ma si tratta evidentemente di un problema di udito. Più che una voce, si sente un coro stonato in cui ogni Paese canta la sua parte, spesso anche fuori tempo. L’Italia, come sempre, partecipa con entusiasmo, ma dimentica il testo.

Un accordo doganale e mezzo miracolo: ecco la vera Unione

Eppure, attenzione: l’accordo commerciale raggiunto con Washington è stato salutato da molti politici ed economisti come una prova di maturità dell’Europa. O almeno del suo istinto di conservazione. Perché se da un lato dimostra che si può ancora negoziare in blocco, dall’altro ci ricorda che l’unico tema su cui si può contare su Bruxelles è il commercio. Meglio se si parla di acciaio, formaggi o chip e non di diritti umani, difesa o sanzioni.

Von der Leyen l’ha definito “il più grande accordo commerciale mai raggiunto”. Forse anche perché è l’unico vero che si possa presentare con orgoglio in una conferenza stampa senza che qualcuno faccia una domanda imbarazzante.

Ma chi ci guadagna davvero? Apparentemente tutti. Gli europei tirano un sospiro di sollievo sull’agroalimentare e l’industria automobilistica. Gli americani mantengono la barra del protezionismo moderato e portano a casa un bel messaggio elettorale. I cinesi osservano e prendono appunti. E i britannici? Probabilmente si sono persi l’email.

Interesse nazionale, 1 – Europa unita, 0

In questa Europa che riesce a unirsi solo davanti a una minaccia doganale, resta comunque evidente il punto: non esiste un’identità strategica condivisa. Ognuno continua a ballare da solo, tranne quando arriva la musica dei dollari. A quel punto, improvvisamente, ci si ritrova tutti a fare la stessa coreografia, magari goffa, ma almeno coordinata.

Macron, sempre più acrobata tra l’europeismo e la grandeur francese, lo sa bene: si può essere paladini dell’Unione la mattina e portabandiera dell’interesse nazionale il pomeriggio. È il nuovo stile continentale: elastico, adattabile, altamente performativo. Un po’ come certi tessuti tecnici.

Considerazioni finali (senza dazi):

Alla fine, la politica estera europea esiste. Ma è una specie particolare: compare solo in presenza di minacce economiche, di preferenza in forma di Excel. Per il resto, resta sospesa tra i sogni di Altiero Spinelli e le risatine ciniche di chi osserva come ogni Stato vada per conto suo con la disinvoltura di chi sa che nessuno lo fermerà.

Che ci sia bisogno di cambiare testa, norme, ambizioni e forse anche abitudini alimentari è fuori discussione. Ma nel frattempo, consoliamoci: l’accordo sui dazi dimostra che, se stimolati nel modo giusto (cioè sul punto giusto), gli europei riescono ancora a fare qualcosa di buono e insieme.

Peccato che la geopolitica non si possa pagare con la carta fedeltà.

G.& G. ARNÒ

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EDITORIALE LUGLIO 2025 https://lagazzetta-online.com/editoriale-luglio-2025/ https://lagazzetta-online.com/editoriale-luglio-2025/#respond Mon, 30 Jun 2025 17:54:16 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=17143 La Cina ci prova, ma l’Europa ha già scelto l’America (e pure il suo cow boy) Pechino seduce, ma a Bruxelles piace il cavallo di Trump. La crisi in Medio Oriente rafforza il richiamo dell’Occidente: militare, culturale e persino affettivo. E alla fine, l’Europa si riscopre americana dentro. La crisi in Medio Oriente, tra razzi, droni e retoriche al calor bianco, non fa altro che ribadire una verità elementare: l’Europa, quando deve scegliere, guarda a Occidente. Ci sarà pure la tentazione cinese, tra auto elettriche BYD e discorsi zuccherati sulle “partnership strategiche”, ma l’amore – quello vero – resta per gli Stati Uniti, anche quando a guidarli è il cow boy meno diplomatico di sempre: Donald Trump. Pechino ci corteggia. A febbraio, il diplomatico Wang Yi, con il sorriso di chi sa vendere anche il deserto ai beduini, ci ha proposto un futuro “luminoso” insieme, una meravigliosa alleanza per guidare il mondo verso pace, prosperità e progresso. Bellissimo, sulla carta. Peccato che, quando bisogna comprare, le auto cinesi ancora non fanno battere il cuore europeo, che continua ad andare in brodo di giuggiole per Tesla, SUV americani e, ovviamente, per il mito del made in USA. La verità è che l’Europa, da Trump in poi, ha riscoperto il suo DNA: occidentale fino al midollo. Certo, il tycoon ci tratta come scrocconi, ci insulta a giorni alterni e parla come un oste alla sagra della porchetta, ma alla fine, senza di noi, lui sarebbe poco più di un passero solitario. E noi, senza di lui, ci sentiremmo un po’ orbati. Poi, ci sono i fatti. L’attacco americano ai siti nucleari iraniani ha ricordato al mondo chi comanda davvero: gli USA e i loro bombardieri strategici – cento per parte tra Washington e Mosca – sono ancora la colonna vertebrale della deterrenza globale. La Cina ci sta lavorando con il futuribile bombardiere H-20, ma la strada per raggiungere la capacità di colpire ovunque è ancora lunga. E senza muscoli militari, anche la più solida economia barcolla. Così, tra una carezza cinese e una spallata americana, l’Europa ha deciso di stringere ancora di più il suo storico patto d’amore con Washington e i suoi alleati: Giappone, Canada e quella vecchia combriccola occidentale che, tra uno sgarbo e una pacca sulle spalle, rimane la casa naturale del Vecchio Continente. E siccome a Bruxelles ci piacciono le scelte decise (quando le facciamo), eccoci pronti a investire il 5% del PIL per ammodernare la NATO e costruire un futuro esercito europeo degno di essere chiamato tale. Perché, quando vogliamo, sappiamo fare le cose bene. Anzi, all’eccellenza ci siamo abituati. Dopotutto, anche Trump ogni tanto ci sorprende con quella sua imprevedibile grandezza. Come direbbe Mina: “Grande, grande, grande, come te sei grande solamente tu.” Anche se ogni tanto, purtroppo, ci tocca pure cantargli il resto della canzone. G. & G. ARNÒ

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La Cina ci prova, ma l’Europa ha già scelto l’America (e pure il suo cow boy)

Pechino seduce, ma a Bruxelles piace il cavallo di Trump. La crisi in Medio Oriente rafforza il richiamo dell’Occidente: militare, culturale e persino affettivo. E alla fine, l’Europa si riscopre americana dentro.

La crisi in Medio Oriente, tra razzi, droni e retoriche al calor bianco, non fa altro che ribadire una verità elementare: l’Europa, quando deve scegliere, guarda a Occidente. Ci sarà pure la tentazione cinese, tra auto elettriche BYD e discorsi zuccherati sulle “partnership strategiche”, ma l’amore – quello vero – resta per gli Stati Uniti, anche quando a guidarli è il cow boy meno diplomatico di sempre: Donald Trump.

Pechino ci corteggia. A febbraio, il diplomatico Wang Yi, con il sorriso di chi sa vendere anche il deserto ai beduini, ci ha proposto un futuro “luminoso” insieme, una meravigliosa alleanza per guidare il mondo verso pace, prosperità e progresso. Bellissimo, sulla carta. Peccato che, quando bisogna comprare, le auto cinesi ancora non fanno battere il cuore europeo, che continua ad andare in brodo di giuggiole per Tesla, SUV americani e, ovviamente, per il mito del made in USA.

La verità è che l’Europa, da Trump in poi, ha riscoperto il suo DNA: occidentale fino al midollo. Certo, il tycoon ci tratta come scrocconi, ci insulta a giorni alterni e parla come un oste alla sagra della porchetta, ma alla fine, senza di noi, lui sarebbe poco più di un passero solitario. E noi, senza di lui, ci sentiremmo un po’ orbati.

Poi, ci sono i fatti. L’attacco americano ai siti nucleari iraniani ha ricordato al mondo chi comanda davvero: gli USA e i loro bombardieri strategici – cento per parte tra Washington e Mosca – sono ancora la colonna vertebrale della deterrenza globale. La Cina ci sta lavorando con il futuribile bombardiere H-20, ma la strada per raggiungere la capacità di colpire ovunque è ancora lunga. E senza muscoli militari, anche la più solida economia barcolla.

Così, tra una carezza cinese e una spallata americana, l’Europa ha deciso di stringere ancora di più il suo storico patto d’amore con Washington e i suoi alleati: Giappone, Canada e quella vecchia combriccola occidentale che, tra uno sgarbo e una pacca sulle spalle, rimane la casa naturale del Vecchio Continente.

E siccome a Bruxelles ci piacciono le scelte decise (quando le facciamo), eccoci pronti a investire il 5% del PIL per ammodernare la NATO e costruire un futuro esercito europeo degno di essere chiamato tale. Perché, quando vogliamo, sappiamo fare le cose bene. Anzi, all’eccellenza ci siamo abituati.

Dopotutto, anche Trump ogni tanto ci sorprende con quella sua imprevedibile grandezza. Come direbbe Mina: “Grande, grande, grande, come te sei grande solamente tu.” Anche se ogni tanto, purtroppo, ci tocca pure cantargli il resto della canzone.

G. & G. ARNÒ

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EDITORIALE GIUGNO 2025 https://lagazzetta-online.com/editoriale-giugno-2025/ https://lagazzetta-online.com/editoriale-giugno-2025/#comments Sat, 31 May 2025 13:26:39 +0000 https://lagazzetta-online.com/?p=16757 Dove non arrivano le portaerei, arrivano i semiconduttori. Una piccola isola armata di wafer e intelligenza artificiale affronta il colosso cinese, nel silenzio assordante della guerra ibrida. Nel teatro dell’assurdo che chiamiamo “politica internazionale”, ci sono attori che recitano in costume d’epoca e altri che, in jeans e t-shirt, riscrivono il copione mentre lo recitano. Poi c’è Taiwan. Un’isola grande quanto Lombardia e Piemonte messi insieme, con meno abitanti dell’intera area metropolitana di Tokyo, ma che regge sulle sue spalle una fetta enorme dell’economia globale. E come lo fa? Semplice: costruendo i cervelli delle nostre macchine, i cuori dei nostri smartphone, le sinapsi dei missili intelligenti. Altro che portaerei. La guerra ibrida — quel meraviglioso ossimoro che suona come “dieta fritta” — è ormai la nuova normalità. È fatta di droni invisibili, blackout con tempismo sospetto, hashtag virali che destabilizzano governi, incendi strategici in Festival internazionali, e sabotaggi marini più adatti a romanzi di Le Carré che a notiziari serali. Ma nel centro di questo caos elegante, c’è un punto fermo: Taiwan. La piccola isola è la chiave di volta dell’equilibrio mondiale. E non per la sua forza militare (pur crescente), ma per quella tecnologica. La Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), che non ha neanche bisogno di cambiare nome per diventare acronimo da romanzo cyberpunk, produce oltre il 90% dei chip avanzati sotto i 7 nanometri. Detto in parole povere: se domani TSMC smette di funzionare, Apple piange, Nvidia sviene, e i centri di comando dell’intero arsenale NATO diventano scatole nere vintage. La Cina lo sa. E mentre sfoggia la sua armata di TikTok, dispiega flotte, e rivendica sovranità storiche con l’energia di un revisore dell’ufficio catastale, non osa (ancora) invadere Taiwan. Perché, e qui arriva il capolavoro di ironia geopolitica, il futuro della Cina — digitale, produttivo, industriale — è saldamente legato a quei minuscoli chip prodotti dai “ribelli” taiwanesi. Tagliare quei rifornimenti significherebbe strangolare non l’Occidente, ma se stessi. E quindi? E quindi benvenuti nel nuovo volto della guerra: uno scontro senza spari ma con blackout strategici, sabotaggi di cavi sottomarini, attacchi anonimi alle infrastrutture e guerre psicologiche via social. Una guerra dove l’obiettivo non è più la conquista del territorio, ma della percezione. Del tempo di reazione. Dell’algoritmo giusto. Gli eventi di Cannes e Nizza, con blackout che sembrano sceneggiati da Netflix più che indagati da Europol, sono solo la punta dell’iceberg. Dietro ogni scintilla sospetta, si cela un potenziale test bellico, una provocazione a bassa intensità pensata per misurare la resilienza dell’Occidente. Una guerra dove non si alzano bandiere, ma si toglie la corrente. Dove non si occupano città, ma flussi di dati. E mentre Russia e Cina giocano a Risiko subacqueo con le infrastrutture energetiche e digitali d’Europa, Taiwan continua a fare quello che sa fare meglio: produrre microchip e diventare l’ago della bilancia tra mondo libero e autocrazie digitali. Non male, per un’isola che molti non saprebbero collocare su una cartina muta. Sì, Taiwan può tenere a bada la Cina. Non con cannoni, ma con wafer. Non con eserciti, ma con architetture a 3 nanometri. E l’Occidente farebbe bene a proteggere questo scudo invisibile, che brilla al silicio invece che all’acciaio. Conclusione? La prossima guerra mondiale potrebbe iniziare non con un bombardamento, ma con un’interruzione nella catena di fornitura dei semiconduttori. Il bottone rosso sarà probabilmente touch screen. E chi comanda la fabbrica, comanda il mondo. E voi, avete aggiornato il vostro firmware oggi? G.& G. ARNÒ

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Dove non arrivano le portaerei, arrivano i semiconduttori. Una piccola isola armata di wafer e intelligenza artificiale affronta il colosso cinese, nel silenzio assordante della guerra ibrida.

Nel teatro dell’assurdo che chiamiamo “politica internazionale”, ci sono attori che recitano in costume d’epoca e altri che, in jeans e t-shirt, riscrivono il copione mentre lo recitano. Poi c’è Taiwan. Un’isola grande quanto Lombardia e Piemonte messi insieme, con meno abitanti dell’intera area metropolitana di Tokyo, ma che regge sulle sue spalle una fetta enorme dell’economia globale. E come lo fa? Semplice: costruendo i cervelli delle nostre macchine, i cuori dei nostri smartphone, le sinapsi dei missili intelligenti. Altro che portaerei.

La guerra ibrida — quel meraviglioso ossimoro che suona come “dieta fritta” — è ormai la nuova normalità. È fatta di droni invisibili, blackout con tempismo sospetto, hashtag virali che destabilizzano governi, incendi strategici in Festival internazionali, e sabotaggi marini più adatti a romanzi di Le Carré che a notiziari serali. Ma nel centro di questo caos elegante, c’è un punto fermo: Taiwan. La piccola isola è la chiave di volta dell’equilibrio mondiale. E non per la sua forza militare (pur crescente), ma per quella tecnologica.

La Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), che non ha neanche bisogno di cambiare nome per diventare acronimo da romanzo cyberpunk, produce oltre il 90% dei chip avanzati sotto i 7 nanometri. Detto in parole povere: se domani TSMC smette di funzionare, Apple piange, Nvidia sviene, e i centri di comando dell’intero arsenale NATO diventano scatole nere vintage.

La Cina lo sa. E mentre sfoggia la sua armata di TikTok, dispiega flotte, e rivendica sovranità storiche con l’energia di un revisore dell’ufficio catastale, non osa (ancora) invadere Taiwan. Perché, e qui arriva il capolavoro di ironia geopolitica, il futuro della Cina — digitale, produttivo, industriale — è saldamente legato a quei minuscoli chip prodotti dai “ribelli” taiwanesi. Tagliare quei rifornimenti significherebbe strangolare non l’Occidente, ma se stessi.

E quindi? E quindi benvenuti nel nuovo volto della guerra: uno scontro senza spari ma con blackout strategici, sabotaggi di cavi sottomarini, attacchi anonimi alle infrastrutture e guerre psicologiche via social. Una guerra dove l’obiettivo non è più la conquista del territorio, ma della percezione. Del tempo di reazione. Dell’algoritmo giusto.

Gli eventi di Cannes e Nizza, con blackout che sembrano sceneggiati da Netflix più che indagati da Europol, sono solo la punta dell’iceberg. Dietro ogni scintilla sospetta, si cela un potenziale test bellico, una provocazione a bassa intensità pensata per misurare la resilienza dell’Occidente. Una guerra dove non si alzano bandiere, ma si toglie la corrente. Dove non si occupano città, ma flussi di dati.

E mentre Russia e Cina giocano a Risiko subacqueo con le infrastrutture energetiche e digitali d’Europa, Taiwan continua a fare quello che sa fare meglio: produrre microchip e diventare l’ago della bilancia tra mondo libero e autocrazie digitali. Non male, per un’isola che molti non saprebbero collocare su una cartina muta.

Sì, Taiwan può tenere a bada la Cina. Non con cannoni, ma con wafer. Non con eserciti, ma con architetture a 3 nanometri. E l’Occidente farebbe bene a proteggere questo scudo invisibile, che brilla al silicio invece che all’acciaio.

Conclusione?
La prossima guerra mondiale potrebbe iniziare non con un bombardamento, ma con un’interruzione nella catena di fornitura dei semiconduttori. Il bottone rosso sarà probabilmente touch screen. E chi comanda la fabbrica, comanda il mondo.

E voi, avete aggiornato il vostro firmware oggi?

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